Design world

Il mondo che circonda l’industria del design, digitale e non, è estremamente variegato e, in molte occasioni, fuffoso nella migliore delle ipotesi, criminale in altri casi.

Capitano due episodi.

Il primo è una discussione che nasce su un famoso sito che chiacchiera di design e che chiameremo grandesitodidesign.com . Uno dei tanti sedicenti guru della disciplina afferma che tutto ciò che scrive grandesitodidesign.com non ha alcun valore e che sono solo dei prezzolati pennivendoli.

Il secondo episodio vede lo stesso guru esaltare grandesitodidesign.com quando parla molto benevolmente di una delle creazioni del grande studio di design cui lui appartiene.

Diciamo che tra i due, per esperienza diretta, io tenderei a salvare grandesitodidesign.com e butterei dalla rupe guru e grande studio di design.

I due episodi sono avvenuti molto tempo fa e a grande distanza l’uno dall’altro.

Terremoto (reprise)

Pensavo che il picco di stupidaggine postate sui social network si fosse esaurito con la giornata di ieri.

Purtroppo devo constatare che non è così. Il trascorrere del tempo e la sua evidente disponibilità oltre che la prossimità ad una tastiera e ad una connessione internet hanno generato nuovi mostri.

Persone che si indignano e si scagliano lancia in resta contro i bersagli più disparati. Questi, in fondo, potrei anche capirli. Creare notizie artefatte può essere utile per i proprio scopi personali. Bassa strategia, sebbene comprensibile.

Quello che mi lascia veramente perplesso è lo stuolo di persone che si aggregano senza manifestare spirito critico, fosse anche qualche semplice ricerca su Google.

Mi sono convinto che l’importante è indignarsi, ma indignarsi su Facebook che se la propria quotidianità viene coinvolta poi è un casino.

Che cosa triste.

Il terremoto

Ancora una volta la terra si è scossa e centinaia di persone hanno perso la vita e migliaia sono rimaste senza casa.

Anche in questo momento terribile i Social Media, ed i media in senso più generale, hanno dato il meglio di sè.

Qualche mia osservazione su quello che ho letto e visto o, non letto e non visto.

Cose che mi hanno lasciato perplesso e inorridito:

  • I grandi giornali online hanno dimostrato per l’ennesima volta la loro totale inutilità. Se mi capitasse di volere informazioni su un evento catastrofico sarebbero i primi siti che tenterei di visitare per avere informazioni aggiornate. Sui loro siti non è comparso nulla se non ore dopo l’accaduto. I siti stranieri sono stati addirittura più reattivi di quelli nostrani.
  • Lo stuolo di quelli che si sono precipitati ad affermare “siete nelle nostre preghiere” si è subito manifestato. Tentativo inutile di dire che “ehi, ci sono anche io nonostante ci siano centinaia di persone realmente sofferenti”. Datti da fare, dona il sangue, manda generi di prima necessità o metti semplicemente mano la portafoglio. Sarebbe più efficace.
  • I vari politici non hanno perso tempo a strumentalizzare l’accaduto secondo le necessità del momento. 
  • I media televisivi hanno raggiungo livelli di bassezza mai visti prima. Lasciatemi dire che tentare di intervistare una persona sotto le macerie merita la deportazione immediata in qualche landa desolata e dimenticata da Dio. Lo stesso vale se chiedi “E adesso cosa farete?”.
  • Qualche genio, idiota e ignorante, ha sostenuto che i terremoti sono una punizione divina dovuta alla approvazione della legge sulle unioni civili. 
  • Qualcuno ha avuto il coraggio di farsi dei selfie con alle spalle le macerie di un paese distrutto.
  • I siti del governo sono risultati irraggiungibili a causa dell’elevato traffico che hanno dovuto sostenere. Ma va, davvero? Ecco io ritengo che questa sia una cosa davvero criminale.
  • I soliti fessi criminali del “si poteva prevedere” si sono manifestati in tempo prossimo allo zero.

