Il treno sbagliato

Stavo viaggiando su un treno tutto sommato comodo. Erano ormai una decina d’anni che stavo su quel treno. Conoscevo tutti i passeggeri ed il personale che lo faceva muovere. La destinazione era certa ed il viaggio tutto sommato ancora entusiasmante nonostante il passare degli anni.

Ad una stazione si avvicinò un amico e mi disse che se volevo stava per passare un altro treno. Un treno molto più bello, veloce ed efficiente. Su quel treno potevano salire solo passeggeri di alta classe e lo stesso personale che lo guidava veniva reclutato solo ed esclusivamente tra i migliori talenti nel mondo. 

Passai diverso tempo a guardare quel treno da fuori ed in qualche occasione mi fu permesso di salire a bordo per capire come fosse fatto al suo interno.

Confesso che mi sembrò magnifico tanto che quando risalivo sul mio venivo assalito dalla tristezza.

Alla fine mi decisi. Il treno nuovo era troppo bello per essere perso. Dovevo salire a bordo a tutti i costi.

Quando salii a bordo la prima volta con il titolo di Capotreno ero molto eccitato e molto fiero. Qualcuno aveva scelto me per condurre quel treno verso nuove stazioni. Era certamente l’inizio di un viaggio meraviglioso. E così fu, almeno per i primi chilometri del viaggio.

A bordo del treno capii realmente come funzionava. Il treno era sì un bellissimo treno, ma lo era solo dall’esterno. La forma del treno era innovativa e futuristica ma al suo interno il motore era la solita vecchia ferraglia comune a tutti gli altri treni. Anche gli interni erano posticci nonostante il tentativo di renderli lussuosi e luccicanti.

Cercai di fare in modo di condurre quel treno nel migliore dei modi nonostante le sue condizioni e per qualche tempo ci riuscii. Fu un grande successo tanto che pensai di esserci riuscito. Non era così.

Un giorno di Giugno venni abbandonato in una stazione in mezzo al deserto. Mi lasciarono da solo in mezzo al nulla.

Confesso che fui disperato. Mi sedetti lungo i binari e piansi. Come farò ora? Non ho più un treno da condurre e non ho stazioni vicine. Come potrò trovare un altro treno su cui salire?

Sentii un rumore lontano. Sembrava essere un altro treno che si stava avvicinando. 

Ne fui sorpreso perchè pensavo che quei binari fossero dedicati esclusivamente al treno luccicante dal quale mi avevano appena fatto scendere. Non era così. Un treno si stava davvero avvicinando, lentamente.

Era un piccolo trenino Svizzero tutto rosso. Nonostante il suo passo lento aveva un aspetto seducente. Il motore non era nascosto da una lucente carrozzeria ma era visibile ad occhio nudo. Faceva rumore e spingeva il treno con costanza e dedizione nonostante le continue salite. 

Dal finestrino della locomotiva si affaccio colui che quel treno lo aveva costruito e mi disse: “Senti, io questo treno lo ho costruito. Non so dove andrà a bordo c’è posto e abbiamo bisogno di un nuovo capotreno. Ci vuoi salire?”

Non esitai un istante e salii a bordo.

Quello sì che era un treno di tutto rispetto. Piccolo ma di una solidità eccezionale. Il personale di bordo era quanto di meglio si potesse immaginare di avere ed anche i passeggeri nutrivano per noi un rispetto totale. 

Mi compiacqui di questa differenza rispetto al treno che mi aveva abbandonato.

Da allora quel treno ne ha fatta di strada. Il motore è sempre ben visibile dall’esterno. È diventato un motore potente che permette al treno di aggredire le salite più impegnative senza la minima difficoltà. Il personale di bordo è andato via via aumentando e abbiamo raggiunto insieme stazioni che non avremmo mai immaginato di potere visitare.

Il treno è sempre in viaggio e si appresta a cambiare scartamento e destinazioni. Il motore è sempre in vista ed è più luccicante di prima. Si tratta di luccichio di materiale pregiato, non di materiale di scarto pitturato di una vernice lucente.

Sono sempre il capotreno e ne sono molto fiero. Non posso fare altro che ringraziare coloro che mi hanno abbandonato nel mezzo del nulla nonostante continui a pensare che siano ferrovieri di poco spessore.

Cogl…e, Cogl…e, Cogl…e (cit.)

Quanti voi ricordano il film Quattro Matrimoni ed un Funerale?

