Twitter Blue

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Molti siti riportano la notizia della intenzione di Twitter di lanciare un servizio basato su sottoscrizione che permetterebbe l’uso di alcune funzioni “avanzate”.

Da quello che si legge le du epiù rilevanti sono le Collections e la possibilità di ritrare un tweet dopo averlo postato e prima che sia trascorsa una finestra temporale definita dall’utente.

Le collections altro non sono che la possibilità di salvare dei tweet in una raccolta che sarà poi possibile consultare. L’idea non è malvagia.

Il tema dell’undo tweet invece mi lascia molto perplesso. In questo caso la tecnologia viene in aiuto della scarsa ragionevolezza degli utenti. Credo che tutti, prima o poi, si sia stati tentati di postare qualcosa sui social network come reazione a qualcosa che non ci è piaciuto o ci ha fatto particolarmente arrabbiare.

Sarà perché alla mia veneranda età non mi può fregar di meno di quello che gli altri dicono o scrivono ma io questa necessità non la sento. In primo luogo a me viene meno l’incazzatura istantanea e molto, molto raramente sento la tentazione di partire lancia in resta contro qualcuno o contro qualsiasi affermazione venga fatta sui social network.

Sono anni che questa tentazione non la provo. Mi limito semplicemente a scrollare le spalle e tirare diritto lungo la strada che mi sono scelto. Se sei un coglione è un problema tuo, non mio. Sarebbe comunque inutile tentare di farti cambiare idea. Essere un coglione non è una malattia curabile, sopratutto se sei un coglione totale.

Quindi per soli 2.99 dollari al mese Twitter offrirà la possibilità di porre rimedio a qualcosa che l’autocontrollo potrebbe regolare da sé. Purtroppo non tutti sono dotati di autocontrollo e quindi potrebbe anche avere un senso. Non per me.

Io non credo che gli darè quel denaro. Posso tranquillamente vivere senza e, comunque, la mia presenza sui social network è praticamente azzerata da mesi.

Direi che è il frutto di questi mesi di lockdown. Sono diventato molto più minimalista nel mio approccio alle cose del mondo ed ora sono veramente vicino all’essenziale. Tutto sommato credo sia un effetto molto benefico che mi porto a casa con grande soddisfazione.

Ma, tornando al tema di Twitter, è interessante notare che questa nuova feature non pone comunque rimedio al classico strumento dello screenshot. Chiunque ha maneggiato un social network e si è imbattuto in una stronzata abissale sa benissimo che la prima cosa fare, ammesso che ci si tenga, è fare un bello screenshot della stronzata a futura memoria.

Questi tre dollari non ti mettono in salvo dallo screenshot e, sopratutto, dal fatto che se sei un coglione, un coglione rimani.


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Quello di seguito è l’ultimo episodio.

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Agosto 2020

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Photo by Brett Jordan on Unsplash

Il mio ultimo post attivo su Facebook risale al 20 Agosto 2020. Il mio ultimo post su Instagram forse a molto prima ma non ho avuto voglia di controllare. Su Twitter credo che si torni indietro di anni.

Questo ovviamente ad esclusione del cross posting dei contenuti di Corrente Debole che avvengono in automatico.

Alla stessa data risale la disinstallazione delle applicazioni Facebook, Instagram e Twitter dal mio smartphone.

Ne ho sentito la mancanza? Assolutamente no. Non ho mai provato la sensazione di essermi perso qualcosa. Evidentemente non soffro della sindrome FOMO, fear of missing out.

Non mi sento affatto privato di notizie fondamentali o aggiornamenti da parte della mia cerchia di conoscenze, ché gli amici sono un’altra cosa. Loro, infatti, li sento regolarmente e attraverso altri canali molto, molto meno impersonali.

Direi quindi che la scelta è stata assolutamente azzeccata e che in termini generali la mia attenzione ne ha ricavato gran giovamento.

Non credo che tornerò mai indietro.


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Signal

A me quelli di Signal piacciono davvero un sacco. Sono convinto che si divertono un mondo a fare quello che fanno e, di tanto in tanto, non esitano a levarsi qualche sassolino dalla scarpa.

Due esempi recenti.

