Parole sparse

Categoria: Esperimento (page 1 of 37)

Lievito egizio

Se rivolgiamo il nostro sguardo a quello che sta accadendo mi sembra abbastanza chiaro che dobbiamo cominciare a fare le nostre scorte di lievito e farina per affrontare il prossimo lockdown.

Sdrammatizzo un pochino perché sono piuttosto stanco di questa sequenza ininterrotta di pessime notizie e scarsa lungimiranza.

Sono rimasto affascinato dalla lettura di questo articolo: How the Man Who Invented Xbox Baked a 4,500-Year-Old Egyptian Sourdough.

Chiunque bazzica con qualche interesse il complesso mondo dei videogiochi dovrebbe conoscere Seamus Blackley. In genere viene identificato con il padre della console Xbox.

Blackley è anche grande appassionato di panificazione ed egittologia e ha deciso di cercare di riprodurre il pane cucinato dagli antichi egizi. Mica come noi che facciamo la focaccia ligure. Qui si parla del pane che mangiava Thuthankamun, mica pizza e fichi.

Ovviamente il personaggio ha a disposizione tempo, denaro ed una rete di relazioni che gli permettono di realizzare questa iniziativa. La sua ricerca sul progetto dura un anno ed alla fine riesce nell’impresa.

Già questo mi sembra una cosa interessante.

C’è un altro punto molto interessante nell’articolo. Il primo tentativo di Blackley è basato su del lievito del quale non si può garantire l’origine antica. Quando lui posta su Internet il risultato si genera una levata di scudi contro l’originalià del risultato.

Le critiche maggiori sostengono che la provenienza del lievito non può certo essere garantita.

In particolare mi piace da morire la sua reazione alle critiche:

They weren’t trolling me—I’m from the games business, I’m immune to trolling at this point. They were just after the proof. I was really embarrassed I hadn’t done this right.

“Io sono immune ai troll” mi fa impazzire.

Questa frase rivela una attitudine che tutti dovremo coltivare per qualsiasi progetto stiamo affrontando. Semplicemente: vai avanti se sei convinto sia una cosa di valore.

Interessante anche il fatto che Blackley valuta le critiche e raccogli spunti. Per questo recluta i suoi due maggiori critici per completare il progetto e dopo un anno di lavoro sforna una pagnotta con farina lievitata per mezzo di lievito vecchio di 4500 anni.

Fantastico.

Ad ogni modo, certe volte mi stupisco delle fonti che sono finite nella mia lista di feed. Questà è una di quelle.

Sempre la stessa medaglia con due facce

E’ notizia recente che github ha rimosso dai suoi repository pubblici tutti i tools che permettono di scaricare video e audio da YouTube. Questa azione è stata presa a seguito di una richiesta avanzata dalla Recording Industry Association of America (che si può leggere qui).

In sostanza la RIAA sostiene che il tool youtube-dl, e tutti i suoi derivati, sono strumenti che aggirano i meccanismi di protezione dei servizi di streaming, come ad esempio YouTube, per scaricare video e musica illegalmente.

Diciamo che tecnicamente non vi è nulla da eccepire. E’ ben evidente che lo strumento permette di scaricare materiale che è protetto da copyright.

Come sempre vi è un rovescio della medaglia ed io trovo questa cosa affascinante oltre che pericolosa.

Da questo articolo presente sul sito della Freedom of the Press Foundation si evince che lo strumento è spesso utilizzato dai giornalisti quando si occupano di materiale sensibile.

Quando un video controverso viene postato su uno dei vari siti di social media è molto probabile che questo scompaia nel giro di poco tempo. E’ ben evidente che avere una copia del video in questo caso è fondamentale. Le ragioni sono bene esposte nell’articolo originale ma non è necessaria grande immaginazione per capirne le motivazioni.

Quindi se da un lato le ragione della RIAA sono sacrosante e la loro richiesta è perfettamente legittima (anche se mi viene il dubbio che lo strumento è una cosa ed il suo utilizzo fraudolento un’altra) dall’altro si tratta di uno strumento che aveva un valore assoluto al di là dell’utilizzo illegale.

La cosa bella è che comunque la rete protegge da sé questo genere di contenuti ed lo strumento è comunque scaricabile altrove.

La rimozione da github potrebbe rallentarne lo sviluppo e l’evoluzione ma va detto che oggi mettere in piedi un server github like è a portata di pochi click per chiunque.