C’è una scena nella quale Charles si ritrova a dire:

Perdonami, Signore. Perdonami per le parole che sto per pronnciare nella Tua dimora. In questo sacro luogo di venerazione e preghiera… Coglione… Coglione… Coglione coglione coglione coglione.

Ecco, se la ricordate non faticherete ad immaginare me davanti alla porta di casa intorno all’una di notte mentre pronunciavo esattamente la stessa serie di epiteti verso mè medesimo.

Salgo sul traghetto alle 4 del pomeriggio, arrivo a Porto Santo Stefano alle 17.15 e subito mi dirigo verso Milano. Viaggio tranquillo fino a Viareggio dove inizia la coda per entrare sulla A12. Altra coda sul raccordo tra la A12 e la A1 come da manuale e finalmente parcheggio la macchina davanti casa intorno a mezzanotte.

Acchiappo la borsa pregustandomi il frescuccio del mio letto, comincio a salire le scale che mi portano alla porta di ingresso di Fort Knox e vado ad aprire le varie serrature.

Terminato con l’ultima afferro la maniglia della porta, la giro e spingo per aprire. Nulla, non si apre.

Guardo le chiavi, guardo la porta e poi la vedo. La serratura dimenticata… quella che si chiude una volta all’anno. Quell’unica volta che è esattamente questa.

Ed io non ho la chiave!

Ora, è lecito domandarsi per quale motivo io non abbia copia di tutte le chiavi di casa mia. Ve lo starete domandando e soddisfo immediatamente la vostra curiosità. I motivi sono principalmente due:

  • Il primo è che abbiamo una quantità di chiavi enorme. Non so quale ne sia la ragione ma sospetto che il precedente proprietario fosse un emulo di San Pietro. Le chiavi sono tante, pesano ed anno la naturale tendenza a deformare le tasche dei pantaloni e delle giacche. Cosa che io detesto.
  • Il secondo motivo risiede in un regalo di Natale. Anni fa mi è stato regalato un portachiavi. Quando lo vidi dissi subito tra me e me: “In quest’affare tutte le chiavi di Fort Knox non ci stanno”. Avevo ragione. Ho così fatto una selezione delle chiavi strettamente necessarie a garantirmi l’accesso a casa in tempi “normali” e ho depositato il resto in cassaforte. Ovviamente la chiave necessaria a sconfiggere l’ultima barriera tra me ed il mio letto è tra queste. Immagino vi starete chiedendo perchè non hai lasciato nel cassetto il portachiavi che non andava bene. Il motivo è semplice. Era un regalo di mia moglie e non volevo dare l’impressione che non mi fosse piaciuto. Questo vale 100 punti moglie ma è parte del problema che ora devo risolvere.

Realizzo che sono chiuso fuori di casa.

Le uniche chiavi che possono aprire quella porta si trovano a Giannutri con mia moglie, in Sardegna con mio cognato e nella cassaforte di casa.

Mi siedo con la schiena contro la porta ed inizio una liturgia che credo sia il caso di non riportare tra queste righe.

Terminata la funzione, che ovviamente non ha prodotto alcun risultato tangibile, analizzo le possibili soluzioni:

  1. Risalire in macchina, tornare a Porto Santo Stefano, salire sul traghetto e andare a Giannutri a prendere il mazzo di chiavi e fare lo stesso procedimento al contrario.
  2. Aspettare la mattina e vedere se qualcuno da Giannutri oggi si muove verso Milano e chiedere la cortesia di portarsi appresso le chiavi.
  3. Cercarsi un albergo e aspettare tranquillamente che arrivi Venerdì quando tornerò a Porto Santo Stefano a riprendere moglie e prole.
  4. Chiamare un fabbro e fare scassinare la porta blindata.
  5. Acquistare un bazooka sul mercato nero ed abbattere la porta.

Considero pro e contro di ogni opzione con tanto di swat analisys e alla fine convengo che la soluzione 3 sia la migliore.

In fondo vestiti ne ho, non ho incontri particolarmente formali nella settimana, ho con me il mio iPad Pro con la tastiera che sopperisce egregiamente alla mancanza del mio Mac ed evita sbattimenti inutili.

Ora sono a Como sul bordo della piscina dell’albergo e credo di avere fatto la scelta giusta.

Tutto sommato è quasi un’altra settimana di vacanza. Almeno sembra.

Non è sempre un paradiso

Giannutri ha sempre quest’aura di paradiso in terra in cui tutto è perfetto.