In qualche modo Signal entra in possesso di un sistema prodotto da Cellbrite. Cellbrite è famosa per aiutare governi e forze dell’ordine a forzare i telefoni cellulari di sospetti di presunti crimini. Sulla carta sembrerebbe una cosa utile alla società. Peccato che si dica che Cellbrite non si faccia molti scrupoli a vendere i suoi sistemi e le sue soluzioni a governi non proprio democratici e a forze dell’ordine non proprio caratterizzate da un approccio etico al proprio lavoro.

Il CEO di Signal dice di essere entrato in possesso di un sistema di Cellbrite dopo che questi era caduto da un camion. A prova della sua affermazione posta tanto di foto:

Già questo mi fa impazzire.

Non pago di quanto già fatto si mette ad analizzare il sistema ed il codice e scopre delle vulnerabilità nel software che usa le vulnerabilità per fare il suo lavoro. Stupefacente.

Come prova del lavoro posta uno screenshot della dashboard di Cellbrite:

Il messaggio è spettacolare:

Mess with the best, die like the rest. Hack the planet!

Il messaggio è interessante perché questo avviene a distanza di poche settimane dall’annuncio di Cellbrite di essere in grado di estrarre i dati di Signal da un telefono cellulare.

Come nota a margine guardate il menu della dashboard e, come si diceva a militare, dormite preoccupati.

A questo punto Moxie Marlinspike, CEO di Signal, dice di essere disposto a condividere tutte le vulnerabilità trovate, quindi più di una, con Cellbrite a condizione che essi stessi rivelino le vulnerabilità che usano per fare funzionare il loro software.

Ovviamente nessuna risposta da Cellbrite.

Qualche giorno altro colpo di genio, purtroppo non completamente riuscito.

Signal ha cercato di pubblicare un annuncio su Instagram che sarebbe stato in grado di mostrare quali sono le informazioni dell’utente in possesso di Instagram e cedute ai loro inserzionisti. Di seguito uno screenshot di quello che sarebbe potuto essere:

Direi interessante e certamente preoccupante.

Ne nasce ovviamente una polemica ma è irrilevante per il contenuto di questo post.

Confermo, a me quelli di Signal piacciono un casino. Sono un pochino pirati come noi e mi piacerebbe davvero farci due chiacchiere.


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Il mondo perfetto

Alla mia tenerissima età e considerata la quantità di capelli bianchi che orami mi contraddistingue sono perfettamente consapevole del fatto che il mondo perfetto non esiste. E’ una pura utopia.

Non esiste il lavoro perfetto. Non esiste l’azienda perfetta. Non esiste la compagna perfetta. Non esiste la famiglia perfetta.

Nel migliore dei casi ti puoi avvicinare alla perfezione ma la perfezione, per sé, è irraggiungibile.

Tutto è perfettibile ma non perfetto.

Per questo quando mi capita di condurre delle exit interview con persone che hanno deciso di spostarsi verso altre aziende rimango sempre molto perplesso dalle motivazioni. Chiaramente l’età gioca un ruolo fondamentale ed essere convinti di avere trovato qualcosa che maggiormente si avvicini alle proprie, legittime, aspirazioni fa parte della crescita di ognuno di noi.

In genere non commento mai più di tanto perché in fondo i consigli sono sempre un modo per dare una mano di vernice al tuo vissuto e venderli come se fossero nuovi. Perfettamente inutile e decisamente sconsigliato. Ognuno deve avere la libertà di prendere le sue decisioni ed io non ho mai intenzioni di convincere qualcuno a rimanere a tutti i costi. Non sia mai.

Mi limito a sorridere tra me e me ed, in fondo, a provare un po’ di invidia per l’età e l’ingenuità. Ci sta.

Spesso interpreto la cosa come una fuga. Non trovo qui quello che cerco e provo a cercarlo altrove. Può darsi che abbia maggiori probabilità di trovarlo. Purtroppo raramente accade. La tendenza sarà di scambiare l’eccitazione della novità con il raggiungimento di uno stato simile alla perfezione. Segue, a distanza più o meno lunga, un reality check che ti riporta nel mondo reale. La scena si ripete e si fa un altro salto.