Dormire sugli allori

green-leafed plant
Photo by okeykat on Unsplash

Con un tempismo assolutamente preciso mi capita di leggere un pezzo dell’Harvard Business Review, non il Corriere dei Piccoli, che lodava l’approccio Italiano alla lotta della pandemia. Il pezzo è datato 20 Marzo 2020 e lo potete legger qui: Lessons from Italy’s Response to Coronavirus

Rileggerlo oggi fa venire le lacrime agli occhi.

Tutti i punti che caratterizzavano l’approccio Italiano sono oggi completamente sconfessati.

Abbiamo dormito sugli allori delle buone notizie frutto di quel primo approccio che, sebbene perfettebile, aveva dato i suoi frutti.

A volte penso che sia stato frutto del fattore C piuttosto che di vera e propria competenza.

Quello che si legge in questi giorni, provvedimenti compresi, è imbarazzante e pericoloso negli scenari che si prospettano.

Niente di quello che è stato scritto in quell’articolo è vero. Non esiste un piano e sono stati spreacti mesi non facendo nulla e non preparandosi a nulla. I numeri di Aprile e Maggio ci hanno fatto dormire sugli allori.

Credo che tutti abbiamo pensato: passata la festa, gabbato lo santo.

Purtroppo la festa era molto più lunga di quello che avevamo immaginato.

Ho il grandissimo timore che Novembra sarà un mese terribile.

reMarkable 2

Sono un grandissimo fan di reMarkable. Ho comprato la prima versione del prodotto non appena uscita. Erano anni che cercavo di sostituire la carta con qualcosa del genere. Avevo provato con un iPad ma senza grandi soddisfazioni. Con il mio iPad non riuscivo a fare una giornata intera con la sua batteria ed ogni sera dovevo ricordarmi di ricaricarlo. Niente da fare non andava bene.

ReMarkable è stato un successo dal primo giorno. Durata della batteria incredibile e caratteristiche ideali per le mie necessità. Lo avevo acquistato con un grande dubbio: la latenza tra il gesto della scrittura ed il rendering sullo schermo sarà sufficientemente bassa da non essere distinguibile da carta e penna? La risposta è stata un grande sì e da allora ha sostituito in maniera definitiva i miei taccuini Moleskine. Quei taccuini continuo ad usarli per le mie faccende personali, ma questa è un’altra storia.

Per queste ragioni non ho resistito ad acquistare la seconda generazione di questo oggetto: reMarkable 2.

Per quanto soddisfatto della prima versione del prodotto ho sempre pensato che ci fossero alcune cose che potevano essere migliorate. La prima, certamente non fondamentale, ma certamente importante è il design del prodotto. La prima versione mi ricordava molto il primo Kindle con questa plastica bianca ingentilità con degli inserti di alluminio. Si poteva certamente fare di meglio. Anche la disposizione e la dimensione dei tasti fisici non mi soddisfaceva granchè e qualche volta mi è capitato che il prodotto si accendesse quando non volevo.

La seconda versione del prodotto ha subito dei grandissimi cambiamenti dal punto di vista dell’Industrial Design. Ora, almeno secondo i miei gusti, è veramente molto bello. Elegantissimo sopratutto con la sua custodia simile a quella del Kindle Oasis 2. Anche il fatto che sia diventato più sottile è certamente apprezzabile sebbene l’originale avesse già dimensioni del tutto ottimali.

Interessante il datto che il connettore per la ricarica è ora USB-C. Questo mi evita di portarmi in giro un altro cavo micro USB.

Grande miglioramento anche sullo stilo. Il peso è aumentato e questo lo rende molto più simile ad una penna che ad una matita in termini di feeling sulle dita. E’ stata aggiunta la funzionalità gomma allo stilo che ho sempre ritenuto una grave mancanza della prima generazione. Ora è possibile agganciare lo stilo al prodotto tramite dei magneti che sono piuttosto potenti e che lo tengono in posizione in maniera molto salda.

Ho notato un grandissimo miglioramento nella velocità del sistema e questo è certamente a causa del cambio del processore usato. Quello attuale è due volte più veloce di quello della prima generazione. Anche il refresh del display si è dimezzato e questo cambiamento si nota molto nell’utilizzo.

Dai test che si leggono in giro pare che la durata della batteria sia triplicata. Devo dire che non ho ancora avuto modo di verificare se questo sia vero oppure no ma posso certamente dire che non ho mai avuto alcun problema con la durata della batteria nella versione precedente.

