Cultura

La cultura aziendale si definisce anche nelle piccole cose.

Se mi impedisci di accedere a Spotify non stai facendo bene alla cultura della tua azienda, specialmente se intendi portare tra le tue file giovani talenti.

Da questo punto di vista io sono assolutamente aperto. Visita qualsiasi sito vuoi, guarda qualsiasi video desideri, ascolta qualsiasi tipo di music vuoi e, magari, condividila con me.

Questo posto sarà un posto migliore.

 

Binge watching

Io provo spesso a resistere alla tentazione di guardare le serie tv “a nastro”, in modalità binge watching come dicono quelli fighi.

La verità è che ci riesco pochissime volte e tendo a trasformare la mia esperienza su Netflix in una serie di maratone interminabili.

Fino a che ci saranno degli sceneggiatori che mi pongono un quesito al termine di un episodio io non sarò in grado di governare questa abitudine.

Va detto che più o meno la stessa cosa avviene con i libri e per questo non c’è da stupirsi della trasposizione del comportamento sul piccolissimo schermo.

E comunque, funziona anche in palestra sul tapis roulant.

Apple Pay

Con qualche secolo di ritardo rispetto al mondo civilizzato Apple Pay è stato lanciato anche in Italia.

Dato che qualche tempo ho parlato del processo di onboarding di Samsung vale la pena spedere qualche bit per parlare di quello di Apple.

Diciamo che non c’è paragone. Dal punto di vista della usabilità Apple lo fa come deve essere fatto. Ancora una volta i coreani sono surclassati dal dominatore assoluto.

Purtroppo anche per Apple i circuiti supportati sono pochi e quindi non posso usarlo.

Una nota riguardo questa specifica esperienza vista da parte del cliente che la vive:

  • Apple Pay –> figo, lo voglio usare
  • Comincio ad usare l’applicazione –> fighissimo, in 20 secondi sono pronto a registrare una carta di credito.
  • Carta 1 –> Circuito non supportato
  • Carta 2 –> Circuito non supportato
  • Frustrazione per non potere usare il nuovo giocattolo
  • Conclusione per l’utente finale: Apple Pay fighissimo, banche merda

Questa è la percezione dell’utente finale. Lasciamo perdere per un istante le probabili commissioni da taglieggiatori che Apple starà richiedendo agli istituti di credito. Questa è la percezione dell’utente finale: Apple è innovativa e mi semplifica la vita, le banche sono il solito ostacolo alla innovazione nei servizi di pagamento in mobilità.

Hai voglia a spiegare la realtà delle cose.

La mappa ed il terreno

Oggi leggevo questa cosa:

“Floating in outer space and looking down on earth, one would see a perfectly smooth, spherical ball. But zoom in and you’ll find valleys drilled thousands of feet into the surface, and mountains shooting miles into the sky. There is a world of difference between glancing at a map and traversing the terrain.”

Non vi sembra che possa essere vero anche per le cose di tutti i giorni?

Osservare l’insieme è molto diverso dall’osservare il particolare.

 

Difesa

In oramai quasi trent’anni di onorata, insomma, quasi sempre, carriera mi sono convinto che una delle caratteristiche principali che deve avere una persona che gestisce altre persone sia quella di difenderle ad oltranza.

Questa difesa si esercita in forme diverse. Assumendosi la responsabilità di un errore anche quando questo non è stato commesso direttamente. Difendendole apertamente quando sono oggetto di attacchi o interferenze gratuite. Evitando che vengano oppresse da richieste provenienti dai cliente e che loro si sentono disposti ad accettare per non avere problemi.

Convinciamoci anche che il cliente non va difeso ad ogni costo. Se il cliente usa strumentalmente la relazione cliente/fornitore o esercita pressioni al di fuori della norma che il responsabile intervenga e lo rimetta al suo posto.

Sono tutte forme di sudditanza che devono essere superate se davvero vogliamo imparare a lavorare in maniere diversa e più serena.