Per quanto complicata sia la situazione che si sta vivendo la fuga non è mai una soluzione.

Io sono fermamente convinto che se una cosa non ti piace non devi scappare, la devi affrontare standoci dentro.

Devi stare dentro per comprenderne i meccanismi e cambiarla da dentro, profondamente. Tutto questo magari utilizzando tecniche di guerriglia. Apparire come se si fosse stati assimilati dal sistema e operare sotto-traccia per cambiarlo. Lentamente ma inesorabilmente in funzione del ruolo che si gioca all’interno del sistema.

La fuga paga nel breve periodo ma non nel lungo.

Giusto i miei due soldi. Poi fate un pò quello che volete. Io sono comunque quesi arrivato a fine corsa.


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MacBook Pro 16″

MacBook Pro on top of brown table
Photo by Kari Shea on Unsplash

Dopo più di quattro anni di onorato servizio il mio MacBook Pro 15″ aziendale è stato sostituito.

Non che ne avesse bisogno ma abbiamo deciso di rinfrescare tutto l’hardware di Sketchin e quindi è arrivato anche il suo turno. In realtà in questi mesi se ne è stato beato in studio con scarso utilizzo. Ho preferito usare il MacBook Air 12″ M1 che mi posso scarrozzare ovunque, giardino compreso.

Ad ogni modo quel silicio non andrà perduto. Ho deciso di comprarmelo per tenerlo in casa pronto ad ogni evenienza. In fondo si potrebbe rompere qualcosa che usano i ragazzi o potrebbe venirmi in mente qualche utilizzo particolare per cui potrei non volere mettere a rischio la macchina che porta a casa il pane.

Faceva ancora il suo lavoro con onestà e ne sono sempre stato grandemente soddisfatto.

Il suo posto è stato preso da un MacBook Pro 16″ che è ancora basato su architettura Intel. Non me ne faccio un gran gruccio. E’ una macchina che uso per lavorare e non ho bisogno di grandi cose per fare quello che devo fare. Bella macchina tutto sommato. Devo dire che pesa una cifra ma il display a 16″ è un sollievo per la mia vista che non è più quella di una volta.

Oramai sono diventato un campione nel fare porting delle mie configurazioni. Tutto in uno script e via. Mezz’ora e la macchina è pronta per nuova vita.

Certo il 12″ è un campione di peso e di batteria ma la mia vista qualche volta non ce la e devo sempre più spesso fare ricorso ad alcune features di accessibilità offerte dal sistema operativo.

Sto invecchiando, e non va bene.


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Scatole

Durante questa pandemia non ho frequentato nessun negozio che non fosse il supermercato.

Per il resto, e per le poche cose di cui ho avuto bisogno e che ho comprato, ho fatto uso di diversi siti di e-commerce. Da Amazon a quelli dei piccoli produttori locali.

C’è una cosa delle faccende domestiche che non riesco proprio a sopportare. Lo smaltimento dei cartoni e degli imballaggi. Dato che sono piuttosto diligente li rompo per benino, tolgo tutti i nastri di plastica, le etichette per un pochino di privacy. Separo tutto quello che deve essere separato e poi porto tutto nel locale dei rifiuti.

In questi mesi ho notato che:

  • Alcuni tendono a rendere impenetrabili i loro scatoloni di cartone con giri e giri di nastro adesivo. Questa è una delle cose più noiose da dovere gestire perché ci metti delle ore a separare il cartone dalla plastica. La domanda è: ma perché?
  • Altri riempiono lo scatolone di soffici pezzetti di plastica di cui ignoro il nome ma che mi ricordano vagamente la forma delle patatine Chipster. Questa è un’altra cosa noiosissima perché quelle cose si frantumano come nulla e hanno la spiacevole proprietà di infilarsi in ogni dove.
  • Ad altri piace il concetto del pacco costruito come una matrioska ad n livellli. Prima di raggiungere il contenuto devi scartare l’impossibile.
  • Altri ancora hanno la tendenza a riutilizzare il packaging, il che è cosa buona tutto sommato. Certo è che se mi mandi un pacco della dimensione di un metro cubo per contenere un oggetto delle dimensioni di un decimetro cubo e riempi il resto dello spazio con materiale di risulta a me girano un pò le palle. Sopratutto quanto il materiale di risulta si nebulizza come il profumo.
  • Alternare plastica e carta nella confezione mi urta i nervi. Ci metto mezz’ora a separare le varie parti. Deciditi. O tutto di plastica, o tutto di carta.

