E’ tempo di vacanza

Sì, è tempo di vacanza.

Io uso ancora il termine vacanza perché usare il termine ferie mi urta i nervi.

Negli ultimi tempi per me vacanza significa distaccarmi da tutto il quotidiano che mi circonda, salvo poche cose vitali.

Essere in vacanza significa cancellare dal mio telefono il mio account di posta di Sketchin. Significa smettere di rispondere a qualsiasi chiamata che non sia personale. Non rispondere a nessun messaggio che non si da qualcuno a cui tengo.

Vacanza significa spendere del tempo con i miei figli, parlare con loro e progettare insieme le cose che vogliamo fare. Ridere a crepapelle per le battute che facciamo. Scompigliarli i capelli mentre siamo seduti in riva al mare. Raccontarci storie e sogni.

Essere in vacanza significa allontanarsi da qualsiasi cosa abbia uno schermo e una tastiera. Vivere con gli occhi, il respiro, il gusto.

Essere in vacanze è guardare le cose con un occhio diverso e meno neutro rispetto al resto dell’anno. Osservare, prendere nota.

Vacanza significa vivere il momento senza pensare a quello che accadrà domani.

Per questo qui la baracca chiude fino al primo giorno di Settembre.

Prendetevi cura di voi.

Photo credits:

Photo by Tim Mossholder on Unsplash

Buon compleanno, papà

Se tu fossi ancora con noi oggi avresti compiuto novanta anni. Purtroppo non ci sei più da tempo ma, nonostante questo, oggi sto pensando a te.

Tu eri un ingegnere e per me sei sempre stato il più grande degli ingegneri. Mi ricordo ancora quando mi portasti in ufficio con te e visitammo l’officina in cui venivano costruite le giranti che tu ed il tuo team progettavate. Da ragazzino mi ricordo che mi sembrò un luogo enorme e magico.

Da qualche parte dovrebbe esserci ancora una fotografia di me vicino ad una delle pale di una girante. Alta quasi come me. Mi sembrava che tu stessi costruendo delle cose fantastiche. Pensa, mi ricordo anche che era una girante costruita sul modello Pelton.

Purtroppo non credo di essere mai riuscito a dirti quanto mi rendeva fiero sapere che tu facevi quel lavoro. Ai miei amici di allora, e nella mia totale incomprensione del tuo lavoro, dicevo che il tuo lavoro era quello di fare accendere le lampadine nelle case delle persone.

Mi sembrava una cosa importante e vitale per la vita delle persone.

Abbiamo davvero litigato tanto negli anni perché su alcune cose avevamo davvero opinioni molto diverse.

Alla fine tutto la sbatti, come direbbe mio figlio Lorenzo, per arrivare dove sono arrivato lo ho fatto per dimostrarti che, nonostante stessi percorrendo una strada diversa da quella che tu ti immaginavi, io sono arrivato lo stesso all’obbiettivo che mi ero prefissato.

In fondo avremmo dovuto scambiarci qualche abbraccio in più rispetto a quanti ci siamo davvero scambiati nella realtà.

Mi fa comunque piacere riconoscere che quegli abbracci li hai comunque scambiati con Lorenzo, tuo nipote. Ti ha ammorbidito più lui in pochi anni che io nei 40 anni precedenti. Forse i figli giocano anche questa funzione nei confronti del rapporto tra genitore e figli.

Mi mancano i tuoi lamenti su qualsiasi cosa non ti piacesse.

Ogni tanto vado a guardare tutte le carte che erano nel tuo studio e mi piace scorrere i tuoi appunti scritti con quella grafia che è molto simile alla mia. Tutto su carta. Non c’erano i computer. Dentro quei documenti c’è anche quella foto con mamma in sella alla lambretta che ti regalò Enzo Ferrari per la tua laurea in ingegneria. E’ una fotografia cui tengo molto. Sembravate felici e tu eri molto più figo di quanto io mai potrò essere.

Non ho nessuna idea di dove tu sia adesso ma ti immagino essere felice con le persone, le cose ed i pensieri che hai amato.

Photo Credits:

Photo by Jude Beck on Unsplash

Vecchio stile

Come molti di voi hanno già capito leggendo il contenuto di questo sito io sono davvero una persona vecchio stile. Non c’è niente da fare. Questo è particolarmente vero quando mi devo relazionare con il gentil sesso.

Io sono ancora quella persona che apre la portiera del passeggero per fare accomodare la mia ospite e, quando questa si è seduta, la richiude con delicatezza avendo ben cura di passare dal fronte della macchina e non dal retro.

Io mando ancora mazzi di fiori alle persone a cui in quelle occasioni che ritengo speciali o, semplicemente, per dimostrare che io tengo a loro.

