Metterla giù dura…

“… l’importante è sapersi prendere in giro come faceva Jacques Tati e anche non metterla giù troppo dura con questo design, prendere la società com’è.” – Achille Castiglioni

Ecco! Questa è esattamente la sintesi del mio pensiero quando penso al design, qualunque tipo di design.

Da un lato la necessità di fare le cose per bene. A regola d’arte come si usava dire un tempo. Essere dei professionisti con delle basi solide che poco lasciano alla improvvisazione.

Al centro la necessità di non prendersi mai troppo sul serio. Chi mi conosce mi ha spesso sentito affermare che “non faccio il neurochirurgo. Non salvo la vita a nessuno”. Questo mi lascia lo spazio necessario, e abbondante, per non prendermi troppo sul serio e per non prendere troppo sul serio quello che faccio.

All’altro confine di Achille Castiglioni: “… non metterla giù troppo dura con questo design.”

Lo dico con cognizione di causa. Ho avuto modo di lavorare con qualcuno che la metteva veramente giù dura, durissima, con il design. Vi assicuro non porta nulla di buono se non una insana esaltazione del proprio ego. Ripeto. Non facciamo i neurochirurghi e non salviamo la vita di nessuno. Avrei dovuto lasciare una stele: “Alexander hic fuit”.

Abbiamo la grande fortuna di fare un lavoro affascinante e non vedo per quale motivo dobbiamo vestirlo di qualcosa che non è. Perché dobbiamo renderlo greve e difficile?

Quindi: “in medio stat virtus”

Ricerca della bellezza, della utilità, della funzione, della leggerezza e dell’equilibrio.

Tutto il resto sono cazzate, davvero.

Malsane abitudini

Ho avuto uno scontro piuttosto acceso, almeno per quanta riguarda la mia controparte, sull’uso di uno strumento di e-banking.

Use Case: Sono una delle due persone che ha credenziali dispositive sui nostri conti aziendali in Svizzera ed in Italia. In Italia usiamo una banca, di cui non farò il nome, che ha uno strumento di e-banking tanto usabile quanto un carro armato in un negozio di cristallerie ungheresi. Per questa ragione ricevo messaggi dalla mia amministrazione che mi chiede di eseguire dei pagamenti più o meno programmati. Ogni volta perdo tra i quindici e i trenta minuti alla ricerca dei pagamenti in questione. Questo perché i pagamenti sono divisi in una ventina di categorie diverse sepolte in altrettanti voci di menu.

Siamo nel 2019 e la mia osservazione è stata che questo è inaccettabile. Ho chiesto al mio CFO di mettersi in modo per trovare un altro istituto di credito che mettesse gli utenti in grado di creare valore con il loro tempo invece di perderlo navigando nei loro sistemi.

Dall’altro lato della barricata abbiamo i nostri azionisti di maggioranza che con l’istituto di credito esistente hanno sempre convissuto felicemente.

Alla mia rimostranza mi è stato detto che se non in grado di capire dove si trova un pagamento forse sarebbe il caso che lo facessi fare a che ne è capace.

Mi è cresciuta una grande rabbia e confesso di avere risposto male.

Ripensando a quanto accaduto ho riflettuto su degli aspetti che sono chiave nel mondo fisico/digitale di oggi.

1. Ci sono persone che sono nate con una certa ondata digitale, più o meno vecchia, ed il cui cervello ha imparato a superare tutti gli errori di progettazione commessi. Il loro cervello ha oramai imparato dei percorsi standard e si limita a replicarli.

2. Questo li rende assolutamente impermeabili al fatto che è possibile una progettazione intorno all’utente e non intorno al servizio. Qualsiasi iniziativa digitale ed esperienzale è un fallimento con questi soggetti. Il rischio di un rigetto totale rispetto alle abitudini consolidate è enorme.

3. Sorge il sospetto che una certa farraginosità sia costruita ad arte per fare in modo che il processo sia lungo e tortuoso. Una sorta di job generator.

