Nevica

bokeh photography of snows
Photo by Jessica Fadel on Unsplash

Questa mattina mi sono svegliato molto presto e quando mi sono affacciato al balcone stava nevicando in modo molto intenso.

Sono sceso in cucina e mi sono versato una tazza di caffè americano.

Nonostante il freddo sono uscito in balcone e ho sorseggiato quella tazza di caffè semplicemente osservando la neve che stava cadendo.

E’ un periodo molto complesso, sia professionalmente che personalmente, ma il semplice osservare la neve mi ha fatto sentire molto meglio.

Ora vado a prepararmi per il mio staff meeting che oggi è un’altra lunga giornata.

E continua a nevicare.


Shameless self promotion ahead…

Nel caso non ve ne foste accorti qui in giro c’è anche un podcast con il quale potrete intrattenervi.

Quello di seguito è l’ultimo episodio.

Budget

pink pig figurine on white surface
Photo by Fabian Blank on Unsplash

E come tutti gli anni arriva quel momento in cui devi lavorare al budget per il prossimo anno fiscale.

Ho sempre ritenuto l’esercizio del budget come un esercizio che lascia il tempo che trova. Molto spesso si tratta della scrittura della lettera a Babbo Natale. Un pò come guardare una sfera di cristallo e tentare di predire il futuro.

L’unica cosa certa dell’esercizio di budget è la consapevolezza dei costi previsti per la tua struttura. Come ogni azienda che si occupa di servizi come i nostri le due voci che fanno circa l’ottanta per cento dei costi sono i costi del personale ed i costi delle infrastrutture.

Per quanto riguarda i ricavi siamo veramente nel campo delle previsioni.

In questo periodo pandemico ancora di più. Se prima l’esercizio di previsione dei ricavi, e la provenienza di questi, era la lettura di una sfera di cristallo ora è la lettura della sfera di cristallo con gli occhi bendati dando la schiena alla sfera.

L’unico esercizio sensato che è possibile fare è prevedere i propri ricavi in funzione delle risorse che hai a disposizione e della rate card prevista per l’anno prossimo.

Ogni altro esercizio lo trovo particolarmente futile.

Esiste solo la consapevolezza che quello che facciamo lo sappiamo fare molto bene e che, fortunatamente, questo momento complesso aumenta, in un certo qual modo, la richiesta di servizi come quelli che offriamo ai nostri clienti.

Oltre a questo è necessario fare entrare nel processo di budgeting degli elementi che riguardino la cura delle persone. A partire dal punto di vista della retribuzione per arrivare a fornirgli il migliore ambiente possibile per potere lavorare in modalità remota.

A parte questo mi sento come il Mago Gabriel.


Shameless self promotion ahead…

Nel caso non ve ne foste accorti qui in giro c’è anche un podcast con il quale potrete intrattenervi.

Quello di seguito è l’ultimo episodio.

Misantropia

grayscale photo of man using magnifying glass
Photo by mari lezhava on Unsplash

Era il 13 Marzo 2020 quando tornai a casa dopo una settimana terribile dal punto di vista lavorativo. Avevo appena terminato il processo di certificazione ISO 9001 per Sketchin.

Quel giorno la mia giornata lavorativa terminò dopo pranzo ed in quel momento decisi che mi sarei preso mezza giornata di riposo. Mi fiondai dal concessionario Harley Davidson e mi comprai la moto che ora riposa nel mio garage.

In quel fine settimana decidemmo di cominciare con il lavoro da remoto nonostante non ci fossero ancora indicazioni di lockdown da parte del governo.

Quello moto riuscii ad andare a prenderla dal concessionario solo mesi dopo.

Da allora ho quasi sempre lavorato da casa e da questa sono uscito praticamente solo per fare acquisti di genere alimentare, tipicamente una volta a settimana, e per andare a prendere i miei figli a fine settimana alterni.

Sono passati quasi nove mesi ed il regime non è affatto cambiato.

Sono stati messi estremamente complessi e spesso mi sono ritrovato a vivere la sindrome del giorno della marmotta. Giorni che si ripetono uguali ed il cui ritmo è cadenzato dal calendario delle conference call.

In queste ultime settimana mi rendo conto che la mia latente misantropia si è estremamente acuita. Mi rendo conto che i rapporti personali che ritengo essere chiare per la mia vita sono in qualche modo diventati più resistenti mentre tutto il resto ha perso ulteriore valore.

Credo che in questo periodo natalizio mi trasformerò nel Grinch.


Shameless self promotion ahead…

Nel caso non ve ne foste accorti qui in giro c’è anche un podcast con il quale potrete intrattenervi.

Quello di seguito è l’ultimo episodio.

Amazon Sidewalk

Observing light beaming on the path of cobblestone in Rome.
Photo by Ray Fragapane on Unsplash

Nei giorni scorsi ho scritto delle mie perplessità riguardo Amazon Sidewalk.

Non mi convinceva e non mi convince tutt’ora.

Nel momento in cui ho scritto quel posta era chiaro che la nuova feature sarebbe stata installata di default con un nuovo aggiornamento software di alcuni device di Amazon. Quello che non si riusciva a comprendere era se la feature sarebbe stata abilitata di default a valle della installazione del nuovo aggiornamento software.

Nei giorni scorsi i clienti di Amazon possessori di Echo hanno ricevuto questo messaggio di posta elettronica:

Abbiamo quindi la conferma che Sidewalk sarà abilitato di default e che sarà quindi richiesto un intervento da parte dell’utente per disabilitarlo nel caso non sia interessato.

Sarà questo isolamento forzato ma devo confessare che sono un pochino stufo dell’arroganza di queste grandi aziende. Non capisco, ma in realtà capisco benissimo, perché devo essere costretto ad intervenire per contenere l’invasione.

Intendiamoci, sono un nerd per indole, carattere e formazione. La mia casa è piena di oggetti che collezionano informazioni e faccio grande uso di tecnologia in ogni dove. E’ altrettanto vero che di ogni oggetto che entra in caso mia conosco il funzionamento per quando documentato e investigato.

Questo non significa che puoi fare qualsiasi cosa con le cose che hai messo in casa mia. Certo, puoi aggiungere nuove funzionalità e sono le benvenute ma ognuna di queste deve essere disabilitata di default e devo essere io a decidere se abilitarla o meno secondo la mia personale sensibilità.

Qui si fa leva sulla scarsa sensibilità delle persone e sulla scarsa conoscenza delle potenziali implicazioni. E’ ben evidente che l’opt out porta molta più aderenza che non l’opt in ma è certamente una pratica molto negativa.


Shameless self promotion ahead…

Nel caso non ve ne foste accorti qui in giro c’è anche un podcast con il quale potrete intrattenervi.

Quello di seguito è l’ultimo episodio.

The Future of Interaction – Podcast – Episodio 2

flatlay photography of wireless headphones
Photo by C D-X on Unsplash

Ed ecco il secondo episodio del podcast di Parole Sparse.

Il titolo di questo episodio è: The future of interaction.

Sono d’accordo con voi ed anche a me ogni cosa che contiene le parole “The future of $something” fa venire l’orticaria. In questo caso il titolo è dovuto alla mia pigrizia e ne avrete la spiegazione all’interno del podcast.

In questo episodio parleremo del mio intervento nella traccia UX e Web Design del Web Marketing Festival 2020.

Durante la mia chiacchierata ho parlato della mia interpretazione del concetto di interazione e di come questa deve essere interpretata per essere efficace e davvero utile per chiunque si trovi a dovere maneggiare prodotti e servizi.

Per chi fosse interessato questa è una copia della presentazione che ho utilizzato a supporto del mio intervento: The future of interaction.

Come di consueto ecco il link alla trascrizione di questo episodio del podcast: The future of interaction – Parole Sparse – Podcast – Episodio 2.

Mi auguro che vi torni utile.

Alla prossima!

I miei dati sul marciapiede

Observing light beaming on the path of cobblestone in Rome.
Photo by Ray Fragapane on Unsplash

Ritorno ancora una volta sul tema della privacy dei dati personali e della sicurezza perché mi sembra un momento particolarmente denso in termini di notizie.

Se ci pensiamo un attimo potremmo ritenere che non sia un caso.

Da qualche tempo Amazon ha annunciato il rilascio per il mercato statunitense di Amazon Sidewalk. Questa è la pagina che descrive Sidewalk sul sito di Amazon.

In sostanza Amazon Sidewalk è una rete condivisa che permette di estendere la connettività di oggetti come telecamere di sicurezza, luci esterne, sensori di movimento al di fuori della rete WiFi della propria abitazione. Questo, ovviamente, ammesso che gli oggetti contengano la capacità di potersi collegare.

In altre parole si tratta di un network mesh di proprietà di Amazon.

L’idea non è tutto sommato male in termini di casi d’uso. Pensiamo ad esempio alla necessità di collegare alla nostra rete domestica un sensore di movimento che si trova in giardino, una luce che sta in garage e via dicendo. L’idea è certamente buona e neppure nuova.

Le mie luci Philips Hue, gli interruttori ed i sensori in casa mia sono tra loro collegati tramite una rete mesh basata su tecnologia ZigBee. Inutile sottolineare il fatto che questa rete vive solo all’interno di casa ed espose veramente poche informazioni verso l’esterno.

Non è questo il caso di Sidewalk.

In primo luogo è interessante notare che Amazon di è sentita in dovere di pubblicare un paper intitolato: Amazon Sidewalk Privacy and Security Whitepaper. A volere essere maliziosi ci sarebbe da pensare male. Perché rilasciare un documento contestualmente all’annuncio di una nuova tecnologia?

Dai, tralasciamo qualsiasi ipotesi complottasti e concentriamoci sul documento vero e proprio.

Iniziamo con una immagine che descrive ad altissimo livello dell’architettura del sistema:

Mi sembra interessante. E’ una vera e propria rete che vive sul territorio come si nota dalla presenza dei Sidewalk Gateway e dei Sidewalk Network Server.

La tecnologia utilizzata dai Sidewalk Gateway per la loro connettività è un sistema radio operante a 900 Mhz e Bluetooth Low Energy. Questi Sidewalk

Mi sono letto il paper con grande attenzione e devo ammettere che è scritto veramente molto bene. Ad occhio e croce il sistema mi sembra sufficientemente robusto in termini di sicurezza e di protezione dei dati da accessi non autorizzati.

Il sistema implementa tre sistemi di crittografia all’interno di tre differenti livelli all’interno della architettura. Sufficiente perché i nostri dati siano al sicuro dall’accesso da parte di terzi.

Il paper sostiene che il sistema non aggiunge costi aggiuntivi al cliente che lo utilizza. Se proprio vogliamo fare la punta a questa affermazione dovremmo dire che non è proprio così vero. Se si legge il documento si scopre che se io posseggo un Gateway questo usa una piccolissima porzione della banda messa a disposizione della mia connessione internet per fare chiacchierare tra loro i device con il Sidewalk Network Server. Io la mia connessione internet la pago, a forfait è vero, ma la pago. Quindi, sebbene la quantità di dati che vengono trasportati è minima, è altrettanto vero che questo non avviene del tutto gratuitamente. Parliamo probabilmente di centesimi di euro su base mensile ma dire che è gratis non è una affermazione che corrisponde al vero.

Quello che mi convince molto meno è perché lo dovrei fare in una rete mesh ampiamente distribuita come è Sidewalk. Amazon riguarda ai casi d’uso più ampi riporta questo:

Customers with a Sidewalk gateway are able to contribute a small portion of their internet bandwidth, which is pooled together to create a network that benefits all Sidewalk-enabled devices in
a community. This can include experiences ranging from finding pets or valuables that may be lost and improving reliability for devices like leak sensors or smart lighting, to diagnostics for appliances and power tools. For example, smart lighting at the edge of a user’s property, or a garage door lock in a poor coverage zone, can receive connectivity support from a participating neighbor’s gateway and continue

to operate if the device falls offline for a period of time. Similarly, a pet-finder device can leverage Amazon Sidewalk to locate a dog that has left the yard and is out of reach of the user’s personal network. Amazon caps the amount of bandwidth shared to reduce the chances of any degradation in a customer’s home network performance.

No, non mi convince. A parte il fatto che non ho un cane e sono in Italia dove Sidewalk non è supportato non ne vedo il razionale.

Sebbene sia vero che è molto difficile che qualcuno possa avere a disposizione i miei dati in maniera illecita è altrettanto vero che questi dati comunque Amazon li ha e, possiamo esserne certi, li userà a suo beneficio.

Il documento ci spiega molto bene cosa Amazon vede e cosa non vede e mi sembra anche un sano approccio cui però il massimo che possiamo fare è concedere il beneficio dell’inventario sino a che non lo vedremo all’opera.

Oltretutto nel paper si scrive anche questo:

A simple control is provided to enable and disable participation in the neighborhood network. When customers first turn on a new Sidewalk gateway device, they will be asked whether they want to join the network. For customers with existing devices that are Sidewalk capable, an over-the- air (OTA) update will connect them to the network—no action is needed. These customers will first receive an email about the pending update and instructions for how to disable, if that is their choice.

Questo significa che Amazon renderà disponibile la funzionalità tramite un aggiornamento software che l’utente non potrà controllare in termini di installazione. Se la ritroverà sui suoi device volente o nolente.

Non è ancora chiaro se a fronte della installazione della funzionalità Sidewalk verrà attivato di default o se sarà richiesta una esplicita azione da parte dell’utente per abilitarlo.

Chiaro è che se l’utente lo attiva, attiva anche tutte le funzionalità della rete mesh.

Questo proprio non mi piace.

Personalmente credo che questo comportamento sarebbe dovuto essere segmentato. In altre parole sarebbe dovuta essere resa disponibile la possibilità di abilitare Sidewalk per i miei device e solo quelli e aggiungere la possibilità di attivare la rete mesh anche per altri device.

Questo tipo di granularità sarebbe stata molto più sana.

Per il momento per me è un grande no.


Shameless self promotion ahead…

Nel caso non ve ne foste accorti qui in giro c’è anche un podcast con il quale potrete intrattenervi.

Quello di seguito è l’ultimo episodio.

Sono arancione

E così da domani mattina la mia ragione passerà dal colore rosso al colore arancione nella gestione di questa pandemia.

Interessante notare come questo concetto di zone sia assolutamente relativo alla posizione in cui vivi e quindi non realmente rappresentativo di una strategia globale.

Mi spiego con un semplice esempio.

Se vivo a Milano il passaggio da zona rossa a zona arancione è tangibile. Gli esercizi commerciali saranno aperti e potrò sfruttare la loro disponibilità.

Se, invece, vivo a Laglio, dove ci sono si e no dieci esercizi commerciali il passaggio da zona rossa a zona arancione non è tangibile. Per comprare generi alimentari dovrò comunque spostarmi in altro comune.

Il mio comportamento rimarrà quindi immutato nonostante il grande clamore.

Tutto sempre troppo relativo.


Shameless self promotion ahead…

Nel caso non ve ne foste accorti qui in giro c’è anche un podcast con il quale potrete intrattenervi.

Quello di seguito è l’ultimo episodio.

Scoperte musicali e siti vetrina

Io suono la chitarra. Meglio, provo a suonare la chitarra perché sono molto meno bravo con lo strumento di quanto mi piacerebbe essere.

Quasi da sempre suono solo quello che mi piace, ovvero blues e jazz con qualche deriva verso il rock e, ogni tanto, qualcosa di molto classico per via del fatto che cominciai ad imparare come chitarrista classico.

Come ho scritto in passato sono un collezionista di chitarre. Non resisto ad un bello strumento quando ne vedo uno. Per questa ragione seguo i siti dei produttori di strumenti. Da quelli di grande nome come Fender, Gibson, Paul Reed Smith sino a quelli che possono essere definiti delle boutique come ad esempio quello di Blackbeard Guitars.

Lo stesso faccio per tutti quei siti che si occupano di amplificazione e, in minor misura, di effetti per la chitarra.

Sono sincero. Non credo di avere mai visitato in vita mia un sito di un produttore di corde per chitarra.

Ieri mi è capitato di finire sul sito di Ernie Ball, un nome molto conosciuto e, di fatto, produttore delle orde che uso su tutte le mie chitarre.

Cavolo, ho fatto un errore madornale. Il loro sito è un capolavoro. Credo di avere speso almeno un paio d’ore ieri sera navigandoci. Al di là del lavoro di design che trovo veramente molto ben fatto i contenuti sono incredibilmente ben fatti.

Le due sezione Culture e Blog hanno contenuti curatissimi e di grande valore. Mi sono perso nella lettura di decine di articoli, ho guardato tutte le fotografie e guardato molti video.

Questi video, spesso realizzati in collaborazione con altre aziende, sono di una bellezza sconcertate.