Succede che un anziano signore venga colto da un malore durante la notte e non ce la faccia a superare la nottata.

Anche in questo caso sull’isola tutto si amplifica e, per assurdo, rallenta. L’attesa di un medico legale dalla terraferma e tutto il circo equestre che circonda qualsiasi decesso anche in contesti più preparati.

Uno strano silenzio sull’isola. In particolare quando per l’ultima volta quella persona sale sulla barca che lo riporta sulla terraferma.

Tutta l’isola sul molo, gli occhi bassi. Tutte le barche in silenzio e con il motore spento.

Il traghetto parte e, dopo qualche centinaio di metri, si ferma davanti alla abitazione della persona. Rimane immobile per un minuto, quasi volesse dargli il tempo di salutarsi un ultima volta. Prima di ridare potenza ai motori un lungo suono di sirena. Oggi la sirena ha un suono molto triste.

Guardo la barca allontanarsi e casualmente penso che anche la mia vacanza è finita.

Oggi non è stato un giorno in paradiso.

Dittatori

L’iconografia dei dittatori è sempre fonte di grande ispirazione e sonore risate.

Uno in particolare non finisce mai di farmi porre delle domande.

Kim Jong-un, leader supremo della Corea del Nord è uno di questi.

Ecco, aprite il browser e cercate su Google “Kim Jong-un”. Non appena avrete visualizzato la pagina dei risultati della ricerca cliccate su “Immagini” e guardate tutte quelle fotografie del dittatore nelle quali non è da solo.

Noterete che in tutte le immagini, al di là degli sguardi adoranti, noterete che c’è sempre qualcuno che sta scrivendo su un taccuino.

Ecco, ogni volta che vedo una di queste immagini io mi domando: ma che cosa starà mai scrivendo?

Davvero, pagherei per poterlo sapere. Almeno una volta.

Giannutri

Domattina si parte alla volta di Giannutri per un paio di settimane di vacanze.

È uno dei momenti dell’anno che aspetto con maggiore entusiasmo nonostante Giannutri sia, ormai, una meta ricorrente.

Giannutri e’ un’isola, piccola, anzi piccolissima.

Durante l’inverno ci sono qualcosa come 11 residenti e durante l’estate si arriva più o meno un centinaio di persone.

Sull’isola non ci sono strade e, di conseguenza, non ci sono veicoli. Non ci sono negozi a parte un piccolo spaccio di generi alimentari che, anche lui, si adatta alla natura dell’isola. Puoi provare a ordinare qualcosa da terra, ma non è detto che arrivi. Puoi ordinare della pasta con un brand particolare, ma arriverà solo della pasta. Giannutri è fatta così, ed è questo che mi affascina.

Per certi versi è una esperienza estrema.

Non avrai a disposizione nulla che tu non ti sia portato dalla terraferma.

In genere alle 11.00 arriva una barca con un pieno di persone che, in classico stile mordi e fuggi, visiteranno l’isola sino alle 14.00 quando la barca li riporterà ai loro hotel.

I residenti li chiamano “i turisti” e badano bene a starne alla larga. Come animali sospettosi si rintanano nelle loro case sino a che “i turisti” non se ne sono andati lasciando dietro di loro i resti della loro permanenza.

A Giannutri il tempo rallenta e senti tutti i rumori dell’isola.

A Giannutri c’è scarsa connettività e anche una sola telefonata e decisamente una impresa. Anche questo gioca a favore del clima dell’isola.

Di notte, fa buio. Quel buio vero, scuro e profondo che rivela una quantità enorme di stelle. Quelle stelle che sono sempre lì ma che in città ti dimentichi che esistono.

Giannutri ti costringe a staccare quali che siano le tue intenzioni. È questo il fascino dell’isola.

Anche io ho intenzione di staccare la spina. Telefono riposto nel cassetto, niente computer se non il mio iPad per potere continuare questo esperimento. Farò come se la posta elettronica non fosse mai stata inventata. Andrò a pesca con i ragazzi e mi girerò l’isola in barca lasciandomi cullare dalle onde.

Ozio, questo è l’obiettivo.

Domenico Mondelli

Capita di imbattersi in vite incredibilmente straordinarie che hanno il pregio di farti guardare al tuo paese con occhi diversi e di farti chiedere dove sia finito lo spirito vissuto durante quegli eventi.