Cose che mi hanno colpito:

  • I social media hanno giocato comunque un ruolo decisamente notevole in termini di organizzazione della raccolta di aiuti. Il loro fattore di amplificazione in questo caso ò stato molto utile.
  • I social media hanno dato quelle informazioni che i siti istituzionali non sono stati in grado di dare. Vedi sopra.
  • Siamo un popolo usualmente indifferente a qualsiasi cosa ma in questi casi la macchina umana che si attiva è sempre di una generosità assoluta.
  • Alla fine, nonostante tutto, i radioamatori hanno contribuito sostanzialmente nel mantenimento dei collegamenti.
  • Twitter non è morto, anzi. E’ stato il primo a reagire in tempo praticamente zero.

Non ho volontariamente fatto nomi dei responsabili dei misfatti di cui sopra per scelta. Nel caso vogliate trovarli Google vi sarà di grande aiuto. Io personalmente non volevo contribuire a generare altro rumore.

La chitarra in albergo

Durante queste vacanze mi ero ripromesso di suonare un pò di più.

Non sono riuscito a portarmi la chitarra a Giannutri per evidenti problemi logistici e quando sono rimasto chiuso fuori di casa ho pensato che non avrei potuto metterci mano prima del ritorno del resto della famiglia.

Sono arrivato in ufficio e ho visto la mia Stratocaster “Blackie” che faceva bella mostra di sè insieme all’amplificatore Bugera e ho pensato che avrei potuto usare quelli.

Me li sono caricati in macchina e ora stanno nella mia stanza d’albergo.

Alla fine e nonostante tutto riesco anche a suonare un pò.

Sbranato vivo (da Internet)

Antefatto: un amico lontano scrive una emerita fesseria, sessista ed offensiva, sulla ricevuta della carta di credito di un bar. Gesto decisamente inqualificabile dato il tono ed il contenuto dello scritto. Io stesso non esiterei a censurarlo e cancellare la persona dal novero delle mie amicizie se non lo conoscessi personalmente.

Anche io ho scritto e detto cose di cui mi sono poi pentito, sebbene non al livello raggiunto dalla persona di cui sto parlando.

La persona di cui sopra vive in una piccola cittadina e la destinataria del messaggio lo racconta ad una sua conoscente e le mostra il corpo del reato, la ricevuto con tanto di nome e cognome dell’autore.

Si scopre che la comunità di baristi della piccola cittadina è una piccola gilda molto ben organizzata che si dà sostengo vicendevolmente in supporto a chi ha bisogno di aiuto. Ovviamente, e giustamente, la gilda si attiva a protezione della persona offesa e viene pubblicato un post su Medium che riporta tanto di nome e cognome della persona, foto della ricevuta incriminata e località in cui è avvenuto il misfatto.

Medium stessa interviene e chiede di rimuovere il post che viola Termini e Condizioni del servizio pubblicando informazioni sensibili su una persona.

Purtroppo il post è già diventato virale e comincia a diffondere. Lo tsunami di materiale organico si sta già alzando e dopo solo 24 ore è inarrestabile.

La visibilità dell’accaduto diventa nazionale e le reazioni sono evidenti.

Giustamente le persone sono esterefatte dal comportamento della persona e tutti si ergono in difesa della parte offesa. Sacrosanto direi. Io stesso non ho esitato a confermare alla persona che è stato un gesto di maleducazione assoluta e del tutto fuori luogo per una persona della sua levatura.

Ecco, in questo preciso momento succede qualcosa di interessante.

I vari commentatori cominciano a scavare nella vita della persona. Scoprono una vicenda che riguarda una causa in corso, rilevano la lista di tutti i datori di lavoro della persona, ne scoprono i familiari ed i legami di amicizia ed intervengono direttamente.

Di questo ho evidenza diretta. La persona ha lavorato per noi in passato ed è stato un mio riporto diretto. Ricevo una mail che mi chiede se sono a conoscenza del fatto che questa persona si è comportato in questo modo. Nel caso specifico rispondo che la persona si era comportata in modo integerrimo quando era alle nostre dipendenze e che mi dispiace molto che sia comportato in questa maniera. Cosa del tutto aderente al mio pensiero. Nulla di politico in questo caso.