Le tavole della legge

Da qualche tempo ho ricominciato a frequentare una palestra e, come ho già scritto qualche giorno fa, confermo che si tratta di un bacino antropologico di tutto rispetto.

Nella tarda serata di ieri sono rimasto colpito da un genere molto particolare di frequentatori che rappresenta la quasi totale maggioranza della popolazione della palestra.

Si tratta delle persone che si muovono all’interno degli spazi tenendo in mano i fogli che contengono il loro programma di allenamento. Non se ne separano mai nonostante, immagino, sia una lista che si ripete nel tempo.

Continuano ad avere gli occhi fissi su di esse. La leggono e la rileggono come se da un lato quel documento contenesse la verità e dall’altro avesse un non so che di taumaturgico rispetto alla realizzazione degli obiettivi.

È vero che per ottenere dei risultati sensibili devi seguire un programma adatto a te e che tu devi seguire in maniera molto precisa. Mi domando per quale motivo non siano in grado di memorizzare il contenuto ed evitare di circolare con questo insieme di fogli stropicciati e sudaticci.

È ben evidente che io non ho un fogliettino. Per fortuna sono ancora in grado di ricordarmi il programma che usavo qualche decina di anni fa quando giocavo a pallacanestro. Immagino di essere un animale raro all’interno della fauna attuale della palestra.

6.30

Questa mattina mi sono svegliato alle 5.00. Usuale routine del mattino e poi in macchina verso l’ufficio.

Mi fermo a fare benzina e prendere un caffè.

Entro in ufficio alle 6.30. Trovo il povero Roomba spiaggiato in cucina e lo rimetto nella sua base. Sommessamente emette un suono come a ringraziarmi di questo gesto.

Guardo fuori dalla finestra. Sta albeggiando.

In ufficio tutto è fermo. Le luci sono spente e per ancora un’oretta le terrò spente. C’è un silenzio molto rumoroso che mi circonda. Mi siedo alla mia scrivania, distendo i piedi sul bordo e metto il mio laptop sulle ginocchia.

Una playlist di Spotify mi tiene compagnia e a quest’ora non ho bisogno di usare le cuffie per ascoltare la musica che mi piace.

Comincio a farmi una idea del programma della giornata e posso occuparmi di leggere qualcosa che mi interessa personalmente.

Tra tre ore la giornata comincerà ufficialmente ma in questo momento mi sembra di avere guadagnato del tempo prezioso. Del tempo solo per me che non devo condividere con nessuno se non con me stesso.

Ho cominciato ad alzarmi presto, molto presto, quando devo venire in ufficio.

Fate una prova. A me sembra di guadagnare una mezza giornata.

Michelangelo Buonarroti

Michelangelo la sapeva lunga.

Occupandosi del progetto della Basilica di San Pietro ed in particolare della revisione del progetto originale si trovò a dire di volere portare la basilica a

minor forma, ma si bene a maggior grandezza

In fondo non sta tutto in questa affermazione.

Semplice, precisa, ineluttabile.

Facile.

Cambiamenti

Tutti i cambiamenti richiedono tempo, lacrime e sangue.

Che si tratti di cambiamenti personali o professionali non fa alcuna differenza. La sostanza non cambia.

Puoi intraprendere un percorso di cambiamento per i motivi più diversi. Le circostanze possono richiedertelo, può essere qualcosa che nasce spontaneamente dentro di te o potrebbe essere qualcuno a chiedertelo. La spinta non fa alcuna differenza nella sostanza.

Il processo, perchè di questo si tratta, è un percorso, non un semplice cambio di stato che avviene dall’oggi al domani.

Il cambio di stato risiede nel prendere la decisione di volerlo fare e nel maturare la costanza necessaria per sostenerlo nel tempo nonostante tutto.

In questo genere di cambiamenti non esistono low hanging fruits. Il raccolto arriva solo alla fine della stagione e al momento della semina non sei in grado di determinare quanta maturazione sia necessaria. Devi fare un atto di fede.