Domenico Mondelli è stato un Generale di Corpo d’Armata del Regio Esercito. Iniziò la sua carriere militare con i Bersaglieri, conseguì il brevetto di pilota nel 1914 e fu la duecentesima persona ad ottenerlo nel mondo. A quel tempo l’aeronautica militare ancora non esisteva e i pochi piloti, con i loro apparecchi, erano inquadrati tra le fila del Genio Militare.

Con la costituzione del Corpo Aeronautico Militare nel 1913 divenne comandante della 7a Squadriglia di Bombardamento al momento della sua costituzione nel 1916.

Si guadagnò sul campo tre Medaglie d’Argento al Valor Militare, due Medaglie di Bronzo al Valor Militare, una Croce di Guerra al Merito e altre onoreficenze.

Si oppose più volte alla discriminazione subita dal governo fascista facendo ricorso ben quattro volte al Consiglio di Stato ottenendo esito favorevole in ogni occasione.

Fin qui nulla di strano. Sembrerebbe la specchiata carriera di un militare di prim’ordine.

Certo, non foss’altro che Domenico Mondelli, nato Wolde Selassie, era un uomo di colore adottato (in realtà non fu mai adottato, ma questa è un’altra storia) da un Tenento Colonnello di Parma, Attilio Mondelli.

Al momento della sua uscita dalla Regia Accademia Militare di Modena servì nei Bersaglieri che ancora una volta si dimostrarono capaci di superare qualsiasi ostacolo di carattere razziale, così come avevano fatto con Michele Amatore, altro militare di colore.

Ecco, mi domando, quel paese dove è finito?

Per chi volesse approfondire è uscito l’anno scorso un libro scritto da Mauro Valeri intitolato “Il generale nero. Domenico Mondelli: bersagliere, aviatore e ardito”.

Che poi, “bersagliere, aviatore e ardito” sono di già una avventura in tre parole.

L’algoritmo

In questi giorni monta la protesta degli insegnanti contro i trasferimenti della scuola dovuta alla normalizzazione dei loro contratti di lavoro.

Mentre sono in macchina e guido verso lo studio sento su Radio24 che:

“Il processo di scelta delle destinazioni è gestito da un algoritmo che in funzione di una serie di variabili e parametri decide le destinazioni dei docenti. Certo è che con un insieme di 200.000 (sic. duecentomila) posizione da analizzare e incrociare l’algoritmo può avere dei problemi”

Non proprio testuale ma questo era il senso. Oltretutto in un momento della trasmissione l’algoritmo è diventato logaritmo.

Sorrido tristemente.

No, davvero un sistema che deve gestire 200k record attraverso un algoritmo, per quanto complesso, possa avere dei problemi? Nel 2016?

Dai, su. Siamo seri.

Non tutti possono avere una laurea in informatica e comprendere la dimensione farsesca di questa affermazione ma, se sei un giornalista, magari informati se questa può essere una tesi sostenibile.

Non più tardi di un anno fa parlavo con un amico che si trovava a gestire degli ipercubi contenenti informazioni sulla gestione di parti di ricambio di una casa automobilistica non Italiana e ho visto come quel motore fosse in grado di gestire decine di milioni di recordo in tempi sotto il secondo. E questo con tutte le regole di riclassificazione impostate per l’ipercubo.

200000 record oramai li gestisce anche il mio foglio Excel sul mio Mac, e non devo nemmeno andare a prendere un caffè nell’attesa.

Diciamo piuttosto che chi doveva scrivere l’algoritmo e implementarlo su un sistema non è stato in grado di farlo secondo gli standard del 2016.

Classificazione: fregnacce e disinformazione.

Il manuale dell’ingegnere

Quando ero un nano settenne uno dei miei passatempi preferiti era quello di raggiungere lo studio di mio padre e mettere le mani sulla sua copia del Manuale dell’Ingegnere.

Ho un ricordo molto preciso di quel volume edito da Hoepli.

Era pesante per le mie mani di bambino, una copertina marrone in similpelle e una sovracoprtina rigida. Era molto grande, aveva una quantita’ infinita di pagine di una carta meravigliosamente leggera che faceva un rumore sottile quando giravi le pagine.

Vedevo scorrere pagine intere di formule, simboli e grafici e avevo la convinzione che attraverso la loro conoscenza avrei potuto costruire qualsiasi cosa immaginavo.

Lo ho cercato nuovamente online nella sua versione corrente e confesso che ha perso tutto il suo fascino. Forse sono io che sono cresciuto e certamente i materiali sono cambiati ma, maneggiandolo in libreria, mi ha dato tutt’altre sensazioni.