La cosa che mi turba è che dai commenti che vedo sui vari post su Facebook capisco che questa cosa è sistematica. C’è qualcuno che si è preso la briga di scrivere ai diversi contatti e ex datori di lavoro per raccontare loro l’accaduto e, praticamente, distruggere la reputazione della persona.

Ripeto, la reprimenda ed il pubblico ludibrio ci stanno, ma questa volontà di annientare totalmente uno sconosciuto non la capisco.

La persona si è cancellata da qualsiasi Social Media e credo che non stia passando un bellissimo periodo. 

Ecco, a me questa cosa fa un pochino paura. In questo caso parte della reazione è comprensibile e giustificata ma il livello che ha raggiunto lo trovo assurdamente fuori luogo. Potrebbe accadere a chiunque là fuori anche del tutto estraneo a qualsiasi errore. Chiunque potrebbe scrivere una nefandezza sul sottoscritto e sono ragionevolemte sicuro che subirei lo stesso tipo di trattamento.

Forse questo è uno dei limiti che hanno i Social Media. Chiunque può scrivere qualsiasi cosa ed è difficile limitare o contenere una reazione spropositata. Oltre a questo rimane il marchio dell’infamia sui database di Google.

Amico mio, hai fatto una cavolata di dimensioni abissali ma credo che il prezzo che tu stai pagando sia troppo alto. Davvero.

Ti chiamerò non per farti un cazziatone per quello che hai fatto ma per capire che cosa ti ha portato a reagire in quel modo e capire se posso fare qualcosa. 

Il treno sbagliato

Stavo viaggiando su un treno tutto sommato comodo. Erano ormai una decina d’anni che stavo su quel treno. Conoscevo tutti i passeggeri ed il personale che lo faceva muovere. La destinazione era certa ed il viaggio tutto sommato ancora entusiasmante nonostante il passare degli anni.

Ad una stazione si avvicinò un amico e mi disse che se volevo stava per passare un altro treno. Un treno molto più bello, veloce ed efficiente. Su quel treno potevano salire solo passeggeri di alta classe e lo stesso personale che lo guidava veniva reclutato solo ed esclusivamente tra i migliori talenti nel mondo. 

Passai diverso tempo a guardare quel treno da fuori ed in qualche occasione mi fu permesso di salire a bordo per capire come fosse fatto al suo interno.

Confesso che mi sembrò magnifico tanto che quando risalivo sul mio venivo assalito dalla tristezza.

Alla fine mi decisi. Il treno nuovo era troppo bello per essere perso. Dovevo salire a bordo a tutti i costi.

Quando salii a bordo la prima volta con il titolo di Capotreno ero molto eccitato e molto fiero. Qualcuno aveva scelto me per condurre quel treno verso nuove stazioni. Era certamente l’inizio di un viaggio meraviglioso. E così fu, almeno per i primi chilometri del viaggio.

A bordo del treno capii realmente come funzionava. Il treno era sì un bellissimo treno, ma lo era solo dall’esterno. La forma del treno era innovativa e futuristica ma al suo interno il motore era la solita vecchia ferraglia comune a tutti gli altri treni. Anche gli interni erano posticci nonostante il tentativo di renderli lussuosi e luccicanti.

Cercai di fare in modo di condurre quel treno nel migliore dei modi nonostante le sue condizioni e per qualche tempo ci riuscii. Fu un grande successo tanto che pensai di esserci riuscito. Non era così.

Un giorno di Giugno venni abbandonato in una stazione in mezzo al deserto. Mi lasciarono da solo in mezzo al nulla.

Confesso che fui disperato. Mi sedetti lungo i binari e piansi. Come farò ora? Non ho più un treno da condurre e non ho stazioni vicine. Come potrò trovare un altro treno su cui salire?