4. L’abitudine che si crea a questi orrori di usabilità è da combattere con tutte le forze e tu, da utente, la combatti con il tuo portafoglio e le tue scelte. Se l’usabilità di un servizio fa cagare, fallo notare e cambia fornitore. Se continuiamo a giustificare questi orrori non cambierà mai nulla. (Considerazione di carattere più generale, ovviamente)

5. Cazzo, un pagamento è un pagamento. Per quale motivo me li devi frammentare in settecento opzioni diverse. Il mio cervello assume semplicemente che devo dare dei quattrini a qualcuno e poco mi frega del tecnicismo relativo al pagamento. Di questo si occupi la piattaforma.

Fine della tirata.

Rancori

Alla mia veneranda età sono giunto alla conclusione che serbare rancore è una attività del tutto priva di senso e decisamente poco raccomandabile per una vita equilibrata.

Nonostante questo, ne conservo gelosamente un paio. Li coltivo quasi giornalmente e sono diventati una sorta di hobby. Questi due proprio non voglio lasciarli andare e me ne prendo gran cura. Di fatto essi non condizionano certo la mia esistenza ma studio incessantemente il modo in cui in giorno pareggerò i conti.

Sicuramente non ne otterrò alcun vantaggio personale, professionale od economico. Sarà semplicemente il momento in cui mi gusterò il sapore della rivincita. Sfida di lungo periodo. Ma di quelle che mi appassionano di più.

Estote parati.

Fragilità

Fràgile

fràgile agg. [dal lat. fragĭlis, der. di frangĕre «rompere»]. – 1. Che si rompe facilmente, spec. per urto: il vetro è f.; recipienti, ninnoli f.; il f. stelo d’un fiore; le ossa dei vecchi sono f.; fragile, scritta posta su casse di spedizione, e sim., che contengono oggetti fragili, come avvertimento a usare cautela nel trasporto. 2. fig. a. Che oppone scarsa resistenza al male fisico e morale, quindi debole, gracile, poco fermo: salute f., costituzione f.; animo f.; una giovinetta f. e delicata (o, determinando, fisicamente, psichicamente fragile). b. Che non resiste alle tentazioni, che cade facilmente in colpa: una volontà, una virtù f.; la f. natura umana. c.Debole, inconsistente, riferito a teorie, ipotesi, argomenti. d. letter. Instabile, di poca durata: speranze, propositi f.; i f. beni mondani. ◆ Dim. fragilino, alquanto fragile. ◆ Avv., raro, fragilménte, con fragilità, debolmente, senza energia.

C’è stato un tempo in cui sono stato molto fragile e questo tempo è stato molto lungo. Lentamente mi sono indurito, sono divenuto più cinico, ho sviluppato degli anticorpi molto efficaci e ho capito che di molte cose potrebbe non fregarmi di meno.

Ora sono sufficientemente corazzato per resistere ad urti consistenti.

Rimane il fatto che ci sono due effetti collaterali da non sottovalutare.

Il primo consiste nel fatto che la corazza è oramai talmente impenetrabile che veramente poche persone sono in grado di attraversarla. Conseguenza di questo è che perdi qualcosa di valore a favore di un minore rischio di provare delusione e dolore.

Il secondo è che in realtà la corazza ha qualche smagliatura. Una sorta di tallone di Achille. Se si tocca quel punto l’incantesimo si rompe ed è sempre piuttosto doloroso.

 

Affilare

Oramai da quasi un anno coltivo una passione per i rasoi a mano libera.

Mi piace la manualità che trascinano con sé e l’idea che ci siano delle persone che in mondo oramai sempre più digitale ancora di dedicano alla creazione di oggetti come questi. Finora ho scelto quasi sempre rasoi creati da artigiani piuttosto che di provenienza industriale.