Io penso che si potrebbe fare molto di più per quanto riguarda il packaging delle spedizioni. Mi stupisce che nessuno ci abbia ancora pensato.


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Ambiente di sviluppo

monitor showing C++
Photo by Dlanor S on Unsplash

Erano davvero anni che non scrivevo del codice in una forma complessa come quella che sto affrontando in queste settimane.

Per questa ragione, e sino a questo momento, non avevo bisogno di un ambiente di sviluppo particolarmente complesso. Per ciò di cui avevo bisogno mi bastava un interprete, o compilatore, del linguaggio che stavo utilizzando ed un editor che fosse sufficientemente furbo. In alcuni casi non era nemmeno necessario un interprete od un compilatore, ad esempio nel momento in cui stavo lavorando alla integrazione tra Google Sheets e Salesforce.

Ora invece quello che sto facendo è leggermente più complesso e quindi ho dovuto adattarmi per semplificarmi la vita.

Allo stato delle cose il mio ambiente è fatto in questo modo:

  • PyCharm come editor, ma non solo. Ero partito con Visual Studio Code ma non mi ci trovo. Questione di feeling. Con PyCharm mi trovo molto più vicino a casa che non con altri strumenti. Forse perché ha un look un pochino retrò che mi non mi fa sentire troppo vecchio. Mi piace il debugger di PyCharm e gli strumenti che mi mette a disposizione senza dovermi muovere tra una finestra e l’altra. Uno tra tutti il database explorer che mi serve spesso per tenere sotto controllo i tre database che sono la base della mia applicazione. Ho configurato PyCharm in maniera pesante secondo i miei gusti e le mie esigenze e sincronizzo le impostazioni su tutte le macchine su cui mi sposto durante la giornata via GitHub. Facile ed efficace.
  • Ci sono tre processi base nella mia applicazione che parlano tra loro tramite REST API e ho necessità di tenere sotto controllo i log di tutti e tre i processi per verificare dove ho fatto qualche errore. In questo caso la soluzione è basata su terminale.
  • Come shell da secoli utilizzo zsh che è incredibilmente potente. In particolare sul mio Mac zsh gira su iTerm 2 che è un grande sostituto al terminale presente di default su Max. Oltre a questo le funzionalità di zsh sono aumentate da Oh My Zsh che è un framework per zsh.
  • Per quello che devo fare non sono in grado di vivere senza tmux. tmux è un terminal multiplexer di una potenza straordinaria. E’ un pochino ostico all’inizio ma se, come me, preferite una tastiera al mouse è una cosa di cui non potrete più fare a meno.
  • Nel momento in cui devo cominciare a lavorare devo fare partire i tre processi in tre finestre di terminali diverse, in alcuni casi fare qualcosa sul database e, quasi sempre, compiere delle operazioni per chiudere i tre processi in maniera sana. Questo sono operazioni ripetitive e noiose ma che devono essere fatte per non perdere tempo per riportare il sistema in uno stato sano. In questo caso mi aiuta tmuxinator che insieme a tmux risolve questo problema in maniera eccellente. Strumento potente ma che va configurato tramite un file in formato yaml che non è proprio bellissimo. Sostenibile dato che lo si fa una volta sola.
  • Uso git come source control system per essere certo che quando passo da macchina a macchina la code base sia allineata. Un pochino overkill rispetto alle mie esigenze ma se non altro imparo qualcosa.
  • Una nota particolare riguarda alcune librerie Python e strumenti che uso per semplificarmi la vita. Chi ha scritto un pochino di codice in Python sa che le exception sono abbastanza poco ben formattate e si perde un sacco di tempo ad interpretarle per arrivare alla causa dell’errore. In questo caso viene in aiuto Loguru che con un semplice decorator permette di ottenere delle exception così ben formattate che di più non si può. Per documentare le mie API in modo più o meno automatico uso Swagger che è utile e semplice.