Sentii un rumore lontano. Sembrava essere un altro treno che si stava avvicinando. 

Ne fui sorpreso perchè pensavo che quei binari fossero dedicati esclusivamente al treno luccicante dal quale mi avevano appena fatto scendere. Non era così. Un treno si stava davvero avvicinando, lentamente.

Era un piccolo trenino Svizzero tutto rosso. Nonostante il suo passo lento aveva un aspetto seducente. Il motore non era nascosto da una lucente carrozzeria ma era visibile ad occhio nudo. Faceva rumore e spingeva il treno con costanza e dedizione nonostante le continue salite. 

Dal finestrino della locomotiva si affaccio colui che quel treno lo aveva costruito e mi disse: “Senti, io questo treno lo ho costruito. Non so dove andrà a bordo c’è posto e abbiamo bisogno di un nuovo capotreno. Ci vuoi salire?”

Non esitai un istante e salii a bordo.

Quello sì che era un treno di tutto rispetto. Piccolo ma di una solidità eccezionale. Il personale di bordo era quanto di meglio si potesse immaginare di avere ed anche i passeggeri nutrivano per noi un rispetto totale. 

Mi compiacqui di questa differenza rispetto al treno che mi aveva abbandonato.

Da allora quel treno ne ha fatta di strada. Il motore è sempre ben visibile dall’esterno. È diventato un motore potente che permette al treno di aggredire le salite più impegnative senza la minima difficoltà. Il personale di bordo è andato via via aumentando e abbiamo raggiunto insieme stazioni che non avremmo mai immaginato di potere visitare.

Il treno è sempre in viaggio e si appresta a cambiare scartamento e destinazioni. Il motore è sempre in vista ed è più luccicante di prima. Si tratta di luccichio di materiale pregiato, non di materiale di scarto pitturato di una vernice lucente.

Sono sempre il capotreno e ne sono molto fiero. Non posso fare altro che ringraziare coloro che mi hanno abbandonato nel mezzo del nulla nonostante continui a pensare che siano ferrovieri di poco spessore.

Cogl…e, Cogl…e, Cogl…e (cit.)

Quanti voi ricordano il film Quattro Matrimoni ed un Funerale?

C’è una scena nella quale Charles si ritrova a dire:

Perdonami, Signore. Perdonami per le parole che sto per pronnciare nella Tua dimora. In questo sacro luogo di venerazione e preghiera… Coglione… Coglione… Coglione coglione coglione coglione.

Ecco, se la ricordate non faticherete ad immaginare me davanti alla porta di casa intorno all’una di notte mentre pronunciavo esattamente la stessa serie di epiteti verso mè medesimo.

Salgo sul traghetto alle 4 del pomeriggio, arrivo a Porto Santo Stefano alle 17.15 e subito mi dirigo verso Milano. Viaggio tranquillo fino a Viareggio dove inizia la coda per entrare sulla A12. Altra coda sul raccordo tra la A12 e la A1 come da manuale e finalmente parcheggio la macchina davanti casa intorno a mezzanotte.

Acchiappo la borsa pregustandomi il frescuccio del mio letto, comincio a salire le scale che mi portano alla porta di ingresso di Fort Knox e vado ad aprire le varie serrature.

Terminato con l’ultima afferro la maniglia della porta, la giro e spingo per aprire. Nulla, non si apre.

Guardo le chiavi, guardo la porta e poi la vedo. La serratura dimenticata… quella che si chiude una volta all’anno. Quell’unica volta che è esattamente questa.

Ed io non ho la chiave!

Ora, è lecito domandarsi per quale motivo io non abbia copia di tutte le chiavi di casa mia. Ve lo starete domandando e soddisfo immediatamente la vostra curiosità. I motivi sono principalmente due:

  • Il primo è che abbiamo una quantità di chiavi enorme. Non so quale ne sia la ragione ma sospetto che il precedente proprietario fosse un emulo di San Pietro. Le chiavi sono tante, pesano ed anno la naturale tendenza a deformare le tasche dei pantaloni e delle giacche. Cosa che io detesto.
  • Il secondo motivo risiede in un regalo di Natale. Anni fa mi è stato regalato un portachiavi. Quando lo vidi dissi subito tra me e me: “In quest’affare tutte le chiavi di Fort Knox non ci stanno”. Avevo ragione. Ho così fatto una selezione delle chiavi strettamente necessarie a garantirmi l’accesso a casa in tempi “normali” e ho depositato il resto in cassaforte. Ovviamente la chiave necessaria a sconfiggere l’ultima barriera tra me ed il mio letto è tra queste. Immagino vi starete chiedendo perchè non hai lasciato nel cassetto il portachiavi che non andava bene. Il motivo è semplice. Era un regalo di mia moglie e non volevo dare l’impressione che non mi fosse piaciuto. Questo vale 100 punti moglie ma è parte del problema che ora devo risolvere.

Realizzo che sono chiuso fuori di casa.

Le uniche chiavi che possono aprire quella porta si trovano a Giannutri con mia moglie, in Sardegna con mio cognato e nella cassaforte di casa.

Mi siedo con la schiena contro la porta ed inizio una liturgia che credo sia il caso di non riportare tra queste righe.

Terminata la funzione, che ovviamente non ha prodotto alcun risultato tangibile, analizzo le possibili soluzioni:

  1. Risalire in macchina, tornare a Porto Santo Stefano, salire sul traghetto e andare a Giannutri a prendere il mazzo di chiavi e fare lo stesso procedimento al contrario.
  2. Aspettare la mattina e vedere se qualcuno da Giannutri oggi si muove verso Milano e chiedere la cortesia di portarsi appresso le chiavi.
  3. Cercarsi un albergo e aspettare tranquillamente che arrivi Venerdì quando tornerò a Porto Santo Stefano a riprendere moglie e prole.
  4. Chiamare un fabbro e fare scassinare la porta blindata.
  5. Acquistare un bazooka sul mercato nero ed abbattere la porta.

Considero pro e contro di ogni opzione con tanto di swat analisys e alla fine convengo che la soluzione 3 sia la migliore.

In fondo vestiti ne ho, non ho incontri particolarmente formali nella settimana, ho con me il mio iPad Pro con la tastiera che sopperisce egregiamente alla mancanza del mio Mac ed evita sbattimenti inutili.

Ora sono a Como sul bordo della piscina dell’albergo e credo di avere fatto la scelta giusta.

Tutto sommato è quasi un’altra settimana di vacanza. Almeno sembra.

Non è sempre un paradiso

Giannutri ha sempre quest’aura di paradiso in terra in cui tutto è perfetto.

Succede che un anziano signore venga colto da un malore durante la notte e non ce la faccia a superare la nottata.

Anche in questo caso sull’isola tutto si amplifica e, per assurdo, rallenta. L’attesa di un medico legale dalla terraferma e tutto il circo equestre che circonda qualsiasi decesso anche in contesti più preparati.

Uno strano silenzio sull’isola. In particolare quando per l’ultima volta quella persona sale sulla barca che lo riporta sulla terraferma.

Tutta l’isola sul molo, gli occhi bassi. Tutte le barche in silenzio e con il motore spento.

Il traghetto parte e, dopo qualche centinaio di metri, si ferma davanti alla abitazione della persona. Rimane immobile per un minuto, quasi volesse dargli il tempo di salutarsi un ultima volta. Prima di ridare potenza ai motori un lungo suono di sirena. Oggi la sirena ha un suono molto triste.

Guardo la barca allontanarsi e casualmente penso che anche la mia vacanza è finita.

Oggi non è stato un giorno in paradiso.

Di turisti ed indigeni

Dopo qualche anno durante il quale ho frequentato l’isola di Giannutri non posso certo affermare di conoscere tutti i residenti dell’isola.

Ho comunque elaborato un metodo infallibile per distinguere i turisti dagli indigeni.

I turisti li riconosci dal fatto che sono perennemente di corsa e costantemente a caccia. A caccia del migliore spicchio di scoglio, del minuto in più da trascorrere sull’isola, dell’ultimo tramezzino offerto dall’unico esercizio presente sull’isola. E’ come se dovessero fare il pieno di cose ed emozioni durante quelle poche ore che gli vengono concesse sull’isola.

Gli indigeni sono invece caratterizzati dalla lentezza. Sanno che comunque dopo poche ore l’isola tornerà loro e potranno fare tutto quello che desiderano senza l’affanno di dovere risalire su un traghetto che li riporta sulla terraferma.

Esiste comunque un momento nel quale anche il comportamento indigeno si approssima a quello del turista. Quel momento in cui anche l’indigeno deve abbandonare l’isola perché le vacanze sono finite. In quel momento egli si trasforma in una scheggia impazzita che lo avvicina del tutto al comportamento del turista.

Gli unici che rimangono imperturbabili sono gli undici residenti fissi dell’isola. Loro sanno che da Settembre in avanti saranno gli unici padroni delle chiavi del paradiso.

Il grande amore muore

Negli ultimi anni sono diventato un grande cultore del genere letterario comunemente denominato Romanzo Giallo.

Negli ultimi anni ho letto centinaia di romanzi gialli, di ogni tipo e varietà. Tendo a prediligere gli scrittori Italiani dato che trovo che gli stranieri hanno un gusto particolare per il truculento sanguineggiante.

La struttura di un romanzo giallo è sufficientemente codificata e, pensandoci, deve essere proprio questo il motivo per cui questo genere mi piace particolarmente. Qualsiasi ispettore, vicequestore, pubblico ministero, investigatore privato ha sempre al suo fianco una musa ispiratrice che rappresenta la persona da cui ci si rifugiano per rifuggire il male che li circonda, che gli è fonte di ispirazione nella soluzione dei loro casi e, non ultimo, che è il grande e unico amore della loro vita.

Gli autori spendono pagine e pagine per caratterizzare questo personaggio che non è affatto secondario all’interno del libro e io confesso che spesso mi ci affeziono. Mi ritrovo spesso ad augurarmi che il personaggio principale torni a casa per recuperare un pochino di fiato e ottimismo nei confronti della vita.

Ultimamente noto una tendenza che conduce gli scrittori a fare in modo che questo personaggio venga più o meno barbaramente ucciso.

Ora, io posso capire che l’autore ha il completo potere nei riguardi della sua trama e che ovviamente fare morire in maniera crudele un personaggio tanto importante, spesso nel primo romanzo di una serie, permette di posizionare il personaggio principale in un abisso tenebroso per il resto della sua vita di carta. Io lo accetto.

Comunque mi preme farvi sapere che io ci rimango un pò male.

Smettere di fumare

Una delle cose che capita con regolarità a Giannutri è che si smette di fumare.

Diciamo che si sono diversi elementi che contribuiscono ad agevolare il distacco dalla sigaretta.

In primo luogo il fatto che a Giannutri si vive per lo più in uno stato di grazia. Completamente disconnessi dal mondo reale, senza telefoni che suonano o notifiche che interrompono il flusso dei tuoi pensieri. Non ci sono auto e clacson a distrarti. Non ci sono appuntamenti che possono sottrarre tempo prezioso al tuo ozio. Tutto questo fa in modo che tu possa finalmente dimenticarti della tua routine e di tutto quelle che gravita intorno ad essa e che, generalmente, la complica.

Senza pressione lo stimolo psicologico di rifugio nel tabacco viene a mancare. Non hai più bisogno di quei tre minuti che ti allontanano da tutto e da tutti. 

Il secondo elemento che aiuta a superare la dipendenza da tabacco è il fatto che a Giannutri è del tutto irreperibile. Non c’è un tabaccaio a Giannutri e se vuoi delle sigarette le devi ordinare a terra il giorno prima. Questo ovviamente ti permette di superare quel fatidico momento della durata di due minuti durante il quale rapineresti un pensionato per avere una sigaretta ma che, superata la crisi, ti fa anche dire ‘sticazzi’.