Il rasoio a mano libera è un oggetto tutto sommato semplice da maneggiare ma richiede cura e attenzione. L’uso quotidiano consuma il filo della lama e richiede una affilatura di tanto in tanto.

L’affilatura dei rasoi è un arte. Questa avviene per mezzo di pietre sulle quali scorre la lama del rasoio.

Esiste una varietà infinita di pietre per l’affilatura dei rasoi a mano libera. Ci sono pietre diverse per ogni fase della affilatura. Pietre per bisellare, pietre per affilare, pietre per lucidare, pietre per finitura e via dicendo. Come per qualsiasi altra cosa esistente sul pianeta non esiste un limite di spesa per le pietre da affilatura. Ci sono pietre che arrivano molto semplicemente a qualche migliaio di euro di costo.

Affilare è una cosa che mi diverte perché richiede conoscenza, pensiero, sensibilità e attenzione.

Ogni rasoio è fatto di acciai diversi nella loro natura e devi imparare a conoscerli. Con il tempo, la pratica ed i fallimenti impari a riconoscere quali sono le pietre migliori per ogni rasoio nel tuo arsenale.

Comincia a fare scorrere lentamente la lama sulla pietra facendo attenzione a non esercitare una pressione eccessiva. Senti nelle mani l’attrito che si sviluppa e puoi sentire il rumore durante il movimento. Durante il processo ci sono cambiamenti, spesso quasi impercettibili, che con il tempo impari a riconoscere. E’ come se la lama e la pietra si incontrassero e cominciassero a conoscersi per poi avvicinarsi sempre di più sino al risultato finale che è la perfetta affilatura.

Non esiste una ricetta generale per l’affilatura. Al momento dei primi approcci con questo mondo cercai di documentarmi e utilizzai diverse ricette preconfezionate. Tante passate sulla pietra x, tante sulla pietra y e via dicendo.

La realtà delle cose è che devi imparare a leggere il comportamento degli oggetti che stai maneggiando e capire la relazione tra di loro. Comprendere quali coppie sono efficaci e quali lo sono meno o, addirittura, dannose.

E’ una sensibilità che si guadagna con il tempo e la soddisfazione è grande quando trovi una combinazione che funziona.

Lo stesso processo è incredibilmente appagante. La ripetizione continua del gesto ti porta in uno stato di grazia che è molto vicino alla meditazione.

Alla fine ti ritrovi a sviluppare una manualità che è difficile trovare altrove. Le dita che sono abituate a muoversi su una tastiera per più di otto ore al giorno imparano a relazionarsi con oggetti delicati.

Finalmente arrivi ad avere un rasoio affilato ed una serenità che spesso è difficile raggiungere.

Pochi giorni…

Ancora pochi giorni e saranno 52 anni.

Mi volto ad osservare gli ultimi anni ed un brivido percorre la schiena. Che incredibile giro di giostra sono stati.

Facendo un breve riassunto:

  • Ho realizzato che si può cambiare, anche radicalmente, in qualsiasi momento della propria esistenza. Oggi sono la migliore versione di me stesso mai esistita. Questo vale sia personalmente che professionalmente.
  • La necessità del cambiamento deve nascere dentro di te. E’ impossibile che possa essere stimolata da fattori esterni. Al più è possibile che fattori esterni la decelerano o la accelerano. Niente e nessuno può spingerti a cambiare se non decidi tu di farlo.
  • E’ sbagliato pensare di cambiare in funzione di un qualsiasi obiettivo che non sia sé stessi. Se questo è l’obiettivo il fallimento e la delusione sono dietro l’angolo.
  • Sono finalmente riuscito ad eliminare quasi completamente la rabbia ed il rancore. Questo non toglie che esistano momenti in cui prenderei volentieri a pugni in faccia in paio di soggetti. Un giorno potrei togliermi la soddisfazione. Giusto per.
  • Sono riuscito a dare un senso più compiuto a quello che faccio ogni giorno eliminando distrazioni e dedicandomi a quello che mi piace.
  • Non desidero più cose ma esperienze.
  • Continuo a fare le mie cazzate come un tempo. Forse ora le faccio avendo la consapevolezza ex ante che sono cazzate.
  • Alla fine ho perso 35 chili, e si vede.
  • Persone che sono state importanti si sono allontanate, altre si sono avvicinate, altre sono in stato “non pervenuto”. Sti cazzi…
  • Sono perfettamente consapevole del valore del mio tempo e non sono disposto a perderlo.
  • Posso dire, e dico, quello che mi pare avendo ben chiare le conseguenze delle mie parole. Se dico qualcosa lo dico perché lo penso e perché ci ho riflettuto.
  • Dico pochissime bugie, e quello poche sono bugie bianche.
  • Corro quasi tutti i giorni e mi diverto pure.
  • Lettura, musica e codice sono strumenti fondamentali,
  • Ho due figli che sono una meraviglie e che, nonostante tutto, stanno venendo su molto meglio di quanto potessi mai aspettarmi.
  • ed infine… sono seduto sulla riva del fiume a prendere il sole, sicuro del fatto che qualche cadavere passerà. Gli regalerò un sorriso.
  • tutto il resto non esiste.

E ora vado a leggermi la Domenica de Il Sole 24 Ore.

 

Ribrezzo

Questo governo mi fa veramente ribrezzo da qualsiasi punto di vista io lo osservi.

Un’armata Brancaleone (tra)vestita da salvatori della patria ed equipaggiata con la peggiore dose di populismo che si sia mai vista.

Un ministro dell’interno, sì, decisamente minuscolo, che svicola da un tribunale pur sentendosi in diritto di farci andare chi ha osato criticarlo (non cogliendo nemmeno il paragone implicito e superbo nella definizione che gli è stata data).

Una summa di pressapochismo e incompetenza condita da una arroganza inaudita.

Mala tempora currunt.

Chapeau per la capacità di usare gli strumenti di comunicazione in maniera sin troppo efficace. Del resto era già stato fatto in passato. In questo caso hanno copiato bene.

E dire che sarebbe sufficiente usare la testa…

Eri grande, papà

Questa mattina mi sono svegliato con il ricordo di te, papà. Credo che sia per via della giornata di festa che oggi è dedicata a noi papà.

Ho un ricordo di quando, ragazzino, ti vedevo nello studio chino sui tuoi libri di ingegneria a prendere appunti con quella calligrafia minuta e scrupolosa che poi è diventata anche la mia. Certo, la mia è un pochino meno scrupolosa. Più veloce e nervosa rispetto alla tua.

Ricordo quel libro che stava sempre in cima. E’ buffo come mi sia rimasto impresso questo ricordo. “Strenghts of materials” era il titolo e, pensa, tanto mi colpì in quegli anni che ricordo anche il nome dell’autore: Stephen Timoshenko. Fu il libro che ti portasti in ospedale anche in quegli ultimi giorni.

Un giorno mi dissi che se nasci ingegnere, morirai ingegnere. Credo tu avessi ragione.

Questa mattina ho ripreso lo scatolone con i tuoi appunti. Non c’erano ancora i computer e facevi tutti i tuoi calcoli a mano. Li ho scorsi lentamente dal primo all’ultimo anche se non sono in grado di comprenderne il contenuto e, sopratutto lo scopo.

Ancora una volta avrei voluto essere come te.

Ricordo di come ti raggiungevo appena scendevi dallo studio chiedendoti di darmi carta e matita perché dovevo progettare qualcosa e ricordo la tua pazienza mentre mi ascoltavi raccontare delle macchine fantastiche che disegnavo. La matita. Tu mi dissi che si usa la matita finché le idee non sono fissate e pronte per essere condivise. Solo quello è il momento della penna.

