Lo stato della batteria è critico

Parliamo un pochino di progettazione di servizi.

Sono oramai tre settimane che non salgo sulla mia macchina. In questo momento lei riposa tranquilla in garage senza che nessuno se ne prenda cura.

Errore mio, ovviamente. Confesso che nonostante provenga da una stirpe di ingegneri meccanici non ho nessuna idea di come funzioni una autovettura od il suo impianto elettrico.

Ieri, nel mezzo della ennesima conference call, ricevo un SMS da Mercedes Connect che recita: “Lo stato di carica della batteria di avviamento del veicolo AANNNBB è critico.”

Termino la mia call e vado in garage. Provo a fare partire la macchina ma, purtroppo, è completamente morta. Nessun segno di vita. Lo stato della batteria non è critico; lo stato della batteria è che è completamente scarica.

Poco male. Recupero un caricabatterie e rimetto in carica.

Quello che mi lascia perplesso è il messaggio. Visto che i sistemi della vettura monitorano lo stato della batteria, per quale motivo non mi hai inviato un messaggio, che so, quando il livello di carica era al 20%?

E’ molto probabile che non conosca a sufficienza l’architettura dei sistemi di bordo ed in particolare il meccanismo che sta dietro all’invio dei messaggi di alert. Certo che una logica diversa potrebbe aiutare.

Il lavoro non è solo lavoro

In queste settimane credo di avere inanellato una quantità tale di conference call pari, molto probabilmente, a tutte quelle cui avevo partecipato negli ultimi mesi.

Il nostro metodo di Design, ed in ultima analisi, di lavoro ci permette di lavorare in perfetta efficienza anche se siamo dispersi nei quattro angoli del mondo. Sino ad oggi nessuno dei nostri clienti si è lamentato della qualità del nostro lavoro sebbene la modalità di erogazione è cambiata radicalmente. Ovviamente questa è una buona notizia.

Abbiamo scoperto, ma noi lo sapevano già, che lavorare da remoto è possibile e grandemente efficace sebbene richieda una grandissima dose di disciplina. Non tanto disciplina per il lavoro ma, piuttosto, disciplina per il tempo che scandisce il lavoro ed il tempo libero.

Abbiamo anche capito che il lavoro non è costituito semplicemente di una serie di task da condurre a termine. E’ un intreccio molto più complesso di attività ed interazioni. Non solo di lavoro.

Mi sono sempre lamentato del fatto che spesso qualcuno mi si avvicina con la classica domanda “Ale, hai cinque minuti per me?”. Me ne lamento ma riconosco che è una parte fondamentale del mio ruolo. Non credo di avere mai detto di no a queste richieste se non in condizioni di assoluta necessità.

Ecco, in questi giorni mi mancano queste incursioni così come mi manca tutto quel contesto sociale che gravita intorno al lavoro vero e proprio. Due chiacchiere con le persone mentre stanno pranzando nella cucina dell’azienda. Quattro parole davanti alla tazzina del caffè. Il puro cazzeggio quando ce lo possiamo permettere tutti insieme. Le discussioni sulla ultima trovata geek che abbiamo visto su internet.

Ecco cosa manca come parte del lavoro remoto. Mi manca moltissimo e ora ne comprendo ancora di più la funzione ultima all’interno di un ecosistema aziendale.

Di riflesso emerge la componente chiave del clima che si respira all’interno di una azienda. Più questo è tossico più si tenderà a rifugiarsi nel proprio elenco di attività da svolgere compromettendo la propria salute.

Sciacalli ed affini

Non penso che dovremmo stupirci più di tanto data la natura umana ma rimane il fatto che sono colpito dai diversi tentativi di approfittarsi di una situazione complessa per il proprio tornaconto personale.

Scrissi qualche tempo fa della levitazione del prezzo dei gel disinfettanti. Imbarazzante.

In parte il tema si sposta ora sulle mascherine. Leggo che ogni farmacia ha una sua particolare politica dei prezzi. Imbarazzante.

Leggo di avvocati che offrono i propri servigi a medici e familiari, ovvero sulle due sponde della barricata. Da un lato per difendere i medici da cause professionali e dall’altra per intentare cause per negligenza. Imbarazzante.

Vedo l’inaugurazione di un ospedale a Milano, che ovviamente è una cosa positiva, alla quale c’erano autorità politiche e religiose, giornalisti e forse mancava solo la contessa Serbelloni Mazzanti Vien Dal Mare. Imbarazzante.

Agli ingressi di alcuni condomini vengono affissi avvisi che avvertono di visite a domicilio per il prelievo di tamponi. Seguono furti. Imbarazzante

E questi solo i casi che mi vengono in mente. Ecco un’altra cosa da ricordare quando tutto questo sarà finito.

Sigarette, finite!

Scritto leggero e, decisamente, ironico.

Vuoi vedere che grazie a questo isolamento forzato è la volta buona che smetterò di fumare?

Sì perché oramai le mie scorte, ammesso che di scorte si possa parlare, sono del tutto esaurite oramai da quattro giorni. Certamente l’acquisto di sigarette non rientra certo nel contesto dell’acquisto dei generi di prima necessità e quindi me ne resto tappato in casa.

Quattro giorni fa era l’imbrunire. Raggiungo il mio ultimo pacchetto di sigarette e lo apro. Lì c’era lei, sola soletta, l’ultima sigaretta. Per qualche secondo la osservo cercando di decidere se fumarmela o meno.

Alla fine decido di sì. Me ne vado sul balcone che si affaccia sul lago e la accendo. Se deve essere l’ultima sigaretta che almeno venga fumata in un contesto degno di nota. Fumo lentamente assaporandola più delle altre perché so che è l’ultima.

La spengo e la butto nel posacenere che sta sul balcone. Espiro per l’ultima volta e rientro. Le sigarette sono finite.

Oramai è sera e quindi non ho bisogno di altra nicotina per la giornata.

La mattina dopo mi sveglio e come sempre scendo a prepararmi il caffè. La sigaretta dopo il caffè è un rito che fino a ieri era irrinunciabile. Ora ci devo rinunciare obtorto collo. Niente, non ci sono altre sigarette in casa.

Cmi sento come un drogato in crisi di astinenza e comincio a valutare le opzioni più estreme. Potrei comunque andare a fase la spesa e uscendo dal supermercato fare capolino dal tabaccaio che sta proprio di fianco alle casse. No, dai, Alessandro… Ma ti pare che rischi di fare casino per delle sigarette? Non mi sembra il caso. Potrei mandare un sms alla mia vicina di casa per chiederle se potrebbe vendermi un pacchetto di sigarette. Mi immagino una negoziazione simile a quelle con il peggio ufficio acquisti del mondo e poi vuoi mettere lo sfregio della mia dignità. Niente, anche questa strada non è percorribile.

Aspetta, forse in una qualche giacca negli armadi potrei avere dimenticato un pacchetto di sigarette. Mi fiondo un camera e comincio a frugare come se stessi derubando il guardaroba del Teatro alla Scala. Trovo un biglietto da venti euro ma niente sigarette. Missione fallita.

Forse nelle tasche dello zaino? Niente da fare. C’è però un mezzo toscano superstite di chissà quale evento. In condizioni normali sarebbe da buttare nel cestino perché è completamente secco e non possiede più nemmeno un minimo di umidità.

Vediamo… potrei fumarmelo mentre me ne sto in giardino. Rifletto. Sarebbe una mezz’ora di sollievo nicotinico… Alla fine, da buon tossico, decido di sbriciolarlo per ricavarne tabacco. Nella mia missione alla ricerca di sigarette in casa ho trovato delle cartine… Alla fine ne tiro fuori tre sigarette malconce. La verità è che le sigarette rollate non sono mai state la mia specialità. Il risultato finale è sempre improbabile.

Bene, sono riuscito ad ottenere un altro giorno di autonomia ma sto solo rimandando la soluzione finale. Le sigarette sono finite e devi fartene una ragione.

E quindi ora sono tre giorni che non tocco una sigaretta e la pulsione è praticamente scomparsa.

Forse è la volta buona che smetto di fumare. Ad ogni modo ho come il sospetto che smetterò di fare molte cose.

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Un eterno Carnevale

Semel in anno licet insanire, hanno scritto in molti personaggi di rilievo in passato, ma tu stai davvero dando il meglio di te stesso.

Nella migliore tradizione carnevalesca ti sei vestito dei panni di tutte le istituzioni possibili ed immaginabili. Segretario di partito, leader della opposizione, ministro dell’Interno, membro del corpo forestale, della polizia, dell’esercito, della protezione civile con tanto di diffusione, più o meno virale, di quelle immagini sui social network.

Già questo era imbarazzante ed in nessuna di queste vesti hai raccattato una grande figura.

Te la sei presa con dei ragazzetti che hanno avuto l’ardore di farti qualche sberleffo innocente scatenando i tuoi seguaci in una caccia all’uomo sociale senza precedenti.

Hai violato norme che la maggior parte degli Italiani ora non sta violando.

Hai raccontato, purtroppo negli anni, delle fregnacce inenarrabili che nessuno dei tuoi seguaci di cui sopra si è mai sognato di verficare la veridicità. Ma, si sa, un seguace non ha senso critico. Segue il santone ed obbedisce senza proferire parola che non sia contro l’avversario. Interessante il fatto che se facciamo una cronistoria di alcune di queste hai affermato tutto ed il contrario di tutto. Vedi l’ultima uscita sull’apprezzamento del contributo Albanese per il nostro paese dopo averli presi a schiaffoni per anni tacciandoli di ogni ignominia possibile ed immaginabile.

Hai postato delle immagini in cui lasciavi intendere che tu fossi uno di quei medici che stanno cercando di tenere insieme la baracca mentre tu passeggi mano nella mano con la tua fidanzata. Mascherina abbassata, maglioncino di un colore che assomiglia a quello di un camice di un medico, una bacheca che sembra quella di un ospedale. Comunicazione efficace per i tuoi seguaci, imbarazzante per il resto del mondo.

Ieri pomeriggio sei stato ad un passo dall’indossare una tonaca per fare recitare il rosario in televisione, purtroppo supportato da una prefica che si è tristemente prestata al teatrino. Sei entrato nella sfera più personale ed intima delle persone, credenti o meno, e credenti o meno in qualsiasi entità.

Mi domando se ti capita mai di guardarti indietro e domandarti se ne valeva la pena. Nonostante tutto, nonostante tutti.

Il fine settimana

In questo mese il fine settimana credo sia uno dei momenti più complessi.

Se durante la settimana sono occupato con il lavoro saltando da una call all’altra, cercando di mettere insieme tutto quello che serve per superare questo e dedicandomi alle attività più di routine, il fine settimana è invece molto più vuoto, sopratutto se non ho i miei figli intorno.

Cerco di sfruttare questo momento per dedicarmi alle cose che maggiormente mi interessano ma, come ho scritto anche ieri, fatico a concentrarmi e, forse, non è poi nemmeno così necessario.

E quindi c’è la musica, un pochino di codice tanto per non perdere la mano, la lettura, i giochi di magia con le carte. Ho riscoperto la Playstation ma non riesco a spenderci tanto tempo. Non mi diverte più come un tempo.

Faccio delle conversazioni con degli amici, mando qualche messaggio, leggo le notizie.

Il tempo scivola via sempre uguale. Un giorno dopo l’altro.

Non che mi pesi particolarmente, sia chiaro. Tutto sommato sono sempre abituato a stare da solo e questo momento psicologicamente non mi pesa.

Certo è che è strano, parecchio. Una sorta di “Giorno della marmotta”.

E comunque, questa sera, risotto allo zafferano.

La cucina ed il frigorifero

Mia madre mi ha voluto in cucina sin da quando ero piccolissimo. Il risultato è che sono in grado di cucinare e me la cavo anche piuttosto bene.

Per questo ho sempre cucinato in maniera autonoma e molto, molto raramente faccio uso di prodotti già pronti.

In queste settimane di isolamente mi rendo conto che anche il mio approccio alla cucina è cambiato. Certamente è divenuto più consapevole e meno guidato dal desiderio ma, piuttosto, dalla praticità e dal consumo.

Prima di questa odissea, al momento del pranzo o della cena, mi domandavo semplicemente cosa mi sarebbe piaciuto mangiare e me lo cucinavo. Non facevo grande caso agli scarti o allo stato della mia dispensa e del mio frigorifero.

Il risultato di questo è che in maniera più o meno inconsapevole sprecavo un sacco di cibo. Le cose che scartavo mentre preparavo un piatto o le cose che scadevano rimanendo sepolte nella dispensa o nel frigorifero.

In queste settimane mi faccio guidare molto meno dal gusto e molto di più da quello che c’è e dalle relative date di scadenza degli alimenti.

Faccio un esempio banale. L’altro giorno mi sono preparato un risotto agli asparagi. Di norma mi sarei preparato un brodo vegetale, avrei pulito gli asparagi buttando via la parte finale del gambo e tutte le parti che avrei scartato pulendo gli asparagi. Oggi a pranzo ho messo i resti dei gambi nel brodo vegetale, una piccola parte la ho tenuta per metterla nel riso e gli scarti della pulitura degli asparagi la ho usata per insaporire il burro con cui avrei mantecato il risotto.