Vero è che si potrebbe anche elemosinare qualche cicca tra i residenti dell’isola nel tentativo di mitigare la crisi di astinenza. Diciamo che dopo anni passati a farsi accettare dai locali questo gesto potrebbe avere conseguenze letali sul mio livello di accettazione sociale.

Tutto questo per dire che sono otto giorni che non fumo.

Barchette, reprise

Il fatto di avere una piccola barchetta che ti permette di raggiungere angoli di paradiso aggiuntivi rispetto al paradiso principale è un grande vantaggio.

Questa è anche l’occasione buona per osservare coloro che di barche hanno maggiore dimestichezza rispetto al sottoscritto.

Diciamo che nella media delle barche che ci circondano la nostra è l’equivalente di una macchinetta con la targa del motorino. Si vedono circolare barche meravigliose qui intorno. Dai grandi cabinati ai due alberi a vela, dal gozzo restaurato al gommone superattrezzato.

Ci sono comunque alcuni comportamenti che non mi spiego:

  • Sembra che le donne siano in grado di operare solo l’ancora, ovvero lavorano quasi solo ed esclusivamente a prua. Vero è che l’ancoraggio è fondamentale ma mi pare un pò pochino.
  • L’uomo generalmente sta al timone e non raramente viene tacciato di incapacità dalle signore che operano l’ancora. Lui, generalmente, tace.
  • Più grande è la barca più fai casino per ormeggiare e maggiore è il numero di persone che infastidisci.
  • Se hai una barca grande con un enorme ponte sul quale prendere il sole, comunque andrai a catturare l’abbronzatura su un gommone fuori bordo comprato dai cinesi.
  • Questo sono io: minore è la tua comprensione delle arti marinare, maggiore è il tempo che trascorrerai nel comprendere la dinamica e la fisica dell’ancoraggio.

Ad ogni modo ho scoperto un altro mondo affascinante con delle dinamiche sociali di tutto rilievo.

Status symbol

Oramai sono abbastanza integrato nelle dinamiche sociali di Giannutri e comincio a raccogliere le prime confidenze e pettegolezzi.

In questi ultimi anni lo status symbol necessario per essere parte dell’élite dell isola è cambiato.

Un tempo, mi dicono, era la barca. Più grande era la barca, più alto il tuo potenziale prestigio.

Ora il nuovo must è avere la macchina. Si la macchina. Uno di quegli aggeggi che hanno quattro ruote, un volante ed un motore. Una macchina vera e propria in un’isola di 2,6 chilometri quadrati e credo un massimo di 1,5/2 chilometri di strada percorribile da una automobile.

Davvero, la barca potevo riuscire a comprenderla, ma la macchina davvero non la capisco.

I più tradizionalisti sull’isola rifuggono la moda e pare che frange oltranziste si stiano organizzando. Non più tardi di qualche giorno fa un ignoto vandalo ha tagliato le quattro gomme dell’auto di un residente. Tutti ora si domandano chi possa essere il guerrigliero responsabile della azione di sabotaggio. 

Alcuni pensano anche a mercenari assoldati dalla Corsica. Ex legionari al soldo della frangia più conservatrice della identità culturale dell’isola.

Pare non ci si sia rivolti alle forze dell’ordine. 

Ho il sospetto che ci si stia alleando con il Principato di Seborga per ottenere l’indipendenza dalla Repubblica Italiana.

La barchetta

Nonostante Giannutri sia sempre un paradiso quest’anno abbiamo deciso di affittare una barchetta. Niente di eclatante. Un Boston Whaler di 4 metri con un motorino da 15 cavalli che consuma poco e fa il suo dovere.

Devo confessare che non ne ero del tutto convinto ma ogni traccia di dubbio è scomparsa dal secondo giorno alla fonda in una delle calette vicino a Cala Spalmatoio.