Dopo qualche giorno di utilizzo posso dire che la latenza è ancora diminuita ed ora la differenza tra carta e penna è assolutamente impercettibile. Se nella prima versione era ottima in questo seconda generazione è assolutamente perfetta. La superficie dello schermo è più morbida in termini di texture rispetto al precendente. Non mi dispiace affatto anche se la prima versione dava maggiormente la sensazione della mano sulla carta.

Di questo prodotto mi piace il fatto che si sincronizza solo con i sistemi di reMarkable e che non ha integrazioni con altri sistemi, come potrebbe ad esempio essere Evernote.

Mi piace l’idea che questo prodotto da una cosa sola e la fa molto bene.

Il prodotto è quasi totalmente FOSS (Free and Open Source Software) ed è possibile metterci le mani sopra se lo si desidera, ad esempio collegandosi al prodotto via ssh. All’interno della pagina dei setting si trova la password di root per il collegamento via ssh. Figo.

C’è una comunità abbastanza estesa di persone che hanno scritto funzionalità aggiuntive per la prima versione del prodotto.

L’unica grande pecca risiede nel fatto che i driver della scheda di rete WiFi sono proprietari e questo rende il prodotto non collegabile in rete quando ci si installa sopra una versione di sistema operativo non originale.

Questo è un vero peccato.

In conclusione sono veramente molto soddisfatto del prodotto anche se ritengo non sia un upgrade assolutamente necessario se si possiede già la prima generazione del prodotto.

Le due facce della medaglia

Nel corso di questi ultimi anni sono moltissimi i casi in cui le forze dell’ordine hanno fatto uso di algoritmi di Machine Learning per identificare e tracciare i volti delle persone. In molti casi questi algoritmi sono utilizzati durante quelle manifestazioni che vengono considerate a rischio. I volti dei partecipanti vengono quindi collezionati e passati agli algoritmi di riconoscimento facciale.

Questa attività permette sostanzialmente due cose:

  • Tracciare il movimento delle persone durante il corso dell’evento.
  • Identificare i presenti in caso di necessità.

Niente di nuovo.

Quando si utilizza una qualsiasi tecnologia dobbiamo tenere sempre presente due fattori importanti. Il primo è che rendere pubblico l’utilizzo di una particolare tecnologia permette a chi la subisce di analizzarla e studiarla a proprio vantaggio. Il secondo è il fatto che molta della tecnologia si è democratizzata ed è vastamente disponibili a costi che non sono più proibitivi.

Nel caso specifico è possibile costruire un sistema di riconoscimento facciale con poche decine di dollari di hardware e software di pubblico dominio. Ci sono decine di tutorial online che spiegano come farlo anche per coloro che non sono geek di natura. Questo è il primo tutorial che Google mi propone dopo una ricerca: RaspberryPi Face Recognition.

A questo punto degli attivisti hanno pensato di utilizzare la stessa tecnologia per tracciare l’attività delle forze dell’ordine. C’è un bell’articolo su Futurism che parla proprio di questo. Leggetelo perché è interessante.

Tramite questa tecnologia è possibile tracciare l’attività di quei componenti delle forze dell’ordine che nascondo il proprio badge durante le manifestazioni. A questo punto viene da chiedersi come sia possibile poterli identificare come persone. L’ego delle persone e la loro volontà di volere condividere ogni dettaglio della propria vita rende questo molto semplice. Sui social media ci sono miliardi di foto di persone strettamente collegata alla loro identità reale, al luogo in cui vivono ed al lavoro che fanno.

Il cerchio si chiude e la tecnologia diventa completamente simmetrica nel suo scopo ed utilizzo.

Chi di spada ferisce, di spada perisce.

Password: 12345

Ci sono delle notizie che nella loro triste realtà mi fanno ridere da morire.

Scopro che un ricercatore olandese che si occupa di sicurezza ha trovato il modo di impossessarsi dell’account del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

La cosa buffa è che non sono stati necessari chissà quali strumenti ma una semplice attività di forza bruta.

Da quello che si legge qui si scopre che:

  • La password del POTUS era semplicemente maga2020! (Il punto esclamativo è parte della password. Ovviamente per maggiore sicurezza)
  • Il POTUS non utilizza nessun tipo di autenticazione a due fattori.

Sto ancora ridendo.

Se leggete l’articolo continuo a ridere a crepapelle leggendo questo paragrafo:

The question remains why Trump was using such a weak and simple password. Gevers has a possible explanation: ‘Trump is over 70 – elderly people often switch off two-step verification because they find it too complicated. My own mother, for instance. For younger generations digital security is more self-evident.’

Continuo a ridere e non riesco a smettere.

Virus

Scorro il mio flusso di notizie in una serata che volge al termine dopo l’ennesima giornata colma di cose da fare, di incertezze e di emergenze da dovere gestire.

Leggo le ultime notizie sulla pandemia e rifletto su quello che sta accadendo. Numeri che stanno salendo verso le stelle, uno stillicidio di provvedimenti ed una grande quantità di chiacchiere su qualsiasi tema circondi questo evento.

Abbiamo un virus che circola per strada.

Credo che la maggior parte di noi stia cercando in ogni modo di evitare di essere contagiato. Mi auguro che sia così. Per me è così. Chi mi conosce sa molto bene che io sono sempre molto diretto e sincero e quindi posso dire che io sto cercando di evitare di essere contagiato perché ho paura di lasciarci le penne. Il tasso di mortalità per chi ha la mia età non è del tutto trascurabile e la statistica è una brutta bestia se la conosci.

Istinto di sopravvivenza quindi.

Vado oltre. Sopravvivere al virus è quindi il primo istinto.

Quello che mi colpisce durante la mia riflessione è che questo virus è molto più perfido. Nel caso tu fossi contagiato e sopravvivessi, porteresti con te complicazioni a lungo termine come ricordo del passaggio del virus nel tuo organismo.

Quindi se non riesci a fregarmi nel breve periodo è molto probabile che nel lungo periodo comunque tu, caro virus, riuscirai ad avere un impatto sul mio stato di salute.

Figata.

E poi scopriamo che questo virus non sta attaccando solo gli essere umani ma il nostro stesso tessuto sociale, la nostra economia e la nostra scuola.

E’ notizia di ieri che dalla prossima settimana le scuole superiori saranno accessibili solo tramite la didattica a distanza. Perdonate, ora si deve dire DAD perché noi dagli americani riusciamo solo ad importare le stronzate come questa insana passione per gli acronimi.

Didattica a distanza. Ci rifletto e l’unica spiegazione che riesco a darmi è che si tratta di un modo per allegerire la pressione sul sistema del trasporto pubblico e per ovviare alla difficoltà di mantenere distanziamento sociale all’interno delle strutture. Verrebbe da chiedersi perché le scuole superiori e non tutte le scuole. Secondo me perché per elementari e medie c’è meno uso di mezzi pubblici.

Mi turba il fatto che la decisione sia presa per tutte le classi. Mio figlio ha iniziato il liceo quest’anno e sino ad ora ci è andato fisicamente tre settimane. Non gli viene concessa la capacità di vivere questa esperienza che, nel bene e nel male, lo farà crescere. Certo, farà lezione ma tutto il resto? La costruzione delle relazioni sociali, i baci di nascosto nell’androne della scuola, la sigaretta inbagno, il cazzeggio sulle panchine del parco, i compiti con gli amici. Stiamo distruggendo una generazione.

Perchè sono sempre e solo provvedimenti binari? Tutto chiuso o tutto aperto. Perché non dire: didattica a distanza per le scuole superiori ma solo dalle seconde classi in avanti.

Un virus che potenzialmente uccide il futuro di una generazione.

Un virus che spinge a promuovere un coprifuoco. Beh, lo sapete, a me le parole fanno pensare e come ho già scritto in passato molte volte vanno usate con attenzione. Scrivere coprifuoco è una cazzata di dimensioni colossali. Si poteva usare qualsiasi altro termine meno evocativo per comunicare la stessa cosa. Ma, si sa, dobbiamo dare una etichetta a qualsiasi cosa. E quindi tutti in casa dalle 23 alle 5 del mattino.

Un virus che uccide l’economia.

Realizzo che io sono sottoposto al coprifuoco da secoli, ma questa è un’altra storia. Triste.

Credo che ormai abbiate capito quello che voglio dire. Forse voi ci eravate arrivati prima di me ma, meglio tardi che mai.

E’ un virus che pur essendo di natura prettamente biologica ha trovato il modo di uccidere, o compromettere seriamente, non solo l’organismo che lo ospita ma anche tutto il contesto in cui anche quegli organismi che non sono contagiati vivono.

Un arma perfetta, direi.

Dai, torno a dormire che sono le cinque del mattino e domani è un’altra giornata frizzantina.

Influencer

Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha fatto una telefonata a Chiara Ferragni e Fedez per chiedere di promuovere l’uso della mascherina.

Sinceramente, cosa ci vedete di così scandaloso? Personalmente la ritengo una mossa vincente. I due personaggi in questione hanno molta più presa sul loro target di qualsiasi politico, od altro personaggio, esistente sulla piazza.