Scrivo ancora lettere di carta, molte di cui, confesso, non sarebbero dovute essere scritte. Ma tant’è, non resisto.

Al ristorante con una signora il conto è mio. Non ci sono eccezioni. Se sono in compagnia e sono stato invitato il conto è mio. Anche in questo caso non ci sono eccezioni. Se sono ad un pranzo di lavoro con il colleghi il conto è mio, e quasi sempre con i miei quattrini salvo occasioni istituzionali.

Le signore passano sempre prima di me ma non prima che io abbia dato una occhiata al luogo in cui devono entrare.

Se una signora si alza da tavola io mi alzo insieme a lei per poi risedermi quando si è allontanata. Quando ritorna mi alzo di nuovo e la aiuto spostando la sedia.

Non mi presento mai a casa di qualcuno a mani vuote e distinguo sempre se l’invito è arrivato da un uomo o da una donna per scegliere cosa porterò con me.

Se serve mi privo del mio cappotto o della mia giacca.

Quando accompagno a casa qualcuno non mi metto in moto sino a che non ho visto la persona entrare nel suo portone.

Mi è capitato che mi sia stato fatto notare che al giorno d’oggi alcuni di questi comportamenti possono essere definiti sessisti. Uno per tutti: occuparsi del conto del ristorante. Non ho intenzione di addentrarmi in questa discussione. Così mi è stato insegnato e così continuerò a fare.

Il resto mi sembra il minimo sindacabile per chi è dotato di buona educazione.

Photo Credits:

Photo by Jonathan Pielmayer on Unsplash

Indifferenza

E’ notizia di ieri che una donna si è uccisa dandosi fuoco in un campo a Crema.

Di per sé la notizia è già sufficientemente sconvolgente ma, purtroppo, c’è di peggio.

Mentre questo accadeva, e secondo il racconto di un passante, tutte le persone tranne una che è intervenuta stavano filmando la scena con il loro telefono cellulare.

Davvero, ma che cosa cavolo avete nella testa? Questa notizia fa il paio con le manifestazioni sul decreto legge Zan, con il parroco che recita un omelia contro lo stesso decreto e le minchiate che il nostro ex ministro (sempre rigorosamente con la m minuscola) dell’Interno posta sui suoi profili social.

Leggo che c’è una speranza per questo paese. No, io questa speranza non la vedo. Questo è il paese in cui il singolo si salva sempre, specie se furbo o delinquente, mentre il sistema si disintegra.

Ora, io posso anche capire che non tutti avrebbero la presenza di spirito di intervenire di fronte ad un essere umano che si da fuoco. Non è certamente semplice ma io sono certo che sarei scattato come una molla. Mi è capitato in passato di intervenire in situazioni complesse ed in un caso di ho anche rimediato quattro punti di sutura per difendere una sconosciuta che veniva importunata.

Ammettiamo quindi che tu non abbia la presenza di spirito di intervenire. Ci sta. Quello che non ci sta è che tu possa trovare la forza di prendere il tuo smartphone per riprendere la morte di un essere umano. Ma cosa sei esattamente? Cosa ci farai poi con quel video? Avrai il coraggio di guardarlo?

Dimmi, davvero mi interessa. Quale è il motivo? Aiutami a capire perché se c’è un razionale dietro tutto questo io non lo vedo. Non ci riesco.

La vita è quello che sta davanti all’obiettivo ed è con quella che devi interagire. Mettere un telefono tra te e la realtà è da paraculi e vigliacchi. E’ una scusa inaccettabile. Diciamo la verità, è da coglioni totali.

Davvero, io non riesco a capire come si possa non intervenire, come non si possa prendere posizione, come sia impossibile non difendere quello in cui si crede a tutti i costi.

Oggi è decisamente una giornata molto triste.

Se non ci arrivi, hai dei problemi che ti consiglierei di risolvere con l’aiuto di qualcuno veramente molto bravo.

Photo credits:

Photo by Kristina Tripkovic on Unsplash

Il piacere di guidare

Ho accompagnato i miei ragazzi a Porto Santo Stefano perché potessero imbarcarsi e raggiungere l’isola di Giannutri dove passeranno due settimane di vacanze con la madre.

In una giornata ho guidato per qualcosa come 1080 chilometri tra andata e ritorno.

Mi piace guidare, mi piace tantissimo guidare.

Io sono una persona dalla guida tranquilla e mai molto veloce. Mi piace prendermi il tempo di potermi guardare intorno mentre guido, meglio se avvolto dalla musica che amo.