Tornando alla mia passione per il blues ho fagocitato tutti contenuti relativi a Buddy Guy, uno degli artisti che mi piace di più. La sua storia è incredibile e la sua musica mi piace molto. Chiaro è che Buddy Guy è un endorser di Ernie Ball ma i contenuti che sono presenti sul sito vanno molto al di là del suo endorsement.

Un esempio di content curation sopraffino.

Dal puro punto di vista del design questo è un esempio perfetto di come evitare di scadere nella realizzazione di un puro sito vetrina o, nella migliore delle ipotesi, di un sito di e-commerce per arrivare invece alla realizzazione di una cosa viva e di valore.

Da prendere ad esempio! Da questo approccio c’è molto da imparare.


Shameless self promotion ahead…

Nel caso non ve ne foste accorti qui in giro c’è anche un podcast con il quale potrete intrattenervi.

Quello di seguito è l’ultimo episodio.

Buon compleanno Guybrush Ulysses Threepwood!

Source: Wikipedia

Ci sono state delle pietre miliari nel mercato dei videogiochi. Io che sono piuttosto anziano vi dico quali sono le mie:

  • The Hobbit
  • Myst
  • Monkey Island

Questo la dice veramente lunga sul genere di giochi che mi piacciono e che mi intrattengono oltre misura. Purtroppo questo genere di giochi sono sempre più rari e quindi, spesso, mi rifugio nel retrogaming.

Qualche giorno fa Monkey Island ha compiuto trenta anni ed in questa occasione, Ron Gilbert, game programmer del gioco ha rilasciato un video in cui parla dello sviluppo del gioco.

Per chi è appassionato del tema è un documento preziosissimo. Esso fornisce una evidenza di quanto la tecnica di sviluppo fosse avanzata già trent’anni fa. Si parla di SCUMM, il motore di scripting che permette al gioco di funzionare, della evoluzione della grafica dei personaggi, della architettura degli indovinelli da risolvere e via dicendo.

Una vera chicca da non perdere.

In rete c’è anche un articolo che fa una disamina del video e ne fa risaltare gli aspetti salienti. Eccolo: THE SECRETS OF MONKEY ISLAND’S SOURCE CODE.

Il video di Ron Gilbert su YouTube si trova qui: The Secrets of Monkey Island – An Evening With Ron Gilbert.


Shameless self promotion ahead…

Nel caso non ve ne foste accorti qui in giro c’è anche un podcast con il quale potrete intrattenervi.

Quello di seguito è l’ultimo episodio.

Solo perché si può fare…

vinyl disc
Photo by Jack Hamilton on Unsplash

In qualche momento mi rendo conto di essere proprio un nerd. Proprio quelli della vecchia maniera.

Ricordo che tanti anni fa, ma davvero tanti anni fa, circolava un test attraverso il quale si poteva verificare quale fosse il proprio livello di “nerditudine”. Una delle domande era qualcosa del genere: “Hai mai scritto del codice per rendere un device a nastro un file system?”.

Ovviamente per me la risposta era no. Forse nemmeno ora, e con i moderni strumenti, sarei in grado di farlo. Anche ammesso che sia possibile recuperare un device a nastro ed interfacciarlo con un sistema moderno.

Per questo quando ho letto questo articolo sono tornato immediatamente a quel test.

Davvero, vi rendete conto di quanto sia geek questa roba qui: Booting from a vinyl record

Se ci pensiamo niente di troppo diverso dalla possibilità di eseguire un botto da un device a nastro. Alla fine le due cose sono piuttosto affini.

Io però non ci avevo mai pensato. Non sono abbastanza geek.

Verrebbe da chiedersi: ma perché fare una cosa del genere?

Credo che la risposta sia piuttosto semplice: perché è divertente e perché si può fare.


Shameless self promotion ahead…

Nel caso non ve ne foste accorti qui in giro c’è anche un podcast con il quale potrete intrattenervi.

Quello di seguito è l’ultimo episodio.

Il controllo degli studenti

Ricordate qualche settimana fa quando scrissi di quella professoressa di Greco che costringe i propri studenti a mettersi una benda sugli occhi quando sono interrogati.

Ecco, come sempre gli Stati Uniti sono molto più avanti di noi e già da tempo molte università fanno uso di strumenti software dedicati per monitorare il comportamento degli studenti, specialmente quando si sottopongono a dei test.

Per questa ragione gli studenti vengono costretti ad installare sui proprio personal computer dei veri e propri sistemi di controllo che inviano le informazioni ad un “proctor” in modo che questi si assicuri del buon comportamento degli studenti.

Ovviamente quello del software per il controllo degli studenti è un business che fa gola e la profondità di intrusione di questi prodotti è enorme:

Like its competitors in the exam surveillance industry, Respondus uses a combination of facial detection, eye tracking, and algorithms that measure “anomalies” in metrics like head movement, mouse clicks, and scrolling rates to flag students exhibiting behavior that differs from the class norm.

Leggete questo articolo per rendervi conto della follia cui si sta arrivando: Students Have To Jump Through Absurd Hoops To Use Exam Monitoring Software

Scansione in tre dimensioni della stanza dello studente? Specchi per riflettere il movimento delle mani?

Ma vi siete tutti bevuti il cervello?

A me tutto questo sembra una vera follia, senza considerare il tema della privacy che mi sembra comunque del tutto rilevante.

Leggete cosa scrive la Electronic Frontier Foundation ha scritto:

Recorded patterns of keystrokes and facial recognition supposedly confirm whether the student signing up for a test is the one taking it; gaze-monitoring or eye-tracking is meant to ensure that students don’t look off-screen too long, where they might have answers written down; microphones and cameras record students’ surroundings, broadcasting them to a proctor, who must ensure that no one else is in the room.

In questo modo si sovverte la funzione principale della scuola che dovrebbe essere quella di educare. Già la didattica a distanza, e finiamoli con questi acronimi del cavolo, è una tristezza infinita. Se poi aggiungiamo anche l’assoluta mancanza di fiducia degli insegnanti nei confronti dei proprio alunni allora siamo proprio alla frutta. E poi, finita la cena c’è da pagare il conto.

Collaborazione remota

laptop on brown wooden table
Photo by XPS on Unsplash

Oggi mi sono imbattuto in un bellissimo articolo pubblicato su Increment: Committing to collaboration.

Ho trovato questa lettura estremamente interessante, sopratutto per la lettura che fornisce della collaborazione remota durante questa pandemia.

E’ evidente che ci sono una quantità enorme di attività che non possono in nessun modo essere remotizzate. Se lavori alla costruzione di un’autovettura è piuttosto difficile riuscire a portare a termine quel lavoro da remoto.

Per tutti quei lavori che invece richiedono l’uso di un personal computer la storia è, ovviamente, molto diversa sebbene in gradi di efficacia dipendano moltissimo dalla organizzazione aziendale, dagli strumenti utilizzati e dalla cultura aziendale.

L’articolo in questione parla della categoria che in tutto è meglio preparata. Quella delle persone che per lavoro sviluppano codice. Per questa categoria di persone la possibilità di lavorare da remoto è molto facilitata da una quantità enorme di strumenti che oramai sono più che maturi.

Ma da dove deriva questa maturità?

Dallo sviluppo di codice Open Source. Da sempre lo sviluppo di codice open source avviene in modalità remota, distribuita e con la collaborazione di un numero molto grande di persone.

Questa necessità ha condotto allo sviluppo di molti strumenti di gestione remota del codice sorgente che oramai è molto più che maturo, usabile (quasi tutti) e compreso dalla maggior parte degli attori coinvolti.

Quella industria era quindi pronta da tempo ad affrontare un problema come quello che tutti stiamo vivendo oggi.

Questo non è particolarmente vero per la maggior parte degli altri lavoratori che utilizzano un personal computer per lavorare da remoto.

Se è vero che esistono una quantità di strumenti per potere accedere da remoto a tutte le piattaforme esistenti sul mercato è altrettanto vero che la maggior parte delle aziende non ha mai dovuto farne uso.

Quindi da un lato abbiamo le aziende che non sono pronte a fare in modo che questo accada e dall’altro non esiste la cultura e la preparazione per gli utenti che dovrebbero svolgere il lavoro.

Anche solo la disponibilità di un notebook per lavorare da casa non è la situazione tipica per un lavoratore in ufficio. La maggior parte delle aziende dedica questo tipo di risorse alle persone che hanno necessità di muoversi dalla sede di lavoro, tipicamente la forza commerciale ed il senior management.

Per questa ragione, per abbassare, il total cost of ownership le aziende hanno raramente fornito alla loro forza lavoro dei notebook orientandosi preferibilmente a personal computer desktop o, in alcuni casi, a dei think client.