Abbiamo litigato. Spesse volte in maniera molto dura e mi rincresce non avere l’opportunità di dirti che su alcuni temi avevi ragione. Mi dispiace non poterti dimostrare che su altre faccende avevo ragione io. Questo confronto da adulti mi manca ed è il più grande rimorso che ho.

Volevo essere come te.

Alle elementari raccontavo ai miei compagni di classe che il mio papà faceva un lavoro così importante da permettere a tutti di accendere le luci in casa propria. Anche io volevo fare qualcosa che facesse accendere le luci. Oggi non faccio accendere le luci ma credo di fare un lavoro in cui costruisco qualcosa, sebbene di meno tangibile della corrente elettrica.

Oggi mi piacerebbe portarti con me in studio e farti vedere quello che faccio e quello che ho fatto. Sono certo che tu saresti asciutto come tuo solito ma vivo con la convinzione che saresti fiero di me o, almeno, della maggior parte di me.

Perché sai, papà, ci sono delle parti di me di cui non sono affatto fiero e mi manca l’opportunità di parlartene.

Eri grande, papà. Non te lo ho mai detto, ma eri grande.

Spero che solleverai lo sguardo dal luogo in cui ti trovi ora e che tu sorrida.

Ho fatto del mio meglio come tu mi hai sempre chiesto,

Isolato?

A seguito della mia decisione di allontanarmi dai Social Media mi è stato fatto notare che in questo modo mi sono isolato dal mondo.

Affermazione interessante, ed in parte assolutamente vera.

É vero. Mi sono isolato. Mi sono isolato da quella parte di relazioni deboli che, o non mi interessa approfondire o che reputo, nella mia personalissima opinione, del tutto inutili, se non dannose per il mio equilibrio.

Sono anche piuttosto stanco di continuare a fare a gara a chi ce l’ha più lungo a suon di like, followers, retweet e affini. Fidatevi, ce l’ho lungo a sufficienza.

Mi prendo grande cura delle relazioni personali a cui tengo e mi accorgo di essere maggiormente in grado di ascoltare le persone e, da un certo punto di vista, anche me stesso. La quasi totale assenza di interruzioni rende la mia giornata più fluida e molto più efficiente che non in passato.

Il rapporto con il mio smartphone è oramai orientato solo ed esclusivamente ad una modalità pull. Le interruzioni sono veramente poche e strettamente necessarie.

No. Non sono isolato. Sono solo maggiormente consapevole di quanto vale il mio tempo e al mia attenzione.

 

Early Adopter

Da sempre sono un grande entusiasta riguardo ogni cosa che abbia a che vedere con la tecnologia, per quanto immatura possa essere.

Ho la casa, quella nuova, piena di oggetti che hanno visto la luce su Kickstarter, Indiegogo e simili. Chi di voi si ricorda di Nabaztag? Ecco, io ne ho ancora un paio in giro per casa.

Da sempre ho ritenuto che il costo si essere un early adopter, come dicono quelli fighi, fosse puramente economico. Mi sbagliavo.

L’illuminazione è arrivata quando ieri sera ho spento la luce della mia camera da letto usando Alexa. Tutta la mia casa è ora controllata da Alex e tutti i devices sono a lei collegati e da lei controllati.

Ecco, ieri sera ho realizzato che tutta la mia casa è mappata su Alexa. Tutte le mie luci, il sistema Sonos in tutte le stanze, la PlayStation, il televisono, la lavatrice, la bilancia e via discorrendo.

Nel momento in cui ho pronunciato la frase “Alexa, spegni la luce della camera da letto, per favore.” ho realizzato che stavo comunicando ad Amazon una serie di informazioni personali di tutto rilievo. In prima sostanza il fatto che ho più camere da letto. Subito dopo che possiedo delle luci che sono automatizzate da Alexa. Lo stesso vale per il fatto che nella camera da letto c’è un device Sonos dato che il comando è stato impartito a quel sistema. Infine stavo comunicando ad Amazono l’ora esatta in cui avrei tentato di cominciare a riposare.