Il fatto di sedere in macchina per lungo tempo mi conduce naturalmente in uno stato molto positivo in cui riesco a pensare, spesso in maniera più profonda che non in altre situazioni.

E’ strano. Non ne sento la fatica anche se mi concedo frequentissime soste. Ho sempre ritenuto che le stazioni di servizio fossero dei non luoghi estremamente interessanti dal punto di vista etnografico. La possibilità di incontrare storie interessanti è estremamente elevata così come è elevatissima la possibilità di osservazione situazioni del tutto particolari.

Mi piace guidare di notte perché il buio sembra isolarmi ancora di più dal contesto ed il mio pensiero diviene ancora più efficace.

E quando guidi stai sempre andando verso qualcosa o tornando verso qualcosa. C’è sempre una sensazione di aspettativa in entrambi i casi. Anche semplicemente immaginare il ritorno a casa e ritrovarsi tra le proprie cose e le proprie abitudini.

E poi c’è la guida in sé. Questo nonostante tutti gli ostacoli che si devono superare per renderla piacevole. Il comportamento, talora sconsiderato, di altri guidatori. L’insieme di quelle persone che considerano la corsia più a destra come la corsia dell’infamia. Quelli che guidano telefonando e fumando allo stesso tempo. Emuli moderni della dea Kali che sembra abbiamo sei braccia.

Nonostante questo guidare è piacevole. Mi piace il silenzio dell’abitacolo ed il leggero rumore del motore e dello scorrere delle ruote sulla strada.

Anche quando fai lo stesso percorso tante volte c’è sempre qualche particolare nuovo che salta agli occhi. Spesso è solo una luce diversa che rende piacevole uno scenario che magari hai sempre considerato insignificante.

Sì, mi piace guidare.

Photo Credits:

Photo by Darwin Vegher on Unsplash

Risultati interessanti

In questi mesi di continua scrittura giornaliera su questo blog ho fatto diversi esperimenti sociali, se così si può dire.

Prima di cominciare a fare questi esperimenti ho dato una occhiata alle statistiche del sito. Mi interessava capire quale era il giorno della settimana e l’ora nella quale avevo il maggior numero di visualizzazioni ed il maggior numero di interazioni con le persone.

Salta fuori che il giorno migliore è il mercoledì.

Decido quindi di postare una cosa che avevo in mente da tempo e che certamente è strong opinionated da un lato e, probabilmente, molto fastidiosa per diverse persone. Si tratta del mio post sul Decreto Legge Zan.

Bene, dopo quel posto e trascorse le classiche 24 ore dopo le quali il post naturalmente scompare dalla visibilità dei social networks vado a controllare le statistiche.

Il risultato non è stato una sorpresa. Il post raramente è stato letto per intero, mai condiviso e ha ricevuto una ed una sola interazione.

Purtroppo non ne sono sorpreso.

Sopratutto su LinkedIn tutti evidentemente cercano di stare sulla sponda sicura del fiume. Interagire con un posto dal contenuto complesso e che richiede un preciso schieramento è difficile. Come ho già scritto, LinkedIn è per il business e perché mai dovrei mettere a repentaglio il mio business per manifestare sostegno ad una cosa che può essere mal vista da potenziali partners?

Ho fatto la stessa cosa in passato ed il risultato è sempre stato lo stesso. Quando si parla di cose come quella la reazione è sempre la stessa. Io evito di schierarmi perché non si sa mai.

Personalmente non ho alcun problema a schierarmi per quello che io ritengo essere giusto, business o non business. Se per quello che scrivo perdo qualche opportunità di business probabilmente si tratta di una opportunità che comunque non andrebbe bene per me.

E’ necessario schierarsi e prendere posizione. Sempre!

Photo Credits:

Photo by Louis Smit on Unsplash

Ma perché vi rode?

Continuo a leggere polemiche riguardo la visita di Chiara Ferragni agli Uffizi.

Quindi le cose stanno così: Chiara Ferragni fa il suo onesto lavoro e fa uno shooting agli Uffizi per Vogue Honk Kong. Giustamente lei posta immagini dell’evento sui suoi social networks a favore dei suoi 20 milioni di followers e si scatena l’inferno.

Molti dei follower degli account social degli Uffizi minacciano di smettere di seguire l’account.

Allo stesso tempo gli attacchi a Chiara Ferragni si spostano sul fatto di essere giovane, donna e di successo. Mala tempora currunt. Quindi non solo vi rode che Chiara Ferragni sia andata agli Uffizi ma anche che, in quanto donna, si possa attaccarla anche su quel fronte per sminuire la sua figura.

Davvero, ma cosa avete di sbagliato?