Questo genere di figurare professionali ha quindi una minore maturità tecnologica e di organizzazione che non gli permette di essere efficace in un momento come quello che stiamo vivendo.

Non esiste una soluzione semplice ed economica per affrontare questo problema. La prima considerazione che le aziende dovranno fare è una stima di quanto questa situazione potrebbe perdurare. La seconda considerazione necessaria è se, al di là della emergenza puntuale, un ripensamento strutturale del modo di lavorare sia necessario.

Sappiamo certamente che lavorare in maniera differente è possibile ma quante aziende metteranno mano ai loro processi interni per abbracciare questa nuova modalità?

La verità è che non è un problema tecnologico ma, piuttosto, un problema di carattere culturale. E ogni volta che si sfiora la cultura azienda sono lacrime e sangue.

Videogames e politica

blue nintendo switch game console
Photo by Sara Kurfeß on Unsplash

Nintendo ha recentemente rilasciato un documento molto interessante che riguarda le linee guida per l’utilizzo della piattaforma per le aziende e le organizzazioni.

Questo il documento di cui sto parlando: Animal Crossing: New Horizons Usage Guidelines for Businesses and Organizations

Questa è una diretta conseguenza della popolarità enorme che il gioco ha acquisito nel tempo. Interessante il fatto che la stessa dinamica si sta manifestando anche nel gioco Among Us.

E’ ben evidente il fatto che ovunque la gente si ritrovi in grande quantità ci sia l’opportunità di diffondere un messaggio, sia commerciale che politico.

Nel passato recente ci sono diversi esempi di questo:

Questo giusto per citare due esempi recenti.

E’ estremamente interessante il fatto che le aziende che poco hanno a che fare con dinamiche di comunicazione si trovino nella necessità di intervenire per regolare l’utilizzo dei loro prodotti e servizi.

Io trovo che sia un tema estremamente interessante.

Leave!

black computer keyboard on brown textile
Photo by Joshua Tsu on Unsplash

Oggi mi sono casualmente imbattuto in un comando che mi piacque molto quando lo scoprii: leave

Questo è ciò che viene riportato dalla pagina di manuale del comando leave:

The leave utility waits until the specified time, then reminds you that you have to leave. You are reminded 5 minutes and 1 minute before the actual time, at the time, and every minute thereafter. When you log off, leave exits just before it would have printed the next message.

Per qualche tempo lo usai moltissimo, sopratutto quando la maggior parte del mio lavoro viveva in una shell di Unix.

Era una sorta di tecnica del pomodoro ante litteram. Il sistema mi permetteva di segmentare il mio tempo in maniera efficace.

La cosa positiva era il fatto che quando il tempo scadeva il comando diventava veramente invasivo e l’unico modo di uscirne era chiudere la sessione corrente. Estremamente efficace.

Ora questo comando è meno efficace dato che la maggior parte del nostro lavoro non vive in una shell ma viene distribuito su più applicazioni e su più sessioni.

Peccato perché era una figata pazzesca.

Prospettive

Ieri è stata una giornata piuttosto complessa. Il consueto vortice di conference call sugli argomenti più disparati. Alcuni più critici, altri meno.

Un occhio alla costruzione del budget per l’anno prossimo e le consuete preoccupazioni che sono legate a questa attività. Lavoro svolto con ancora più perplessità rispetto al passato. Se ho sempre considerato la costruzione del budget nel nostro mercato come la lettura di una sfera di cristallo, quest’anno è la lettura di una sfera di cristallo con gli occhi bendati dando le spalle alla sfera di cristallo.

Arriva poi un’altra cosa critica di cui ti devi occupare in fretta ed anche da quella nasce qualche preoccupazione e qualche malumore.

Il tenore è stato quello.

E poi arriva sera e tutto rallenta. Mi capita di fare un giro sui social media per staccare un pochino e Facebook mi ricorda una terribile notizia.

Si ferma tutto. La ritrovata consapevolezza di quella notizia enorme mi paralizza ed istantaneamente tutta la presunta gravità di quanto fatto durante la giornata diventa minuscola, inesistente.

Spengo il mio computer e vado in giardino a fumarmi una sigaretta. Finirò per fumarne tre guardando il cielo.

Ciao Mirco.