Per fortuna una delle copie che erano nello studio di mio padre si e’ salvata e ora fa bella mostra di sé sulla scrivania del mio ufficio. Insieme a lei c’è un pochino di papà.

La circolazione delle idee

Sono sincero quando dico che il Movimento 5 Stelle non gode particolarmente dei miei favori. Le motivazioni esulano dal contenuto di questo scritto e quindi vado diritto al punto che mi interessa.

Virgina Raggi, neo sindaca di Roma, ha utilizzato fonti esterne nella stesura del suo programma per il governo della Capitale. Qui la “notizia”: Corriere della Sera

In particolare viene accusata di avere copiato da:

  • atti della conferenza programmatica della Federazione dei Verdi.
  • atti e pubblicazioni della Agenda Digitale.
  • atti e pubblicazioni degli Stati Generali dell’Innovazione.

Quindi? Dove sarebbe il problema?

Cito testualmente dall’area “Il progetto editoriale” del sito della Agenda Digitale:

Lo scopo è creare un luogo per accompagnare i passi dell’Italia verso la necessaria rivoluzione digitale. Agendadigitale.eu non seguirà quest’evoluzione nel day by day, perché lo scopo non è l’aggiornamento puntuale sui fatti bensì la ricostruzione di un senso complessivo. Può servire a capire quello che sta cambiando davvero, nella struttura del nostro Paese che cerca di abbracciare il digitale. L’ambizione, anche attraverso i nostri Protagonisti che credono nel progetto, è provare a incidere sull’agenda politica. Per migliorare la normativa e individuare gli intoppi nella sua realizzazione.

Le idee sono fatte per circolare e per essere adottate. Lo scopo e’ farne perdere la proprietà a favore della comunità.

Il resto sono chiacchere strumentali.

Io stesso quando parlo a conferenze che trattano di innovazione spero che le mie idee vengano adottate da altri che le facciano proprie.

Se proprio vogliamo essere puntigliosi diciamo che la mancanza della neo sindaca è non avere citato le fonti e dato il credito che le idee meritavano. Certo, cosa non da poco.

Pescare

Da ragazzo andavo a pesca con i miei amici. A occhio e croce direi che sono passati una trentina d’anni dall’ultima volta che lo ho fatto seriamente.

Allora ricordo chiaramente che c’erano due o tre tipi di canne di pesca, altrettanta poca varietà di fili ed ami e lo stesso per quanto riguarda i mulinelli.

Si tornava comunque a casa con la soddisfazione di buone catture e tanto divertimento.

Tra poco tornerò a Giannutri per le vacanze con i bambini. Loro hanno espresso il desiderio di provare a pescare.

Sono quindi andato in un negozio specializzato per comprare un pò di attrezzatura.

Un incubo. Oramai la specializzazione è totale.

Ci sono una infinità di canne da pesca dei più diversi materiali e per ogni tipo di condizione d’uso. Dalla spiaggia, dalle rocce, per lo spinning, il bolentino, il carp fishing, il rock fishing e altre decine di cose di cui ho dovuto documentarmi su internet per capire di cosa si trattava.

Lo stesso per ogni singolo altro accessorio. Dalla lenza, al terminale, al mulinello, agli ami. Per non parlare delle esche artificiali che sembrano costruite per un singolo pesce a cui, forse, puoi anche dare un nome di persona.

Pensavo di cavarmela in una mezz’ora e invece ci sono rimasto per due ore.

Uscendo consideravo che comunque anche 30 anni fa si pescava senza grosse specializzazioni verticali e mi sono domandato quanto fosse innovazione e quanto, invece, fosse marketing.

Vedremo a Giannutri se il paniere sarà più nutrito di quando ero ragazzo.

La chitarra

Quella Fender Telecaster la avevo cercata a lungo. La volevo usata perchè mi sono convinto che gli strumenti usati hanno qualcosa in più. Una storia fatta di note e colori, sogni e aspettative.

Dopo qualche mese di attesa la ho trovata e non ho esitato un attimo a portarla a casa. È diventato il mio strumento preferito per qualche tempo per poi lasciare il passo ad altre chitarre che sono arrivate nella già numerosa famiglia.

Una sera la ritrovo scheggiata da un colpo di aspirapolvere. Per qualche secondo mi ritrovo a pensare a chi sia il colpevole e quale sia la punizione migliore da infliggere per questo oltraggio.