Non più tardi di domenica mi è capitato di leggere questo:

Le rare volte in cui ci si imbatte in un libro che si fa leggere si prova una strana sensazione, un misto di imbarazzo e di senso di colpa. Il secolo breve infatti ci ha abituato ad apprezzare solo i romanzi che sembrano lunghi e possibilmente ostici. La parola più giusta sarebbe un’altra, noiosi, ma chi la pronuncia rischia subito l’accusa di superficialità. D’altronde chi pretende di leggere divertendosi è evidentemente un ignorante, qualcuno che non sa cosa deve essere la cultura, una meticolosa elencazione degli orrori.

Giuseppe Scaraffia – domenica de Il Sole 24 Ore – 26 Luglio 2020

Ecco, sta tutto in quella frase in grassetto.

La cultura deve essere per pochi eletti e, in un certo qual modo, deve essere sofferenza?

Questo approccio è un male assoluto. Relegare la cultura ad un ambiente per pochi è un errore marchiano per l’evoluzione di un paese. Questa presunta élite culturale che critica Chiara Ferragni è quanto di peggio ci si possa aspettare da coloro che la cultura dovrebbero promuoverla.

La cultura è, e deve essere, per tutti. E se servono interventi come quello di Chiara Ferragni per promuoverla ben venga. Quanti di quei 20 milioni di followers sarebbero mai entrati agli Uffizi se Chiara Ferragni non avesse postato quelle foto. Se anche solo uno di quei venti milioni di persone entrerà in un altro museo dopo gli Uffizi sarà stato un successo.

La cultura non è sofferenza. E’ una gioia assoluta che deve essere diffusa in ogni modo possibile.

La cultura è davvero l’unica salvezza possibile non solo per questo paese, ma per il mondo intero.

Se vi occupate di cultura e avete criticato Chiara Ferragni vi consiglierei di scendere da quel piedistallo ed avvicinarvi al mondo reale perché quella è la realtà delle cose. Certamente buffo il fatto che poi, nelle vostre stanzette e circoli, vi lamentiate dello stato della cultura nel paese. In qualche modo siete voi stessi a volere soffrire della situazione, pur non facendo nulla per cambiarla se non lamentarsi continuamente.

Oggi più che mai è necessario evitare di pensare a compartimenti stagni.

Ben vengano le persone come Chiara Ferragni!

P.S. Per chi fosse interessato il libro di cui si parla nella citazione è questo: Lo specchio delle nostre miserie. Pierre Lemaitre – Traduzione di Elena Cappellini – Mondadori. Io lo ho letto e ne vale davvero la pena!

Photo Credits:

Photo by Matteo Lezzi on Unsplash

a.d. 2020

E’ notizia di ieri che a Policastro una coppia di uomini è stata separata da un bodyguard mentre si baciava durante una serata danzante. Questo avveniva mentre decine di altre coppie, evidentemente ritenute “normali”, si scambiavano le stesse effusioni.

A Palermo un parroco si schiera contro la proposta di legge Zan “Modifiche agli articoli 604-bis e 604-ter del codice penale, in materia di violenza o discriminazione per motivi di orientamento sessuale o identità di genere” durante l’omelia ai fedeli.

Questo nonostante l’articolo 7 della Costituzione della Repubblica Italiana:

Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.
I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale.

Non passa giorno che qualche individuo venga aggredito, e spesso malmenato, a causa del suo orientamento sessuale.

Ma in che cavolo di paese viviamo?

Io ho sempre viaggiato molto sin da quando ero un ragazzino. Fin da subito mi sono abituato a convivere con chi è diverso da me. Ho imparato ad apprezzare il valore di questa diversità e la capacità di crescere tutti più velocemente quando si è in grado di valorizzare questa differenza.

Mi sono trovato spesso ad assistere ad effusioni di coppie eterosessuali ed omosessuali e la situazione mi ha sempre fatto sorridere, in senso positivo. La manifestazione di affetto e amore è sempre potente ed efficace.

Tantissimi anni fa con la fidanzata del tempo frequentavo una coppia omosessuale. Una amicizia acquisita grazie a lei. Dopo diverso tempo ricordo che lei mi chiese per quale motivo non avessi fatto alcuna osservazione riguardo la relazione tra queste due persone. Ricordo che risposi che non c’era niente da osservare se non il fatto che mi sembrava una bella coppia. Il fatto che fossero una coppia omosessuale non era per me un particolare argomento di discussione.

Esattamente cosa vi turba di un bacio omosessuale? Quale cavolo è la differenza di un bacio tra due uomini o due donne e quello tra un uomo ed una donna?

Il ddl Zan è necessario ed è una gran buona cosa. L’unica cosa che mi infastidisce, e davvero molto, è il fatto che sia necessario farci un ddl per proteggere che non dovrebbe averne alcun bisogno a ragion di logica.