Un mese fa non lo avrei fatto.

Ora mi guardo con cura tutte le date di scadenza dei prodotti e li uso in funzione di quella data. Se non ho un prodotto che mi serve provo a trovare delle alternative e se non ho alternative improvviso.

Il risultato finale è che non sono affatto costretto ad andare al supermercato e, di fatto, sono tredici giorni che non ci metto piede. Credo di risparmiare del denaro perché faccio un uso più consapevole di quello che ho a disposizione. Ed infine, mi diverto molto di più a cucinare ora di quando non mi divertissi prima.

Questa è un’altra abitudine che mi auguro mi rimanga attaccata alla fine di questo periodo di quarantena.

Concentrazione

Dopo tutto questo tempo passato tra le mura di casa comincio a notare una serie di effetti che stanno modificando il mio comportamento.

Quello che mi risulta più evidente è un cambiamento che riguarda la mia capacità di concentrazione.

Sto notando che faccio fatica a spendere più di un’ora sullo stesso tema od attività. Mentre sto lavorando a qualcosa o, più semplicemente, mi sto dedicando a qualcosa di personale come, ad esempio la chitarra, mi ritrovo a vagare in altri pensieri.

Tutto questo avviene in maniera inconsapevole. E’ come se il corpo si fermasse ed il cervello decidessi in completa autonomia di andare altrove.

A fronte di questo mi sono deciso a non dedicarmi ad una stessa attività per più di mezz’ora, od un pomodoro time. Alla scadenza della mezz’ora cambio soggetto o attività per poi, magari, riprendere la stessa più tardi.

Videogames

In questi giorni di ritiro ha rispolverato la mia Playstation 4. Fino a qualche settimana fa era dedicata a mio figlio quando si trova qui a Laglio ed io non ne avevo fatto grande uso sino ad ora.

Ora sto ricominciando ad usarla per passare un pò di tempo.

Confesso che mi trovo un pochino a disagio con l’offerta di giochi attuale.

Per me il gioco sulla Playstation è una fuga dalla realtà, una immersione in un mondo alternativo nel quale non sono costretto ad interagire con persone reali ma solo con l’intelligenza artificiale del gioco.

Ora invece è un florilegio di giochi multiplayer. Questo è il genere di giochi che predilige mio figlio.

Sono sicuro che qualcosa di piacevole e adatto ad i miei gusti esiste ancora nell’universo dei single player ma sono in numero molto minore rispetto agli altri.

Per il momento mi intrattengo con i grandi classici come Residenti Evil e la saga di Unchartered.

Sdrammatizziamo

Oggi niente scritti pallosi o che riguardano il Coronavirus, argomento che sta invadendo ogni anfratto della nostra vita personale e professionale.

In un modo o nell’altro questo momento è destinato a passare e quando questo avverrà c’è una cosa che devo fare.

Andare dal concessionario e ritirare la moto che ho comprato una settimana prima dello shutdown. La vedete nella foto in cima a questo post.

Andrò a ritirarla la mattina presto e non scenderò dalla sella fino al calare del sole. Il giorno dopo farò esattamente la stessa cosa.

Voglio andare in giro a guardare i luoghi che mi circondano sul lago di Como. Sono sicuro che li guarderò con occhi nuovi e più consapevoli. Voglio sentire l’aria sulla faccia e sentire il rumore del motore mentre scali la marcia, pieghi la moto ed entri in una curva. Ascoltare il motore che accelera di nuovo in uscita dalla curva.

Riprendere contatto con il resto cercando di reprimere la preoccupazione per il futuro.

Solo un giro in moto. Io e lei.

Un virus democratico?

Ho letto diversi commenti riguardo al fatto che il Coronavirus è un virus democratico perché non fa selezioni in base alla classe sociale. In poche parole tutti possono venire contagiati e rimetterci la ghirba.

Ad una prima analisi strettamente legata alla natura di un virus questa è una affermazione del tutto veritiera.

Se allarghiamo il punto di vista e ci adattiamo ad una angolatura più ampia questa democraticità smette di essere vera.

Abbandoniamo quindi il puro e semplice contagio e malattia e concentriamoci su alcuni aspetti.

Il contagio non è uguale per tutti. Io ho il privilegio di potere lavorare da casa mentre la cassiera del Bennet dal quale mi servo no. Di democratico qui c’è poco. Io corro decisamente molti meno rischi di contrarre il virus rispetto a tante altre categorie.