Mi passa subito.

Penso che alla fine questo non è altro che un altro evento nella storia di questo strumento e che lo caratterizza per il suo vissuto.

Ritorna ad essere il mio strumento preferito, fino al prossimo innamoramento.


Le scarpe e zio

Mio zio era un colonnello dell’Esercito Italiano in congedo.

Senza ombra di dubbio era il mio eroe preferito. Aveva fatto la guerra, era stato prigioniero degli inglesi in India, era stato sfiorato dallo scandalo della Rosa dei Venti per poi dedicarsi ad avventure professionali altrettanto eccitanti per un ragazzino di sei anni.

Per quello che potevo cercavo di frequentarlo il più possibile spingendolo a raccontarmi quelle sue storie fantastiche.

Ricordo che aveva una cura maniacale per le sue scarpe.

Le posava sul tavolo della cucina deopo avere disposto un foglio di giornale a proteggere la superficie e cominciava ad occuparsene.

Una spazzola per togliere la polvere, spazzole di colore diverso per ogni tipo di cuoio. Un lucido da scarpe di marca inglese cui si doveva dare fuoco nel barattolo per sciogliero un pochino prima di usarlo. Un panno per ogni colore da usare dopo avere steso il lucido. Il controllo finale per verificare il buono stato dei lacci e le forme tendiscarpe che, secondo la sua opinione, erano fondamentali per l’eleganza della calzatura.

Io ho passato tanto tempo osservandolo compiere questo rito ogni sabato mattina.

Adesso faccio lo stesso con le mie scarpe, almeno quelle che me lo permettono.

In quei minuti mi immagino che zio Rolando sia lì ad osservarmi. Chiacchieriamo e ci lasciamo con il nostro consueto abbraccio.

Quando ripongo le scarpe all’interno della scarpiera, sorrido sempre.

Autovelox

In un lungo rettifilo vicino a casa mia c’è un autovelox.

Lo avevo notato sin dal primo giorno in cui ero venuto a vedere la casa che è poi diventata casa nostra.

Ecco, in quel punto il limite di velocità è di 50 Km/h.

Ora, cari concittadini, mi spiegate per quale oscuro motivo tutti, consistentemente, passate davanti a quel controllore elettronico della velocità a non più di 40 Km/h.

L’unica spiegazione che mi sono dato sino ad ora è che abbiate veramente poca fiducia nella trasparenza della nostra amministrazione comunale. Sono sicuro che pensate che per fare cassa la vera impostazione della macchinetta è di 40 Km/h.

Non c’è altra spiegazione.

Il server

Piccoletto: “Mi aiuti a creare un server Minecraft? Ho visto su internet che ci sono dei servizi gratuiti.”

Io: “Per quale motivo vorresti creare un server Minecraft?”

Piccoletto: “Per invitare i miei amici a giocare e perchè in un server tutto mio posso decidere cosa succede nel mio mondo.”

Io: “Capisco. E cosa non ti piace nei server sui server su cui giochi ora come utente?”

Piccoletto: “Che non sono io a decidere le regole del gioco”

Cristallino, direi.

Inutile dire che ora il Piccoletto ha il suo server Minecraft.

Il successo

Oramai prossimo alla soglia dei cinquanta anni ripenso a cosa significhi “avere successo” e a come questa definizione sia mutata nel corso degli anni.

In passato legavo il concetto di successo alla realizzazione di obiettivi personali. Cose del tutto inutili come diventare dirigente, guadagnare una determinata quantita’ di denaro e via dicendo.

Molto è cambiato da allora. Sono cambiato io, è cambiata la mia vita, sono cambiate le mie priorità e, non ultimo, il mondo che mi circonda è cambiato.

Mi ritrovo quindi nella condizione di definire che cosa sia ora il successo per me.

Presto detto.

Il successo per me ora si descrive così:

  • Avere l’opportunità di lavorare in un luogo dove desidero lavorare e non perchè costretto da ricatto, minaccia o corruzione.
  • Avere la fortuna di lavorare con persone di talento. Un talento che non si esprime solo nella loro capacità professionale ma anche in ambiti non strettamente lavorativi.
  • Avere il privilegio di potere dire di no quando lo trovo giusto.
  • Avere il tempo necessario da dedicare alla mia famiglia.
  • Avere il tempo necessario da dedicare a ciò che mi diverte in ambito non lavorativo.

Infine il mio successo è stato anche essere professionalmente strapazzato malamente, e senza ragione.