Non voglio nemmeno parlare di tolleranza, perché è un termine che aborro. Non si tratta di tollerare, si tratta solo di non farsi menate che sono del tutto irrilevanti in una società che sia degna di questo nome. Non c’è niente da tollerare. Tollerare implica una accezione negativa rispetto alla azione che si tollera. Qui non c’è alcuna accezione negativa! E’ tutto perfettamente normale, tanto che nemmeno si dovrebbe parlare di normalità.

Nota a margine: se a qualcuno questo approccio infastidisce lo prego di bloccarmi seduta stante. Sarà un sollievo per lui, ma sopratutto per me.

Photo Credits:

Photo by Jasmin Sessler on Unsplash

Siamo tutti fighissimi!

Oramai è più di un anno che latito quasi totalmente da qualsiasi social network. Di quando in quando posto qualche foto giusto per farmi vivo con qualche immagine del mondo reale che vivo ogni giorno. Fanno ovviamente eccezione i contenuti di questo blog che vengono diffusi urbi et orbi per una pura questione di vanità.

Oramai, ma sempre più raramente, sono quello che tecnicamente si definisce un lurker:

il lurker è un soggetto che partecipa a una comunità virtuale (una mailing list, un newsgroup, un forum, un blog, una chat) leggendo e seguendo le attività e i messaggi, senza però scrivere o inviarne di propri, non rendendo palese la propria presenza, o perché non lo reputa necessario, o perché non lo desidera.

Quando mi capita mi ritrovo in un universo praticamente perfetto.

Scorro le pagine di LinkedIn e siete tutti intelligentissimi, ricoprite tutti posizioni di rilievo e tutti avete un grande successo. Su LinkedIn ci sono poco più di 130 milioni di utenti e, accidenti, non c’è un cretino neanche a pagarlo oro. Mi sento davvero sollevato ad essere circondato da cotanta qualità, la mia per prima.

Mi sposto ogni tanto su Instagram e vedo una pletora di corpi perfetti, persone che hanno un vita sociale invidiabile da qualsiasi persona appartenente al jet set. Visitate tutti posti fighissimi e molto di frequente. Io spesso mi ritrovo in coda in tangenziale anche quando sogno di andare in vacanza. Davvero, non vi capita mai di trovarvi, per errore ovviamente, in un posto di merda? (Perdonate il francesismo, ma ci sta). Non vi capita mai di esservi abbuffati come avviene in un pranzo nuziale ed essere gonfi come una zampogna?

Faccio un salto veloce su Facebook ed un tripudio di stati ispirati, considerazioni taglienti, foto di luoghi incredibili, di esperienze inenarrabili. Io mi sento in dovere di ammetere che spesso cedo alla condizione di vivere una esistenza povera ed assolutamente scevra di qualsiasi emozione che valga la pena di condividere.

Vero è che, specialmente su Facebook, ogni tanto ci lasciamo andare. Facciamo quel commento che dovremmo tenere per noi, mettiamo quel like che non dovremmo mettere od inveiamo contro il nostro nemico di turno. Sì, su Facebook un pochino ci scappa la mano.

Mi riprendo un pochino quando vado su Reddit ed un pochino mi ritrovo nei newsgroup degli anni 80, ammesso che si frequentino i giusti subreddit. Finalmente una boccata d’aria che, purtroppo, dura poco perché entrando nel merito dei commenti si ritorna a quanto si trova su Facebook. Peccato, è durato poco.

E poi c’è la vita reale. Quando ti svegli la mattina e sembri il fratello brutto dello Yeti ma, ovviamente non posti alcuna prova. Fai colazione con il Buondì Motta ed il caffè fatto il pomeriggio prima ma cerchi nelle tue foto di repertorio la migliore colazione che hai avuto negli ultimi mesi condita con un “Buongiornissimo!”. Devi andare al lavoro con la tua macchina scassata e ti fai tre ore di coda in tangenziale ma non dici nulla a nessuno perché non è figo. Trascorri la giornata in ufficio tra noiosissime riunioni ed inutili conversazioni dove il massimo che puoi postare è la foto delle tue scarpe, ammesso che tu ti sia ricordato di metterti quelle fighe mentre vagavi stordito nei meandri della tua scarpiera. Forse ti va di lusso con la pausa pranzo, ammesso che per una volta tu voglia spendere i soldi tuoi e non i 5.32 Euro dei ticket che quei purciari della tua azienda ti danno.

E poi torni a casa, ma ti devi fermare in tintoria perché non hai più uno straccio di camicia pulita. Siamo sinceri, la tintoria non è affatto in. Sia la location che il contesto lasciano molto a desiderare.