Allo stesso modo non puoi avere alcuna garanzia sulla reale presenza di un raccolto o sulla sua qualità.

Fedez e Chiara

Diciamo che l’età, la disponibilità di quattrini e una naturale tendenza alla spettacolarizzazione non li aiuta particolarmente ma, personalmente, ho trovato la proposta di matrimonio tra Fedez e Chiara o, come vorrebbe il galateo, tra Chiara e Fedez decisamente triste.

Per indole, carattere e formazione non ho grande dimestichezza nella manifestazione pubblica dei miei sentimenti e, probabilmente, anche l’età non aiuta a comprendere questo fenomeno.

Detto questo mi rimane il dubbio che al di là del l’intento vero ci sia una orchestrazione funzionale alla carriera dei nostri eroi.

Una combinazione di obiettivi reali e obiettivi di marketing miscelati sapientemente.

Ma, in fondo, saranno anche problemi loro.

In verità ancora mi rode il fatto che il pinguino abbia firmato autografi solo ai possessori del suo CD. Non ci sono più le rock star di una volta.

Il miglior studio di design

Seguo pigramente una polemica che verte a stabilire quale sia il miglior studio di design al mondo.

Fregnacce.

Il mio punto di vista è molto semplice: non esiste il miglior studio di design.

Esiste il miglior studio di design per te, cliente, nel particolare momento in cui ne hai bisogno.

È funzione della tua cultura aziendale, dei tuoi processi e metodi, del tuo settore e della tua situazione sul mercato in quel momento.

Tutto il resto sono chiacchiere da bar minuti prima dell’ora di chiusura.

Palestra

La fauna della palestra è fonte di grandi soddisfazioni.

Ho cominciato a frequentare una nuova palestra e ho già identificato diverse categorie peculieri che la frequentano.

Il narcisista

Il narcisista lo riconosci subito perchò non si allontana mai più di 3 metri da qualsiasi superficie che possa riflettere la sua immagine.

Ogni due minuti di esercizi ne passa tre a rimirare i suoi progressi nello specchio e a tastarsi i muscoli in divenire.

L’afflitto da FOMO

L’afflitto da FOMO (Fear Of Missing Out) non si separa un singolo istante dal proprio smartphone. Quale che sia l’esercizio che sta eseguendo ha elaborato una tecnica per potere osservare lo schermo del suo terminale e, spesso, ha anche escogitato un modo per continuare a digitare.

Il sociale

Questa è una categoria di frequentatori che è una derivazione proveniente dagli assidui frequentatori dei bar. Non fa un singolo esercizio durante tutta la sua permanenza in palestra ma si sposta da un capannello all’altro a chiaccherare amabilmente con gli altri frequentatori.

La truccatissima

Generalmente non più giovanissima si reca in palestra truccata come se dovesse andare alla prima del Teatro alla Scala. Stupefacente il fatto che i soggetti non sudino e che il trucco rimanga intatto quale che sia lo sforzo fatto.

La crisi di mezza età

Diciamo che è la categoria cui appartengo. Attempati cinquantenni che sperano di recuperare i fast di un tempo. Li vedi arrancare sugli attrezzi traballando sulla linea dell’infarto miocardico. A mia discolpa va detto che il mio fisico tutto sommato è molto al di sopra della media della categoria.

Il modello

Caratteristica peculiare del modello è la sua acconciatura che tiene di gran conto. Non passa un minuto che non si ricordi di sistemarsi il ciuffo. Altra nota peculiare è il fatto che è completamente griffato tanto da sembrare un testimonial di brand di successo.

L’uomo che geme

È uno che tenta di superare i suoi limiti aggiungendo pesi su pesi, spesso al di fuori della sua portata. Conseguenza diretta è che ad ogni sollevamento emette suoni gutturali degni di un Orangutan.

Il professionista

Il professionista è colui che ti osserva mentre ti fai gli affari tuoi e anche se sei un ex Mister Muscolo ha sempre qualche suggerimento da darti per migliorare la postura, l’esercizio, la frequenza o qualsiasi altro parametro che coinvolga l’attività agli attrezzi.