Lo stesso discorso vale per il rispetto delle normative come ad esempio il mantenimento della distanza sociale. Basta leggere questo per avere una idea di che cosa stia parlando.

Dobbiamo quindi parlare del tema della permanenza in casa con relativi familiari, per chi le ha. Diciamo la verità: non tutte le famiglie sono famiglie del Mulino Bianco. Ora, se vivo in una villa con giardino con moglie e tre figli mi posso ricavare tutto lo spazio per starmene da solo senza alcun conflitto familiare. Se sono una famiglia che vive in un bifocale e che sta già vivendo un disagio nella relazione la vedo molto più dura. Anche in questo caso di democratico c’è veramente poco.

Infine, ci auguriamo che ad un certo punto questa situazione giungerà a termine e solo allora potremo cominciare a misurare le conseguenze sul mercato del lavoro e sulla economia. Mi sembra bene evidente che se vivi del reddito che ti proviene dalla tua attività di libero professionista ti troverai in una condizione molto più svantaggiata di tante altre figure che posso avere un reddito da lavoro dipendente. Tante più possibilità di uscirne con danni minori più alto è il tuo reddito da dipendente e più alta è la tua disponibilità economica.

Insomma, questo virus di democratico ha ben poco.

Sono fermamente convinto che il nostro governo dovrebbe fronteggiare questa emergenza su tre fronti:

  • Il fronte del contenimento dei contagi e della gestione della emergenza sanitaria.
  • Il fronte degli strumenti che verranno messi a disposizione dei singoli e delle aziende durante l’emergenza.
  • Gli strumenti che dovranno essere sviluppati per affrontare il ritorno alla normalità.

Io credo che se questo non accade di emergenze ce ne saranno altre e con conseguenze potenzialmente più gravi di quella sanitaria.

Favole in streaming – reprise

Ed alla fine ci ho provato.

Diciamo che non sono molto soddisfatto del risultato. Non sono riuscito ad utilizzare la mia fotocamera come input per il video mentre sono andato bene con l’audio che è comunque fondamentale.

Dopo la diretta che ho fatto ho scoperto un paio di cose interessanti che oggi dovrebbero rendere l’esperienza di maggiore qualità per chi la vede.

Vediamo cosa cambierà rispetto a ieri:

  • In primo luogo utilizzerò la mia Canon EOS 7D Mark II come webcam. Dalle profondità della mia dotazione hardware sono riuscito a recupera un cavalletto che dovrebbero fare al caso mio.
  • Nativamente la Canon non viene vista dal mio Mac come una webcam e quindi ho dovuto scatenare Google per trovare una soluzione. Camera Live, software Open Source, fa al caso mio e sembra funzionare. Se vi interessa lo trovate qui, anche se funziona solo con DSLR Canon.
  • Oggi ho usato uno stream video proveniente dalla webcam del mio Mac che non dava un grande angolo di visione ed una alta qualità. Da oggi userò OBS che è una bomba e che ha una curva di apprendimento praticamente nulla.
  • Infine cercherò di migliora la luce che oggi non era proprio il massimo

Purtroppo il soggetto narrante è quello che è e non si prevedono cambiamenti a riguardo, almeno nel breve periodo. Solo la barba continuerà a crescere dato che ho deciso di non tagliarla fino alla fine di questo periodo.

Ok, ma perché tutto questo?

Perché ieri era una domenica fiacca, con la pioggia ed in solitudine dato che ho riaccompagnato i miei figli a casa venerdì. Dovevo passare un pò di tempo e mi è venuta in mente questa cosa.

Ecco l’evento di domani:

E questo è il link alla pagina Facebook di Corrente Debole.

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unsplash-logoSticker Mule

Numeri

A me i numeri piacciono davvero tanto. Mi piace osservarli, studiarli e capire le relazioni tra loro.

I numeri raccontano sempre delle storie e, spesso, raccontano la storia che chi li ha scritti vuole raccontare.

Come tutti in questi giorni guardo le statistiche sulla diffusione del Coronavirus e tutti gli altri numeri che girano intorno a questa pandemia.

Qualcosa non mi torna.

In primo luogo mi sembra ben evidente che ogni paese al mondo ha un proprio metodo, non condiviso, per rappresentare il fenomeno. Se così non fosse non sarebbe comprensibile come la Germania abbia un numero di fatalità decisamente inferiore al nostro a parità di provvedimenti. Questo genera il problema che non sia possibile comparare le statistiche se non in maniera molto grossolana.