Ti rimane l’opzione aperitivo, ammesso che qualcuno ti inviti. E’ figo ma è uno sbatti perché dopo una giornata di gimcane per sopravvivere alla quotidianità non è facile sembrare figo, soddisfatto e di successo.

Torni a casa e crolli sul tuo letto, sfatto perché la mattina rifarlo non è cosa, e cadi in un sonno vuoto e poco ristoratore.

Dai, la vita reale è questa. Siamo sinceri. Qualcuno scrisse:

I momenti veramente importanti nella vita di un uomo si contano sulle dita di una mano.

Io aggiungerei che quelli fighi si contano in numero leggermente superiore, ma non tanto. Tutto il resto è inventato.

Non siamo quello che raccontiamo, ma abbiamo bisogno di conferme da parte degli altri.

Photo Credits:

Photo by NordWood Themes on Unsplash

Il mio smartwatch è diventato stupido

Prendo spunto da un interessantissimo post di Fabio Lalli su Facebook:

Sfortuna vuole che io mi trovi esattamente nelle stesse condizioni di Fabio.

Da qualche giorni i sistemi di Garmin Connect sono inaccessibili ed i siti di informazione affermano che degli hacker stanno tenendo sotto scacco Garmin con una richiesta di riscatto di 10 milioni di dollari. Quale che sia la causa di questa indisponibilità del servizio il risultato è esattamente quello di cui parla Fabio.

Mi ritrovo con uno smartwatch pagato a caro prezzo che si è ora, mi auguro temporaneamente, trasformato in un costosissimo orologio digitale in grado di comunicarmi data e ora. Stesso discorso per la bilancia connessa di cui si parla nel post su Facebook.

Quando scelsi il Garmin Fenix 6s lo scelsi in alternativa al più diffuso Apple Watch. La mia scelta fu guidata dal fatto che ritenevo Garmin più affidabile di Apple per quanto riguarda la qualità dei dati biometrici collezionati dal sistema e, in misura molto minore, per una questione estetica.

Questo oggetto si è rivelato nel tempo un grande acquisto. In realtà sono stato un utente anche del Fenix 5 ma passai al modello 6S, non appena uscito, perché questi era in grado di sopperire ad una grave assenza rispetto all’Apple Watch. L’assenza della possibilità di pagamento contactless. Nel Fenix 6 questa funzionalità è stata introdotta, sebbene con una usabilità decisamente inferiore a quella dell’Apple Watch ma comunque relativamente usabile e sufficiente per i miei scopi.

In questi giorni questo valore è completamente venuto meno.

Io ritengo che quando si progettano prodotti e servizi, specialmente in ambito consumer, la protezione dell’ecosistema e la garanzia della sua disponibilità “per sempre” debba essere una priorità assoluta. Io, come consumatore, faccio le mie ricerche e decido di investire il mio denaro nel tuo ecosistema.

In realtà non sto comprando solo un oggetto più o meno intelligente, sto comprando un ecosistema di prodotti e servizi. Il minimo che mi aspetto è che tu mantenga quell’ecosistema in cui ho investito sempre disponibile. Questo al di là delle potenziali problematiche tecniche che possono essere comprensibili. Questo vale sopratutto nel non discontinuare linee di prodotto che sono parte dell’ecosistema e sulle quali l’utente ha deciso di spendere i suoi quattrini.

Allo stesso tempo mi aspetto che l’ecosistema sia il più funzionale rispetto alle mie esigenze e che sia quindi in grado di consegnarmi una esperienza utente proporzionale all’investimento che ho fatto nel prodotto e nel servizio.

Photo Credits:

Photo by Gerardo Ramirez on Unsplash

La cravatta ed i suoi nodi

Sono oramai moltissimi anni che mi metto un completo e relativa cravatta d’ordinanza solo per matrimoni, funerali e qualche altra, rara, occasione istituzionale.

Prima era una sorta di divisa, non richiesta ma consigliata. Oggi io la chiamo alta uniforme. Oramai non mi interessa più come gli altri si aspettino che io mi vesta. E’ molto facile vedermi sempre in jeans, t-shirt e snickers quale che sia l’occasione cui devo partecipare. Se ci sono clienti io penso sempre che stiano comprando il mio cervello e non il mio guardaroba.

Anche in questo ho le mie fisime. Camicie solo con polsini alla francese doppio, nessuna cifra sulla camicia, pochette dello stesso tessuto della camicia, collo italiano.

Sulla pochette e sulla sua piegatura si potrebbe parlare ma non è questo l’oggetto di questo post.