Sono certo che qui non sto raccontando niente di nuovo. Diciamo che è servito più a me per fare il punto della situazione che non a programmatori molto più esperti di me.


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Tutorial

In questi giorni sto scrivendo un po’ di codice per alcune cose che vogliamo automatizzare in Sketchin.

Alla fine ho deciso di cogliere l’occasione per imparare un po’ di cose nuove. Nessuno dei task che vogliamo automatizzare è urgente o “business critical” per cui posso metterci tutto il tempo che ritengo necessario e non corro il rischio di creare casini mentre ci lavoro sopra.

Alla fine mi sono deciso ad utilizzare Python come linguaggio, Postgres come database, Bootstrap e Javascript per il frontend.

La mia applicazione è fatta di due segmenti principali. Uno scheduler che programma e controlla l’esecuzione dei task ed una dashboard che mi permette di controllare in tempo reale il lavoro dello scheduler. La dashboard parla con lo scheduler per mezzo di un insieme di REST API. Tutto molto semplice e lineare.

Python ha a disposizione una quantità di librerie praticamente infinite e trovare quella adatta alle tue necessità è spesso complesso e porta via una quantità infinita di tempo.

Alla fine ho deciso di scegliere questi come base per il mio lavoro:

  • APSCheduler come libreria base su cui implementare lo scheduler. Vero è che esistono sitemi come Airflow o Luigi ma sono un overkill rispetto alle necessità che ho.
  • Flask come framework sia per le API dello scheduler che per il frontend della dashboard. Per lo scheduler avrei potuto andare verso FastAPI ma poi avrei dovuto comunque usare un altro framework per la dashboard. Tanto vale dato il numero di utenti e la complessità con cui ho a che fare.
  • SQLAlchemy come interfaccia per il database.
  • Pandas, Numpy e Matplotlib per alcune elaborazioni che devo fare su insiemi diversi di dati.

Prima di cominciare non conoscevo nessuno di questi framework e avevo poca conoscenza di Python.

Ho guardato qualche tutorial su Internet ma ho abbandonato quasi subito questo tipo di percorso. Dato che non sono totalmente digiuno di informatica e sistemi complessi mi sono subito reso conto della limitazione che i tutorial hanno.

Se da un lato hanno il grosso vantaggio di illustrare una tecnologia in maniera semplice e veloce, dall’altro non sono affatto rappresentativi della complessità di una applicazione che possa appartenere al mondo reale.

Faccio un esempio banale. La mia dashboard deve visualizzare delle tabelle di dati e non avevo alcuna intenzione di mettermi a scriverle a manina. Mi sono limitato a scegliere un framework JavaScript per farlo. Ho scelto quello fornito da DataTables.net perché mi è sembrato adatto.

Prima di scegliere mi sono guardato un paio di tutorial su YouTube e poi ho scelto. Il tutorial rendeva possibile creare una tabella in una pagina web in meno di cinque minuti. Realmente banale.

Peccato che la tabella usa come fonte dati una stringa in formato JSON e non un vero database. La tabella viene costruita in tempo reale ed i dati vengono mantenuti tutti i memoria. Per un tutorial va bene ma nel mondo reale non accade mai.

La tabella viene alimentata Server Side e quindi devi implementare una corretta paginazione sul database. Javascript deve intercettare gli eventi dell’utente e comunicarli al backend perché reagisca di conseguenza. C’è latenza, il server potrebbe non rispondere e via dicendo. C’è molta più complessità di quanto un tutorial possa fare trasparire.

Per questo l’unico modo è studiare la documentazione e capire.

Non ci sono scorciatoie.


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Toccarla piano…

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Photo by Jukka Aalho on Unsplash

Sono un lettore del blog Scripting News di Dave Winer sin dal momento in cui ho scoperto l’esistenza dei feed RSS. Il suo contributo alla diffusione dei podcast con l’aggiunta dell’elemento enclosure alle specifiche RSS 0.92 ha dato un impulso fondamentale.