Il costo dell’essere un early adopter si sta spostando dall’essere puramente economico ad un insieme più rilevante che consiste nella cessione di informazioni personali con maggiore o minore profondità a seconda della tecnologia con la quale si giocherella.

Ho fatto un rapido conto dei sistemi che potenzialmente mi stanno ascoltando quando sono in casa e sono arrivato alla lista seguente:

  • I miei telefoni cellulari.
  • Il mio computer.
  • Le mie IP Cameras.
  • Tutti i devices Sonos in tutte le stanze di casa.
  • Il mio iPad.
  • Il mio televisore Sony.
  • La mia Playstation.

Certamente mi dimentico qualcosa nella lista. Vero è che nella configurazione attuale c’è un gran silenzio quando sono in casa ma è vera la considerazione sulla adozione delle nuove tecnologie.

Secondo me è una riflessione che va fatta, sopratutto quando queste tecnologie sono tra loro strettamente interconnesse da un “legante” come Alexa che è certamente in grado di permettere ad Amazon di inferire i miei comportamenti dalle interazioni con i vari oggetti presenti in casa.

Io, comunque, Alexa per il momento me lo tengo. Che si ammazzi di pizzichi chi mi ascolta.

FOMO?

Fear Of Missing Out? Actually not!

È arrivato il momento di riprendere questo esperimento con un nuovo approccio. Come ho sostenuto in passato questo gioco serve più che altro a me e quindi lo utilizzo come meglio credo.

Ho deciso che per il momento questa sarà la mia unica presenza online degna di un certo peso.

Questa decisione ha un respiro molto più ampio. In primo luogo ho intrapreso una dieta digitale molto radicale. Ho cancellato quasi tutte le applicazioni dal mio telefono cellulare. Sono spariti tutti i Social Network e tutte quelle applicazioni che sono una distrazione dal mondo reale. Resistono quelle applicazioni che sono vitali per il mio lavoro, alcune che sono vitali per la mia informazione personale, ad esempio Medium, e tutte quelle applicazioni che mi permettono di avere un contatto uno a uno con coloro che conosco.

Allo stesso tempo ho disabilitato tutte le notifiche esistenti fatte salve quelle critiche come quelle che arrivano dai miei figli e da qualche altro contatto che considero vitale per la mia esistenza quotidiana.

Lo schermo del telefono cellulare non si attiva nemmeno più quando lo sollevo dalla scrivania o lo prendo dalla tasca. Anche questa deve essere una azione determinata e non dettata dal caso.

In altre parole, tutte le informazioni che ho sul telefono cellulare devono essere fruite in modalità pull e non push. Niente interruzioni, niente stronzate. Solo quello che mi serve e quando lo decido io.

Per quanto riguarda i Social Network il discorso è più complesso. Oramai mi sono persuaso del fatto che non stavo interagendo con la persona ma con il contenuto. Il risultato è che è una falsa interazione. Oltre a questo mi sono decisamente stancato delle infinite stronzate che oramai popolano la mia timeline e quindo posso tranquillamente farne a meno. Rimane LinkedIn che svolge più una funzione istituzionale che altro.

Oramai è più di un mese che ho adottato questo regime e devo dire che mi trovo perfettamente a mio agio. Non soffro affato di FOMA e mi sento maggiormente focalizzato su quello che mi interessa.

Conseguenza di questo è che non ci sarà più alcun cross post su Facebook, Twitter e affini. Se mi volete leggere mi trovate qui.

Baci e abbracci.

P.S. Ovviamente per favorire coloro i quali vogliono commentare mi trovo a dovere abilitare i commenti ai post su questo sito. Un male minore che rende possibile il cambiamento di approccio.

Il Valore della Esperienza

Passo gran parte del mio tempo lavorativo cercando di fare comprendere alle persone quanto beneficio possano ottenere nel costruire delle esperienze di valore per i loro utenti. É il modo più semplice per ottenere risultati di valore.

Osservo altri professionisti all’opera e, spesso, mi rendo conto che il loro unico scopo è quello di vendere un prodotto od un servizio. C’è poco altro.

Io non ci sono mai riuscito. Non sono mai riuscito nemmeno a vendermi per quello che sono.

Mi rendo conto che a 51 anni non provo più la necessità di raccontare bugie o di addomesticare la realtà. Le cose sono quelle che sono. Le relazioni professionali, e quelle personali, esistono se sono di valore per entrambi. In caso contrario è meglio lasciare perdere.

Mi rendo conto di un radicale cambiamento personale. Ho perso totalmente l’interesse per le cose inutili e non in grado di farmi provare una esperienza di valore. Mi piace l’interazione fisica con le cose che mi interessano. Voglio toccare, provare sensazioni, ascoltare i rumori, sentire i profumi, ascoltare i suoni.

Questo è il motivo per cui ho ripreso a panificare. Mi piace fermarmi a osservare la pasta madre che è lievitata. Osservarne l’aspetto e sentirne il profumo. Vedere crescere l’impasto. Aspettare che il forno termini il suo lavoro e riempirmi le narici del profumo della farina. Lentamente. Evitando la corsa veloce del lievito di birra ma imparando a conoscere il tuo lievito, la tua farina, la casa in cui panifichi.

Mi piace il rasoio a mano libera perché richiede cura e attenzione. Va affilato di tanto in tanto e puoi ascolare il rumore della lama che scorre su una pietra che ha decine di migliaia di anni. Ogni lama ha un comportamento diverso, sia sulla pietra che sulla tua pelle. Devi ascoltarla e conoscerla.

Mi prendo cura delle mie scarpe e provo cere e panni diversi. Spazzole di foggia e manifattura diversa. Le vedo riprendere il loro splendore originale nonostante i passi che hanno sostenuto. Sento il profumo del cuoio che si mescola con quello della cera.

Colleziono chitarre perché sono in grado di produrre suoni e rispondono in maniera diversa alle sollecitazioni delle tue dita. Cambiano negli anni e cambiano in funzione del luogo in cui si trovano. Il legno invecchia insieme a te e la fisicità dello strumento è incredibile.

Leggo. Moltissimo. Ascolto tanta musica. Il mio modo di viaggiare, e di fuggire, rimanendo seduto sul mio divano. Faccio mie fantasie ed esperienze di altre persone che mi accompagnano per qualche ora.

Coltivo poche e selezionate relazioni personali. Molte, sebbene importanti, riconosco di trascurarle più del dovuto. Anche in questo caso sono fortunato.

Mi rendo conto che ai miei clienti non racconto bugie. In fondo racconto solo quello che sono o, meglio, quello che sono diventato. Nonostante tutto si può evolvere e cambiare in meglio. Spesso è necessario uno scossone devastante e spesso ci si ritrova dove non si voleva essere. Dicono che si chiami vita. Accade, e basta. Il resto sono veramente solo stronzate.

Ecco, io, a 51 anni suonati, sono proprio stanco di stronzate. Ho solo bisogno di cose vere e poche chiacchiere.

E no, il coglione totale non ci arriva. Gli basta il suo piccolo mondo.

Open Day

Open Day della scuola media di Lorenzo.

Per la prima volta Lorenzo,  insieme ai suoi compagni,  ha preso in mano un microfono e ha guidato i visitatori in un breve workshop che li ha condotti alla scrittura di un articolo per il giornale della scuola.

Quest’anno non sono state asettiche presentazioni ma hanno tentato di coinvolgere i partecipanti nei diversi laboratori.

Vederlo presentare il lavoro svolto e “facilitare” il lavoro dei genitori al tavolo mi ha fatto tenerezza. In macchina mi ha detto che si è comportato come faccio io quando mi trovo nella stessa situazione. Credo che averlo fatto partecipare a presentazioni e workshop abbia già dato i suoi frutti.