Quando usavo i vestiti la mia fissa erano quindi le cravatte. Se togliete la fattura del completo ed il suo tessuto, la cravatta è l’unico elemento che permette un pochino di libertà e di gusto nell’abbigliamento classico maschile.

Da questo punto di vista le signore hanno molte più possibilità di scelta pur rimanendo sempre eleganti e raffinate.

Di cravatte ne possiede quindi ancora a dozzine. Ora sono stipate in un angolo del mio armadio fuori dalla vista, e dall’uso di tutti i giorni.

Se quindi puoi scegliere il tessuto e la fattura della cravatta c’è un elemento che molti trascurano. Il nodo della cravatta. In giro si vedono davvero sempre i soliti. Tipicamente il classicissimo Windsor, l’half Windsor ed il nodo Prince Albert. Poco altro. Tutti uguali.

Io negli ho maturato la capacità di farmi un grande numero di nodi della cravatta e li uso tutti quando ne ho ancora l’occasione.

Per esempio mi piace da morire il nodo Eldridge, il nodo Trinity, il nodo Prince, il nodo Merovingian e tantissimi altri di cui non ricordo il nome ma che ricordo perfettamente come fare.

E’ un modo per fare in maniera diversa quello che tutti fanno sempre senza pensare. In un certo qual modo un modo per distinguersi. Generalmente tutti lo notano a dimostrazione che ci si fa caso, ma solo se lo si fa in maniera non usuale.

Ancora una volta, tutto può essere trasformato in una esperienza ed in un modo per imparare qualcosa di nuovo. Questo non salva la vita a nessuno ma dimostra che ci hai messo la testa, che ci hai pensato.

Che non hai semplicemente soddisfatto una convenzione sociale.

Photo Credits:

Photo by Rhii Photography on Unsplash

Strafalcioni

In effetti mi rendo conto di essere circondato da tante persone che, nonostante tutto, mi vogliono bene.

Giustamente, qualcuno di essi mi fa notare che mi capita di fare degli strafalcioni nei miei scritto. Mia madre, spesso, li avrebbe sottolineati due volte con due tratti blu della sua temibile matita rossa e blu. Quella matita mi fa paura ancora oggi.

Per questo non appena qualcuno mi fa notare un errore corro subito a sistemarlo.

A mia discolpa posso semplicemente dire che si tratta sempre di scritti buttati giù di getto senza grosse riflessioni e generalmente in un piccolo buco della mia agenda. Questo fa sì che la probabilità di scrivere in un Italiano poco decente aumenta oltre misura.

Detto questo, io detesto gli strafalcioni degli altri, figuriamoci i miei. Un errore di grammatica o di sintassi sono per me il più grande turn off possibile ed immaginabile.

In fondo, almeno una rilettura ci starebbe.

Photo Credits:

School photo created by jcomp – www.freepik.com

Serendipity

La serendipity, o serendipità se ne vogliamo parlare in Italiano, è un concetto che mi ha sempre affascinato moltissimo.

Come molte altre volte partiamo dalla definizione:

serendipità s. f. [dall’ingl. serendipity, coniato (1754) dallo scrittore ingl. Horace Walpole che lo trasse dal titolo della fiaba The three princes of Serendip: era questo l’antico nome dell’isola di Ceylon, l’odierno Srī Lanka], letter. – La capacità o fortuna di fare per caso inattese e felici scoperte, spec. in campo scientifico, mentre si sta cercando altro.

Treccani – Vocabolario on line

Fare una scoperta cercando altro.

Mi piace questa idea di ritrovarsi tra le mani qualcosa di interessante mentre si sta cercando di risolvere un altro problema.

Se è vero che questo concetto si applica al singolo, sia questi un ricercatore, un lavorate, un insegnante e via dicendo è altrettanto vero che le probabilità di trovare qualcosa di nuovo cercando altro aumentano considerevolmente quando si lavora in gruppo.

Io penso che questa sia una cosa che ha subito un impatto enorme per via delle restrizioni cui siamo stati sottoposti nei mesi scorsi.

Da un lato è vero che molte aziende, tra le quali la mia, hanno avuto la possibilità di continuare a lavorare in modo proficuo pur avendo tutti i lavoratori in sedi remote.

E’ quindi evidente che il lavoro, nel senso stretto del termine, è comunque progredito e certamente qualche effetto dovuto alla serendipità si è comunque manifestato.

E’ comunque venuto meno tutto quel tessuto che non è propriamente lavorativo che nasce dalla condivisione delle idee con i colleghi, le chiacchiere al tavolo da pranzo od alla macchinetta del caffè. Sono venuti meno tutti quei collegamenti informali che avvengono a latere di un evento e che, spesso, ne sono la parte maggiormente interessante.