Ascolto la conferenza stampa della protezione civile ed i numeri che vengono enunciati e rifletto su quello che mi stanno dicendo.

X nuovi contagi, Y soggetti in terapia intensiva, W soggetti guariti e Z soggetti deceduti. Da questi numeri si generano tabelle con percentuali e via discorrendo.

Ascoltando le persone che parlano questi sembrano dati oggettivi ed assoluti. A me sembrano assolutamente parziali e, non dico poco significativi, ma che richiederebbero almeno di indicare in maniera precisa la metodologia di misurazione.

Prendiamo ad esempio i nuovi contagi. Si contano i nuovi contagi facendo il “sommone”, come diceva la mia professoressa di Analisi I all’università, di tutti coloro che sono stati sottoposti a tampone e successiva analisi e che sono risultati positivi. In pratica, credo e ditemi se sbaglio, tutti coloro che si sono rivolti ad una struttura ospedaliera. Non si contano quindi gli asintomatici di cui non si conosce, ovviamente, il numero.

Si tratta solo di metodo e di correttezza di informazione. Basta sapere come avviene la misura e quale è il campione e stiamo tutti più o meno tranquilli.

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unsplash-logoMarkus Spiske

Favole in streaming

Credo che tutti conoscano Gianni Rodari ed il suo libro “Favole al telefono”.

In “Favole al telefono” si racconta del ragionier Bianchi, rappresentante farmaceutico, costretto dal suo lavoro a muoversi in tutta Italia lasciando a casa la moglie e la figlia piccina.

Ogni lunedì mattina la figlioletta diceva a sua papà: “Mi raccomando, papà: tutte le sere una storia.”

E così ogni sera, alle ventuno in punto, il ragionier Bianchi chiamava al telefono sua figlia e raccontava una delle sue storie.

Ora sono in casa e mi cade l’occhio sulla fotocamera che è stata per lungo tempo del tutto inutilizzata. Avevo grandi programmi per lei ma non ne ho mai realizzato nessuno. Costretto in casa mi sono detto di fare un esperimento.

Perché non provare a mettere insieme tutto quello che serve per fare una diretta streaming su Facebook dalla pagine di Corrente Debole e provare a narrare qualcuna di queste storie?

In fondo credo di avere tutto quello che serve per poterlo fare anche se non se ne sono proprio sicuro. Il microfono funzionerà? La luce sarà decente? La connessione Internet avrà abbastanza banda in upload per poterlo fare? Sarai capace di mettere insieme tutto quello che serve? La batteria della fotocamera durerà abbastanza a lungo?

Non ne ho la minima idea, ma io ci provo lo stesso. La peggiore cosa che potrà succedere sarà il fallimento della impresa. Poco male.

Non garantisco che accadrà ma farò tutto il possibile perché accada.

Nel caso non ci riesca, riproverò!

Se non ho fatto casino nella programmazione del video in diretta questo dovrebbe essere il link:

unsplash-logoAnnie Spratt

Il locale dei rifiuti

Nel luogo in cui vivo il locale dei rifiuti si trova in un luogo molto poetico. Ad una decina di metri dal cancelletto che versa sulla strada si trova a poca distanza dalle rive del lago.

Questa mattina scendo a buttare la spazzatura, tutta puntigliosamente separata in umido, carta, plastica e resto del mondo.

Esco dal locale chiudo la porta. Dopo avere percorso cinque dei dieci metri che mi separano dal cancelletto che mi permette di rientrare in casa sento una macchina che si ferma. Non inchioda ma fa abbastanza rumore perché io mi fermi per osservare quello che sta succedendo.

Un signore sulla settantina abbassa il finestrino e mi apostrofa con un “Devi stare a casa, cazzo!”.

Scuoto la testa senza replicare e me ne torno in casa mia. Ho rispettato l’imperativo categorico che mi è stato imposto dal veccchietto e ho evitato una discussione che si sarebbe rivelata del tutto inutile.

Ma che vi prende?

Siete diventati tutti sceriffi?

Ecco, questa cosa a me comincia a fare più paura del coronavirus.

Certo è che se il governo continua a scrivere decreti ed ordinanze cerchiobottiste senza avere il coraggio di una posizione ferma e rigorosa questi sono i risultati. Sorrido mentre leggo le ultime norme. Mi sembrano scritte da qualcuno che cerca di salvare capra e cavoli. Non si può. La capra mangerà il cavolo e poi morirà.