La decisione mi sembra quindi particolarmente azzeccata. Certo esiste tutto un contesto di decisione non prese, di azioni non compiute e via dicendo. Questo non toglie che la decisione ha un senso. Grande.

Tra l’altro non si tratta di una novità assoluta.

Se ci muoviamo oltre oceano possiamo parlare del caso di Alexandria Ocasio-Cortez che gioca su Among Us! e Animal Crossing invitando i più giovani ad andare a votare. (Se ne parla su Forbes qui)

In fondo credo che ogni target abbia i suoi influencer ed i suoi media di riferimento.

Non ci vedo proprio nulla di scandaloso. Anzi.

No, dai. Non sulla Luna

photo of moon surface
Photo by NASA on Unsplash

Il mio rapporto con il telefono cellulare è di assoluta indipendenza.

Siede di fianco a me per quasi tutto il giorno e si risveglia solo per pochi ed importanti eventi. Sì perchè sono anni che ho disabilitato tutte le notifiche proveniente da tutte le applicazioni.

Il tempo è mio e decido io quando guardare quel piccolo schermo.

Allo stesso tempo quando sto facendo qualcosa di importante, meglio, quando sto facendo qualcosa il telefono è in modalità “Non disturbare”. In quei momenti nessuno può reclamare la mia attenzione.

Solo i contatti della mia famiglia hanno accesso ad una conversazione con me in quei momenti.

Ho sempre trovato molto buffe quelle persone che al primo squillo della suonera del loro telefono cellulare si fiondano a rispondere. Personalmente ho sempre ritenuto il suono del telefono come un invito alla conversazione e non come un imperativo categorico. Quindi quando mi suona il telefono decido se desidero o meno parlare con quella persona. Molto spesso decido che non ci voglio parlare. Allo stesso tempo non rispondo mai a chiamate da numeri che non conosco. Se propio vogliono raggiungermi lasceranno un messaggio sulla segreteria telefonica. Non accade mai. Evviva il telemarketing.

Quando sono in compagnia il mio telefono è sempre in modalità silenziosa e quando sono a pranzo od a cena con amici è quasi sempre spento. Non essendoci alcuna notifica non c’è nulla che possa indurmi alla distrazione.

Ci sono dei momenti in cui non sento per nulla la necessità di avere un telefono cellulare. Ad esempio quando sono in vacanza con la mia famiglia. Una delle mete consuete delle nostre vacanze è Giannutri, una piccolissima isola dove non c’è copertura cellulare dell’operatore Vodafone. Grazie al cielo! Si tratta di un vero e proprio paradiso. Posso mettere il telefono sulla mensola per quindici o venti giorni e dimenticarmene completamente.

Per questo mi ha sorpreso la notizia della Nasa che ha firmato un contratto del valore di quattordici milioni di dollari con Nokia per la realizzazione di una rete cellulare sulla Luna. Dai, non si fa. Un posto che è di sua natura silenzioso distrutto dalla suoneria di un cellulare, da una notifica di WhatsApp e via discorrendo.

Certo che postare su Instagram una immagine con location Moon è roba proprio da super influencer.

Macchine del tempo

grayscale photography of clock
Photo by noor Younis on Unsplash

Sono un avido consumatore di contenuti, molti di questi provenienti da Internet. Articoli, immagini, video, post, tweet, screenshot, immagini su Pinterest.

Quelli fisici sono archiviati facilmente in due posti. Se provengono da libri finiscono nel mio taccuino. Se provengono da giornali vengono trasformati in ritagli e messi in un cassetto.

Su internet non ho un processo preciso. Posso mettere un bookmark, salvarli su Pocket, se si trovano su Pinterest li metto in una collezione, se sono documenti li salvo e li archivio da qualche parte, se è un articolo di Medium me lo salvo tra i preferiti. Insomma, tendo ad utilizzare una serie infinita di strumenti. Non esiste quindi un unico repository delle cose che mi interessano e che provengono da Internet. Mio errore.

Diciamo la verità, delle cose che provengono da Internet generalmente non me ne faccio nulla e me ne dimentico. Questo sino a che qualche evento esterno non mi ricorda di avere già visto qualcosa di simile e mi metto alla ricerca frenetica di quello che avevo salvato da qualche parte.

Ora, ad esempio, la mia cartella Downloads contiene circa 540 MBytes di dati. Non ho idea di cosa ci sia dentro.