Il lavoro è diventato più asettico e sono mancati tutti quegli elementi di fertilizzazione che sono tipici delle attività collaterali.

In alcuni settori credo che questo sian un danno piuttosto grave e forse ancora non ce ne siamo resi ancora conto.

Imparare a dimenticare

Con questa fluente chioma di capelli bianchi che mi ritrovo posso dire con certezza che il traguardo più soddisfacente che ho raggiunto personalmente sia la capacità di dimenticare, e di dimenticare in fretta.

Non ho grossi rimpianti rispetto al passato. In fin dei conti sono sempre stato in grado di fare quello che volevo, spesso pagandone le conseguenze ma molto raramente scendendo a compromessi che mi fosse impossibile tollerare.

In tutto questo percorso la capacità di dimenticare, ed in fondo perdonare, è fondamentale.

Inutile vivere nel rimpianto di quello che avrebbe potuto essere o di quello che era.

Non si vive nel passato e non si vive del passato. In particolare non si vive nemmeno verso il futuro se non in una benefica tensione verso il miglioramento.

Si vive nel presente, ed il presente è puntuale. E’ fatto di istanti dei quali devi avere assoluta consapevolezza. Questa, credo, sia la strada per una esistenza felice o, se non altro, la migliore approssimazione possibile per una esistenza felice.

Albert Camus scriveva:

Che cosa è la felicità se non in sincero accordo tra un uomo e la vita che conduce?

Ecco, sta tutto qui.

Quell’accordo non lo trovi se non sei in grado di dimenticare e perdonare.

Photo credits:

Photo by Tj Holowaychuk on Unsplash

LinkedIn è per il business

E’ una mia scelta quella di fare cross posting dei contenuti di questo blog su diversi siti, tra questi anche LinkedIn.

Ricevo un messaggio da un non contatto che evidentemente è un contatto di qualcuno che ha condiviso uno dei miei scritti che mi lascia perplesso.

Non facciamo nomi perché è poco elegante e non aggiunge granché al tema che vorrei affrontare.

Il personaggio in questione è un sedicente guru della comunicazione e grande esperto di “crescita del network”, almeno a suo dire. Si è sentito quindi in dovere di farmi conoscere la sua opinione sul mio operato su LinkedIn.

Mi viene detto che condividendo i miei post su LinkedIn, sopratutto quelli che non hanno contenuto di “business”, diminuisco in maniera grave l’efficacia del mio personal branding sulla piattaforma. Più o meno testuale.

In questi casi mi scatta in maniera del tutto automatica l’espressione: “E ‘sti cazzi”.

Punto primo. Evidentemente il concetto che abbiamo di business è piuttosto diverso l’uno dall’altra. Per me essere efficaci nel “business” è essere in grado di coniugare in maniera coerente l’emisfero destro e l’emisfero sinistro per risolvere un problema.

Punto secondo. Non ho bisogno di espandere il mio business, sopratutto quello che riguarda il mio “brand”, ammesso che ne abbia uno. Sono più che soddisfatto di come stanno andando le cose e l’equilibrio che ho raggiunto rasenta la perfezione.

Punto terzo. L’unica attenuante che gli concedo è che stesse coltivando il suo di business, tentando di appiopparmi qualche genere di consulenza sul tema che lui ritiene rilevante.

Punto quarto. Alla tenera età di cinquantatré anni io scrivo quello che mi pare, dico quello che mi pare e faccio quello che mi pare. Se non ti piace quello che scrivo passa oltre. La quantità di cose con le quali ti puoi trastullare online è praticamente infinita. Non c’è alcun bisogno di venire a rompere le scatole a me. Se vuoi discutere e approfondire sei il benvenuto, se vuoi esprimere giudizi rivolgiti a qualcun altro perché io non alcun interesse del tuo giudizio nei miei confronti. Non mi interessava prima, non mi interessa ora e non mi interesserà in futuro.

Punto quinto. Come ho sempre detto questo è un esercizio che faccio per me stesso e non per gli altri. E’ un modo di fissare in modo semi permanente i miei pensieri. Non è destinato a nessun altro scopo. Se qualcuno trova interessante quello che scrivo mi fa piacere, se viene ritenuto irrilevante bene lo stesso, probabilmente lo è per la maggioranza delle persone ma non per me.

Punto sesto. No, dai, vi ho già rotto a sufficienza su questo tema.

Ovviamente non ho risposto alla persona. E’ veramente molto raro che non risponda a qualcuno ma in questo caso il valore aggiunto di una risposta era veramente nullo.

Photo Credits:

Photo by Greg Bulla on Unsplash