La complessità

Ovvero, togliere, rimuovere, cancellare e ridurre.

Negli ultimi diciotto mesi, o giù di lì, mi sono dato l’obiettivo di ridurre la complessità del mio ecosistema. Tutto sommato una decisione interessante perché il lavoro che faccio impone una certa dose di complessità per sua natura.

Presa questa decisione mi sono fatto un veloce giro sugli strumenti che avevo a disposizione per raggiungere questo obiettivo. Per deformazione professionale ho finito per utilizzare il processo tipico del Design Thinking.

Citiamo il manuale e ricordiamo le cinque fasi cruciali di un processo guidato dal Design Thinking:

  • Empathize
  • Define
  • Ideate
  • Prototype
  • Test

Comincio a sezionare tutti gli elementi che sono parte della mia esistenza. La famiglia, il lavoro, le relazioni, gli interessi, i luoghi in cui vivo, gli strumenti, i prodotti e servizi che uso, gli interessi e via dicendo.

Nel momento in cui ho avuto a disposizione una mappa sufficientemente precisa la prima conclusione è stata, come dicono in Francia: “Minchia! Che casino!”

Ben chiaro il fatto che il problema chiave era la riduzione della complessità dell’intero sistema.

A questo punto è cominciata l’attività di rimozione di tutto il superfluo. Lentamente per ogni singolo elemento di cui sopra. Lavorando su se stessi è piuttosto complesso definire cosa sia superfluo o meno ma ci si può arrivare per approssimazioni successive.

In questo caso vengono in aiuto le due ultime tre fasi definite dal Design Thinking: Ideate, Prototype e Test. Togli o cambia qualcosa nell’ecosistema, costruisci un nuovo processo o sistema e testalo. Se funziona lo tieni altrimenti iteri di nuovo.

La chiave di tutto è stata segmentare il problema. Un pezzo alla volta.

Per esempio arrivo ad avere un telefono che non mi manda nessuna notifica che non siano quelle dei messaggi provenienti dai miei figli. Il programma di posta elettronica che non mostra pop-up o numero di mail non lette, la casa che è automatizzata quasi completamente e via dicendo. Questi sono esempi molto pratici dato che del lavoro fatto sul lato prettamente personale e di relazione non desidero proprio scrivere.

In sintesi, funziona.

Il che risponde anche ad una domanda che mi ero sempre posto. Possiamo usare strumenti di design per lavorare su un sistema personale? La risposta è decisamente affermativa. Il caveat sta nel fatto che lavorando su se stessi si potrebbe non essere in grado di avere l’obiettività richiesta.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *