Il locale dei rifiuti

Nel luogo in cui vivo il locale dei rifiuti si trova in un luogo molto poetico. Ad una decina di metri dal cancelletto che versa sulla strada si trova a poca distanza dalle rive del lago.

Questa mattina scendo a buttare la spazzatura, tutta puntigliosamente separata in umido, carta, plastica e resto del mondo.

Esco dal locale chiudo la porta. Dopo avere percorso cinque dei dieci metri che mi separano dal cancelletto che mi permette di rientrare in casa sento una macchina che si ferma. Non inchioda ma fa abbastanza rumore perché io mi fermi per osservare quello che sta succedendo.

Un signore sulla settantina abbassa il finestrino e mi apostrofa con un “Devi stare a casa, cazzo!”.

Scuoto la testa senza replicare e me ne torno in casa mia. Ho rispettato l’imperativo categorico che mi è stato imposto dal veccchietto e ho evitato una discussione che si sarebbe rivelata del tutto inutile.

Ma che vi prende?

Siete diventati tutti sceriffi?

Ecco, questa cosa a me comincia a fare più paura del coronavirus.

Certo è che se il governo continua a scrivere decreti ed ordinanze cerchiobottiste senza avere il coraggio di una posizione ferma e rigorosa questi sono i risultati. Sorrido mentre leggo le ultime norme. Mi sembrano scritte da qualcuno che cerca di salvare capra e cavoli. Non si può. La capra mangerà il cavolo e poi morirà.

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