Questo il risultato della mia prima field research in palestra. In altre occasioni potrei parlarvi dello spogliatoio maschile che è un luogo che merita altrettanta attenzione.

Esperienza, questa sconosciuta

Scopro che con il nuovo aggiornamento del sistema operativo il mio miracoloso Samsung S7 Edge supporta (alla buon’ora) Samsung Pay.

Ottimo, mi dico. Proviamolo subito.

Lancio l’applicazione sul terminale la quale ignora che in Svizzera si parla anche Italiano e per questo mi rimane solo il Francese ed il Tedesco. Scelgo il tedesco confidando nel santo traduttore di Google.

C’è un unico bottone sulla pagina. Lo premo e viene aperto il browser, sempre in Tedesco, che mi invita a registrarmi per il servizio. Ubbidiente lo faccio.

Al termine della procedura vengo ringraziato per l’operazione e vengo invitato ad attendere una comunicazione da parte di Samsung. Sì, ma come? Non viene detto. Mi auguro che le divinità ctonie che governano il servizio si prendano cura di me.

Pochi minuti dopo arriva un messaggio di posta elettronica che mi indica i passi successivi. Crea un account Samsung, apri qui, clicca là e poi lancia di nuovo l’applicazione Samsung Pay.

Rilancio l’applicazione la quale mi richiede che account Samsung voglio utilizzare. Ma come? Quello che ho usato quattro secondi fa, ovvio. No, lo devo dire esplicitamente perchè è risaputo che ognuno di noi ha almeno sette account Samsung tra cui scegliere.

A questo punto l’applicazione scarica alcuni componenti misteriori e si procede nella fase di setup. Mi viene richiesta l’autenticazione con impronta digitale, il PIN del dispositivo e mi viene chiesto di creare un altro PIN. Diciamo che data la natura della applicazione ci può anche stare ma il processo è tutto meno che intuitivo.

Alla fine, finalmente, posso registrare una carta di credito da utilizzare. Provo con la prima… niente, l’istituto non supporta Samsung Pay, provo con la seconda. Stesso risultato. Provo con la terza. Idem come sopra.

Finite le carte di credito mi ritrovo ad avere regalato a Samsung una chilata di dati personali e ad avere installata una applicazione inutile.

Ovviamente sul sito nessuna parola su quali siano gli istituti supportati da Samsung Pay in Svizzera.

Sarà per la prossima volta.

Come uccidere le buone idee alla nascita. Si fa per dire, neh.

Quasi quasi…

Quasi quasi ricomincio ad occuparmi di questo esperimento.

Dopo un paio di mesi “sabbatici” mi sta tornando la voglia di popolare questo spazio con nuove ed avvincenti fregnacce che raggiungereanno i soliti cinque lettori.

Come sempre, serve più a me che a voi.

Fatevela bastare.

Giannutri ed i 300

Qualche tempo fa avevo scritto del fatto che sull’isola di Giannutri non potessero sbarcare più di 300 visitatori giornalieri e di come questo, secondo la mia personalissima opinione, fosse già troppo.

Leggo oggi che questo limite è stato eliminato:

L’Isola non avrà più regime contingentato pertanto l’accesso sull’isola non sarà più ristretto nel periodo estivo a 300 persone al giorno. Aumentando il livello di sorveglianza infatti è venuta meno la necessità del contingentamento e delle disposizioni   ad esso connesse, misura di tutela che fu decisa nel 2009.

È quindi possibile che sull’isola arrivino molti più visitatori di quanto non accadesse in passato.

A occhio e croce non mi sembra una grandissima idea ma sono certo che un razionale ci dovrebbe essere. Mi domando quale sia.

Ho il sospetto che la naturale ritrosia dei giannutrini nei confronti dei turisti mordi e fuggi sia destinata ad aumentare. La prossima estate sarà interessante.