Passo quindi in rassegna tutto il salvato degli ultimi mesi ed è come fare un viaggio nel tempo dei miei interessi. Il più nelle volte ne rimango stupito e mi domando: “Per quale diavolo di ragione avevo salvato questa cosa?”.

E così mi ritrovo a scorre una infinità di cose di cui non ho più memoria ma che mi riportano indietro nel tempo. Capita che ci passi davvero tanto tempo sopra ed è quasi sempre un viaggio piacevole. Ogni tanto c’è qualche incubo ma anche questi fanno parte della realtà.

Alla fine decido sempre di tenere tutto quanto. Non si sa mai.

Letture da fine settimana

Sono sempre stato affascinato dall’hardware ma non mi ci sono mai avvicinato abbastanza. Non so per quale motivo ma ho sempre considerato l’elettronica inavvicinabile per me. Ci ho provato in un paio di occasioni ma ho mollato il colpo molto presto.

Da questa inabilità nasce la mia insana passione per i device driver. Ovviamente si tratta di un proxy rispetto alla conoscenza del funzionamento dell’hardware. Se non sono in grado di progettare dell’hardware sono comunque in grado di poterlo controllare a mio piacimento via software.

Oggi mi imbatto in un fantastico pezzo che spiega in che modo si possa procedere alla progettazione di un sistema Linux embedded sia dal punto di vista dell’hardware che del software. E’ una risorsa incredibilmente affascinante per tutti quelli cui questi argomenti fanno rizzare i peli sulle braccia.

Lungo e molto ben spiegato. Ora ho qualcosa di bello da leggere nel fine settimana.

Il pezzo lo trovate qui: So you want to build an embedded Linux system?

Proprietà privata

Leggevo ieri questo post scritto da Sean Hollister su The Verge.

Dopo avere lasciato il suo personal computer non presidiato per qualche ora, Sean scopre che il sistema operativo Windows 10 ha eseguito in maniera del tutto automatica una procedura di aggiornamento e contemporaneamente ha installato una serie di applicazioni non richieste.

A rendere le cose ancora più spiacevoli il fatto che non si tratta di applicazioni gratuite che l’utente può utilizzare ma link a versioni online di applicazioni a pagamento, nella fattispecie Office 365.

Partiamo dalla premessa che non è stato commesso alcun abuso. Sicuramente nelle centinaia di pagine dell’End User License Agreement di Windows 10 questo comportamento viene descritto e quindi accettato dall’utente.

Rimane comunque il fatto che questo è un comportamento assurdo.

Il personal computer è come casa mia. Quando compro una casa arredata ci trovo dentro tutto quello che il precedente proprietario ci ha lasciato dentro. E’ poi una mia scelta decidere cosa tenere e cosa buttare dalla finestra. Certamente il vecchio proprietario non entra nel bel mezzo della notte a piazzare un nuovo divano in salotto con un bigliettino sopra che mi dice: “Se vuoi comprare questo divano mi devi pagare 300 euro”.

A casa mia entro solo io, e solo io decido quali mobili ci sono dentro.

Questo per quanto attiene alla installazione del software.

La partenza automatica della installazione degli aggiornamenti è un’altra cosa folle. Certamente la procedura è partita dopo che il sistema si è reso conto di un certo tempo di inutilizzo del computer ma rimane comunque una cosa inaccettabile.

Oggi i personal computer sono strumenti di lavoro vitali e, sopratutto in questi tempi di pandemia, oggetti che ci permettono di mantenere il nostro lavoro.

Che cosa sarebbe successo se per via di quella procedura di installazione l’utente avesse perso una conference call importante per la sua carriera, od un colloquio di lavoro, o semplicemente una video chiamata con delle persone care. E se avesse avuto una emergenza da dovere gestire, magari con dei documenti presenti solo sulla sua macchina?

A me l’arroganza urta sempre i nervi. Mi piace decidere, sopratutto sulle cose che sono mie e sulla quali voglio avere controllo.

Hiatus

Ho bisogno di smettere di fare le pulizie di casa. Se da un lato come stirare le camicie mi piace e mi rilassa, fare pulizia in caso mi provoca una orticaria instantanea.

Per questa ragione avevo deciso di investire del denaro in una persona che per conto mio si occupasse delle pulizie di casa. Niente di che, intendiamoci. Sono una persona piuttosto ordinata in casa e certamente non ci sono eventi eccezionali da dovere gestire.

Potremmo dire ordinaria amministrazione.