Per questo motivo, ed assolutamente a ragione se la prende con Spotify, e tutti i simili, che spacciano show radiofonici sulla loro piattaforma come dei podcast.

Mi trovo perfettamente d’accordo. Non sono podcast, sono altro. Nemmeno tecnicamente sono podcast.

In effetti egli scrive:

Podcasting was created so everyone can make media. It was designed, deliberately, without gatekeepers. To have a podcast, you have to have a public RSS feed with enclosures. That’s why you hear at the end of podcasts

Dave Winer – Blog

ancora:

There’s nothing wrong with Spotify offering proprietary radio shows. Just don’t call them podcasts. Same goes for Audible and all the other companies who think open networks don’t matter.

e la cosa più diretta:

That’s why when Spotify calls what Joe Rogan does a “podcast” it’s an insult to all the people who worked so hard to make podcasting the huge juggernaut it is today. They should be crucified and burned at the stake for being total corporate assholes.

Diciamo che questo stile mi piace. Mi piace perché, in fondo, è un pò anche il mio e mi compiace rilevare che non sono il solo a farne uno uso pubblico.

Se non lo posso ascoltare dove meglio credo non è un podcast. Niente di più vero. Quella era la potenza dei feed RSS. Completamente agnostici rispetto a qualsiasi menata aziendale ed alla portata di chiunque. Persino mia.

Uno show radiofonico che potrebbe anche essere assimilato ad un podcast per la natura del media ma che viene reso disponibile su una sola piattaforma non è un podcast. E’ un prodotto editoriale che ha tutta la dignità di esistere e proliferare ma non è un podcast.

Come sempre, le parole sono importanti.


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Cose molto nerd

Ci sono delle cose che mi fanno letteralmente andare in visibilio.

Tra queste molte delle produzioni dello studio CWG, Caffein Withdrawal Games, un piccolo studio indie che si occupa di game development.

L’ultima loro uscita si chiama TRS 96K, Tape Recovery Simulator, un gioco dove impersonate il ruolo di un Tape Recovery Specialist. Già questa fra mi manda in brodo di giuggiole.

Ditemi voi se nel 2021 questa non è una cosa spettacolare per coloro i quali hanno la mia età:

Se volete saperne di più sul gioco questo è il link: Tape Recovery Simulator.

Un cosa semplicemente bella.


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Tempismo perfetto

person drawing Frankenstein on brown board
Photo by freestocks on Unsplash

Io spendo tutto il sabato mattina a preparare la moto ed inizia una settimana di passione di pioggia, vento e freddo.

Mi sembra di essere il Dott. Frankenstein sul carro in compagnia di Igor mentre sotto una pioggia torrenziale si dirigono verso il castello di famiglia.

Interessante come non appena io provi a fare qualche programma, questi viene sconvolto da eventi di forza maggiore.

Sembra essere la cifra di questo periodo.

Mi sono distratto

Mi sono distratto e solo oggi mi sono accordo che è un sacco di tempo che non faccio un nuovo episodio del mio podcast.

Davvero, non ci ho proprio pensato. In realtà tutti sanno che non aveva alcuna periodicità e quindi non dovrebbe essere un problema ma mi ha stupito il fatto che sia completamente uscito dai miei radar.

E’ un periodo piuttosto intenso ed anche dal punto di vista personale mi sto dedicando allo studio di un paio di cose che mi stanno portando via molto tempo. Eppure era una cosa a cui tenevo.

Prometto di essere un pochino più costante in futuro.

Non che alle tre persone che lo ascoltavano possa interessare, comunque.

In studio

E così, dopo mesi di assenza, oggi sono andato in studio.

Sensazione stranissima ritornare in un luogo in cui ho vissuto gran parte degli ultimi otto anni e che ho frequentato per sole due volte negli ultimi 14 mesi.

Mi sembra tutto molto strano. Indossare la mascherina, disinfettarsi le mani in continuazione, i bicchieri di carta per il caffè e via dicendo. C’è un po’ di movimento in studio. Certo non quella vitalità che si respirava in condizioni normali ma c’è qualcuno con cui, a distanza, scambiare due chiacchiere.

Tutti sono presi in conference call e distanziati come da regolamento.