Il silenzio che ti circonda, il rumore delle onde che si infrangono sugli scogli e lo sciabordio sullo scafo sono veramente impagabili.

Oltre a questo mi sono anche procurato una maschera graduato così che dopo secoli ho la possibilità di vedere davvero che cosa c’è la sotto invece di intuirlo.

Potrei passare delle ore a galleggiare osservando la vita sotto il pelo dell’acqua. Le occhiate che si muovono in gruppi, qualche orata solitaria, altri pesci che ti si avvicinano mentre nuoti. Certo non è un mare tropicale ma poterlo finalmente vedere è un soffio di vita in più.

E dopo tutto questo puoi addormentarti sui cuscini e riposarti come non hai mai fatto. Lontano anche dagli schiamazzi dei turisti che rimangono a terra quando ti muovi dal porticciuolo.

E la sera, quando ti sdrai nel tuo letto, il tuo cervello si ricorda ancora del cullare delle onde e ti fa credere di essere ancora lì.

Giannutri è sempre una vacanza abbastanza “estrema” ma ne vale sempre la pena, nonostante tutto.

La pesca è rilassante

Con l’occasione di questa ennesima vacanza a Giannutri e con l’età oramai abbastanza matura dei ragazzi ho deciso che quest’anno si poteva provare nuovamente ad andare a pesca.

Stiano tranquilli i vegani, i vegetariani, gli animalisti e qualsiasi altra categoria “in between”. Io sono un pescatore innocuo. Non ho mai davvero pescato nulla, nemmeno per errore. La cosa più vicina per me al pescato è il la pescheria del supermercato. In genere faccio pochi danni anche lì.

A me della pesca piace il fatto che te ne stai per ore ad osservare un galleggiante o la cima di una canna da pesca mentre pensi bellamente agli affari tuoi. Confesso che alcune idee brillanti mi sono venute proprio in questi momenti.

Ho quindi disegnato un parallelo tra quello che era e quella che poteva essere l’esperienza della pesca a Giannutri con Lorenzo e Beatrice.

Diciamo che non è andata esattamente come mi aspettavo.

Mi vedevo sugli scogli a scrutare l’orizzonte mentre ondate di pesci si facevano beffe di me e delle mie esche sotto il pelo dell’acqua. In questo totale assenza di attività io mi sarei crogiolato nei miei pensieri tornando a casa con la tipica soddisfazione di una giornata rilassante.

Diciamo che la presenta di Lorenzo e Beatrice ha leggermente modificato il risultato finale.

“Papà mi si è incagliato l’amo”

“Papà ho bisogno di una nuova esca”

“Papà il mulinello non funziona”

“Papà voglio provare ad usare un galleggiante diverso”

“Papà mi si è rotto il filo”

E questo è solo un distillato di quello che è avvenuto in due ore mezza di pesca dagli scogli.

Si aggiunga a questo il fatto che per evitare danni collaterali li avevo distanziati tra loro di una buona ventina di metri.

Ho quindi fatto il Martin Pescatore per tutto il tempo saltando da una postazione all’altra nel tentativo di aiutarli. In due momenti confesso di avere ceduto ad un pochino di nervosismo che ho cercato di nascondere il più velocemente possibile.

Alla fine si sono divertiti molto ed io credo di avere perso almeno un chilogrammo. Posso anche confermare che non abbiamo arpionato nessuno turista, tutte le natiche sono prive di ami confiscati e tutti gli occhi sono tornati a casa sani e salvi. Sani e salvi sono anche tutti i pesci di Cala Spalmatoio che ogni volta che ci vedranno tireranno un sospiro di sollievo.

Io ora ho bisogno di almeno cinque ore di sonno per potere recuperare.

Aspettate, sento Lorenzo che mi cerca… “Papà torniamo a pesca nel pomeriggio?” “Certo, Lorenzo, ci torniamo. Magari questa volta andiamo al molo”

Una fatica immane ma un divertimento totale.