Purtroppo con l’arrivo della pandemia ho dovuto fare a meno, giustamente, dell’aiuto di questa persona. Per questo ho dovuto cominciare ad arrangiarmi.

Lo stile è quello della casalinga disperata. In questo caso disperata non per la sua situazione familiare ma per la poca consapevolezza dei prodotti per la pulizia esistenti sul mercato. Tutti quelli che usavo anni fa sono praticamente scomparsi. Anche comprare uno spazzolone è una impressa che richiedere approfondite ricerche su Internet prima di prendere una decisione. Ce ne sono di ogni forma e foggia. Le funzionalità e l’ergonomia più disparate. Ho provato a mettere in campo le mie residue conoscenze di fisica per farmi una opinione con scarso successo.

Finalmente ho tutti i prodotti che, immagino, mi servano in casa. Naturalmente è come nel bricolage. A metà del lavoro ti rendi conto che ti manca un utensile fondamentale e sei morto. Nel caso specifico dopo avere comprato un mirabolante spazzolone mi sono reso conto che mi mancava un secchio. Avrei dovuto comprare un bundle, lo sapevo.

Il mio inconscio mi suggerisce che proprio di fare le pulizie non ne ho voglia.

Puliti i pavimenti si arriva alla pulizia del bagno. La cosa non mi turba particolarmente. Ho fatto il militare e di bagni ne ho puliti a dozzine e, certamente, in condizioni molto più critiche dei miei. Indosso i miei bravi guanti di gomma ma mi danno fastidio. Li levo per poi realizzare ore dopo che i prodotti rendono la pelle del tutto simile a quella di una lucertola che riposa su una roccia del deserto del nevada. Nota mentale: metti questi cavolo di guanti o cercati una buona manicure. Opto per la prima ipotesi.

Mesi fa mi sono regalato un aspirapolvere Dyson. Il razionale è che avendo una casa distribuita su tre piani avere un cavo che ti gira tra i piedi è una enorme rottura di palle. La scelta è stata ottima. Ho solo avuto bisogno di sperimentare il migliore compromesso tra potenza di aspirazione e durata della batteria. Dopo una serie di esperimenti e relative note di laboratorio sono arrivato a quello che credo che sia il migliore compromesso possibile. Dopo mesi che l’aggeggio sta nel mio sgabuzziono non sono ancora stato in grado di comprendere a cosa servono tutte le spazzole di cui è dotato.

Non so per quale motivo ma questa casa al lago si riempie di ragni ad una velocità impressionante. Oramai credo di averne una intera colonia dispersa per casa. Alcuni di loro li chiamo anche per nome per farmi compagnia. Non mi danno fastidio e non ho mai avuto paura degli insetti. Io vivo tranquillo e loro pure. Ogni tanto gli faccio fare gli straordinari perchè gli distruggo le loro bellissime ragnatele ma, si sa, ogni convivenza è fatta di compromessi. In fondo io sono il proprietario di casa e loro sono gli inquilini. Le regole condominiali le scrivo io.

Esiste il tema della polvere. Se quella sui pavimenti viene elegantemente raccolta dall’aspirapolvere Dyson c’è quella sui mobili. Ora, per scelta personale ho pochissimi mobili e nessun soprammobile. Mi sono sempre stati sulle palle i soprammobili. Non servono a nulla ed in genere sono frutto di regali indesiderati. Dai, confesso, ogni volta che ne ricevo uno questi finisce dritto in cantina. Detto questo una volta io usavo uno di quegli spolverini da casalinga americana. Un oggetto che oggi potrei sfoggiare con orgoglio ad una qualsiasi sfilata del gay pride tanti sono i colori che lo compongono. Non sono stato in grado di trovare un oggetto simile in nessun negozio in Como e provincia. L’unica scelta possibile è stato comprare lo Swiffer.

Io lo Swiffer lo detesto. Non è riusabile e quando ne hai bisogno ti mancano sempre i pezzi di ricambio. Devo trovare un’altra soluzione. Una spugna umida sarà probabilmente la mia prossima scelta.

Un’altra caratteristica peculiare di questo posto è la velocità con la quale l’acqua sul pavimento si asciuga o, meglio, non si asciuga. Sarà per via della vicinanza del lago e la relativa umidità ma ci vogliono secoli prima che un pavimento ritorni asciutto e praticabile. Per questo mi ritrovo isolato da qualche parte in casa per una mezz’ora o giù di lì. Ovviamente in quella mezz’ora ho lasciato il telefono da qualche altra parte e quindi non mi rimane altro che fissare una parete e, se mi va bene, scambiare qualche parola con uno dei miei ragni ospiti.