Lacrimuccia.

 

È tardi

Esco dal parcheggio di Piazza Meda a Milano e mi immergo nel traffico caotico e complesso della fine della giornata lavorativa.

Osservo le persone all’interno degli abitacoli dei loro veicoli. Facce scure, sguardo vacuo, sorrisi tirati, poca felicità. Mi sembra.

I passanti non sono poi molto diversi. Molti di loro con il volto illuminato dal bagliore dello schermo del loro smartphone. Il timido tentativo di fare svoltare la giornata. La speranza di una serata migliore. La possibilità. finalmente, di un sorriso, di un morso di felicità.

Lentamente mi muovo nel traffico e l’entrata dell’autostrada è sempre più vicina. Comincio a spostarmi con maggiore velocità. Il paesaggio si dirada insieme al traffico.

Da lontano cominciano a comparire le montagne. Le cime sono già innevate. Spingi leggermente sull’acceleratore e loro si fanno più vicine. Il trillo del Telepass risuona nel silenzio e realizzi che sei vicino a casa. Ancora pochi chilometri e comincerai a vedere il lago.

Sì, eccolo. È alla mia destra e la sua superficie riflette le luci della sera. C’è la luna all’orizzonte. Questa sera è piena.

Arrivo a casa e, mentre il cancello si apre, volgo lo sguardo dietro di me e osservo il lago. Lascio l’auto nel parcheggio e salgo in ascensore. Un ascensore moderno, ma lento. È come se volesse darti il tempo di staccare da quello che c’era prima. Le porte si aprono e mi incammino verso la porta di casa.

Incontro i miei vicini e mi fermo a scambiare qualche parole. Parole convinte, non di cortesia. Un “come stai?” che suona vero, interessato, consapevole. La dimensione di questo piccolo paese mi affascina. Mi riporta a quando ero piccolo e ci si conosceva tutti. Ecco, qui è come allora. Sono diventato amico di diverse persone in questi pochi mesi di permanenza e la cosa mi rende felice. Una dimensione umana che avevo dimenticato.

Entro in casa. I miei sistemi si sono già accorti che sono arrivato. Le luci si sono accese e una delle mie playlist preferite è partita e già riempe il silenzio della casa. Sono le mie cose quelle che ho intorno. Quelle che ho scelto io e che mi piacciono.

Lascio lo zaino e la giacca recuperando sigarette e accendino.

Scendo le scale e apro la porta finestra che mi porta in giardino. Spengo le luci e mi accendo una sigaretta. Mi gusto il primo tiro. Profondo e gustoso.

Appoggio una spalla allo stipite e chiudo gli occhi.

Si sente il rumore delle onde che sbattono sulla chiglia di una barca. Il resto è silenzio.

Pace. Finalmente.

Il Primo Ricordo

Spiaggiato sul divano con un film terribile che scorre lentamente fotogramma dopo fotogramma.

Una domanda in un dialogo si fa largo nel torpore: “Quale è il tuo primo ricordo?”

La domanda si fa largo nel mio cervello. Provo a scorrere i miei ricordi cercando di arrivare al primo.

Si forma una immagine. Cerco di tornare ancora più indietro ma non trovo altro.

Ci sono mia madre e mio padre in cucina. I miei fratelli ed io siamo seduti sul pavimento. Siamo eccitati per quel nuovo oggetto che mio padre ha appena portato a casa. Lo guardiamo ridendo. È un televisore in bianco e nero; il primo della nostra nuova casa.

Il ricordo che mi intenerisce non è il televisore. Sono mamma e papà che si abbracciano e si baciano.

Sembravano, meglio, erano felici.

Questo prima che la sfera su quel piano leggermente inclinato cominciasse a rotolare senza che la si potesse fermare.

Questo è il mio primo ricordo.

Sembra che si sia destinati a commettere gli stessi errori.