Sarà difficile recuperare una presunta normalità.

Ci devo pensare su. Ho bisogno di tempo per capire quello che sta accadendo.


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Vento sul viso

Harley Davidson

Ieri pomeriggio mi sono dedicato alla mia motocicletta. Tra una cosa e l’altra non sono riuscito a metterci mano prima.

Le classiche cose che si fanno prima dell’inizio di una nuova stagione e dopo un periodo piuttosto lungo di inattività. Complice la pandemia ed il fatto che soffro il freddo come mai prima la piccola è rimasta ferma in garage per mesi interi.

Ricarica della batteria, controllo dei livelli dei liquidi, verifica della pressione degli pneumatici e altre cosette di questo genere. Alla fine di tutto un giretto fuori dal garage per poterle dare una bella pulita in modo che brillasse come se fosse nuova.

Mentre stavo lavorando con cacciaviti, chiavi inglesi e brugole riflettevo sul fatto che nella mia vita c’è troppo poco spazio per attività manuali come quelle che stavo facendo. Nel frattempo mi godevo il momento e ho provato un grande piacere nell’occuparmi di un oggetto fisico complesso come una motocicletta. Per una volta non dovevo pigiare dei tasti per ottenere il risultato che desideravo ma usare le mani e degli attrezzi di metallo.

Mi è tornato in mente il libro “Lo Zen e l’arte della manutenezione della motocicletta” di Robert M. Pirsig.Lo lessi tantissimi anni e ricordo che mi ritrovai molto nel protagonista, sopratutto quando afferma:

Io ho la tendenza a fissarmi su un problema filosofico e a girarci intorno in cerchi sempre più stretti che, alla fine, o fanno saltar fuori una risposta oppure diventano così involuti, così ripetitivi, da essere pericolosi per la mia salute mentale

Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta – Robert M. Pirsig

Alla fine ho trascorso un paio d’ore di assoluto relax e divertimento.

Questa mattina mi sono svegliato e mi sono infilato sotto la doccia. Mi sono vestito di tutto punto e sono sceso a prendere la moto. Ho premuto il tasto di accensione e si è immediatamente messa in moto con il suo suono caratteristico.

Mentre mi infilavo casco e guanti mi sono fatto cullare dal rumore del motore.

Purtroppo oggi siamo ancora sottoposti ai vincoli del lockdown per cui non potevo fare un gran giro. Come ogni domenica mi sono diretto verso il supermercato per comprare un po’ di generi di prima necessità ed i giornali della domenica.

Ho fatto la prima curva piegando un pochino più del necessario e subito un sorriso è comparso sul mio volta. La moto si è piegata come sempre ed ha seguito la traiettoria. Esco dalla cruva e accelero un po’.

Ritrovo le sensazioni di sempre ed è felicità allo stato puro. L’aria sul volto, il rumore del motore, i saluti agli altri motociclisti, le pieghe, le accelerazioni.

Sono solo dodici chilometri ma sono sempre i dodici chilometri più belli di sempre.


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Banale…

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Questo pomeriggio mi sono deciso a scrivere un pochino di codice per una cosa che sto realizzando.

Ci sono tre processi che parlano tra di loro per mezzo di alcune REST API che sto sviluppando usando Flask-API in Python.

Fino ad ora stava andando tutto per il meglio. I sistemi stavano chiacchierando tra di loro senza grossi problemi. Ho scritto altre quattro chiamate per avanzare con il lavoro e ho cominciato a fare dei test per verificare che fosse tutto a posto.

Tre di queste non mi hanno dato alcun problema mentre una di queste non voleva saperne di funzionare. Credo di avere perso almeno due ore nel debugging della funzione che avevo scritto. Niente da fare. Non riuscivo a venirne a capo. Alla fine era solo una copia identica delle altre tre con un diverso endpoint e con diversi parametri.

Non c’era niente da fare.

Ed alla fine mi cade l’occhio sull’url dell’endpoint. Mi sono subito coperto di insulti perché l’errore era tutto lì. Un dash scambiato per un underscore.

Decisamente banale.

Ora credo che uno schermo a 12″ per queste cose sia troppo piccino data la condizione della mia vista.


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