Rimane il cambio della biancheria. Io ho deciso che fonderò una startup che produca biancheria per il letto con chiare indicazioni sul dispiegamento dei lenzuoli “sotto”. Non so voi ma io ho sempre bisogno di almeno tre tentativi prima di azzeccare la posizione e la disposizione giusta. Ho cominciato anche a odiare le lenzuola con gli angoli che, se sono utili in fase di dispiegamento, sono una enorme rottura di palle durante la stiratura. La babysitter dei miei figli sostiene che esiste un metodo veloce per stirarli a modino ma, nonostante le abbia offerto cifre iperboliche per svelarmi il segreto, non mi ha ancora messo a parte della soluzione. Deve essere un segreto di famiglia che si tramanda oralmente.

Ora però la pandemia è finita e quindi la persona che mi aiutava può venire a salvarmi. Evviva!

No, non è così. Fulminata sulla via di Damasco ha deciso di smettere questo lavoro dopo avere frequentato un corso di massaggi Shiatsu.

Sono disperato.

LinkedIn, ancora

Riflettevo ieri su quanto ho scritto qualche giorno fa sui messaggi che ricevo su LinkedIn e che tentano di vendermi qualcosa.

In realtà la riflessione scaturisce dall’ennesimo messaggio che ho ricevuto. In questo messaggio mi veniva offerto un corso di formazione sull’uso di LinkedIn per la generazione di lead commerciali. Niente di nuovo se non per il fatto che in calce si parlava di uno strumento di automazione di questo processso.

A questo punto mi sono soffermato a fare qualche considerazione e sono giunto alla conclusione che da ora in avanti la mia cortesia nei confronti di questo genere di messagi è terminata.

Di fatto la maggior parte di questi messaggi sono generati da uno strumento e non da un essere umano. L’essere umano si limita a collegare il suo account LinkedIn allo strumento e a pigiare un bottone per sparare migliaia di messaggi preconfezionati. Nessuna creazione di valore.

In alcuni momenti sono, ancora, davvero ingenuo. No, non è vero. Cerco sempre di evidenziare un lato positivo ma, spesso, è una fatica inutile .

In un era in cui il tempo è la risorsa più preziosa che abbiamo è necessario metterci la faccia per creare valore, ammesso che lo si possegga e che sia in grado di generarlo. Certo affidarsi ad uno strumento automatico è facile e non si deve sudare. Ma quale è l’efficacia di uno strumento come questo in un mercato ipercompetitivo in cui tutti lottano per ottenere l’attenzione del potenziale cliente? Dal mio punto di vista, nessuna.

Se avete speso dei quattrini per fare un corso sull’utilizzo di LinkedIn in questa maniera, fatevi ridare i quattrini che avete investito. Vi hanno derubato.

Amazon Prime Day

Ieri e oggi si celebra questo rito pagano del Prime Day di Amazon.

Credo che per la prima volta quest’anno ne sono rimasto assolutamente immune e non ho comprato proprio nulla. Non sono nemmeno stato sfiorato dalla tentazione di visitare il sito per osservare che cosa i venditori su Amazon avevano da offrire.

In fondo si tratta di una sorta di minimalismo indotto dalla pandemia che stiamo vivendo tutti. Minimalismo non dovuto a timore per il futuro ma, piuttosto, per la ricerca di esperienze piuttosto che di cose.

Come scrivevo ho cominciato a disegnare e, in parte, a dipingere. Mi sto facendo una cultura a riguardo e faccio i miei esperimenti. Avevo deciso di acquisire un set minimo che mi permettere di provare e sperimentare quella esperienza. Avrei potuto comprare tutto su Amazon e attendere che il corriere suonasse alla mia porta.

In realtà mi sono deciso ad uscire di casa un Sabato e raggiungere un negozio di articoli per le belle arti a Como. Il negozio si chiama C&M Belle Arti ed è veramente uno spettacolo. Una grandissima varietà di articoli ed un proprietario assolutamente competente. Mi ha consigliato per il meglio e si è trattato di un momento particolarmente piacevole.

Ne sono uscito soddisfatto e avendo speso il giusto per i miei esperimenti e per il mio portafoglio.

Riflettevo quindi che su alcune cose il negozio fisico se supportato da persone competenti è una esperienza che il negozio online non può battere in nessun modo.

In realtà ci sono anche altre considerazioni che riguardano questo approccio minimalista come ad esempio il rapporto tra creazione e fruizione di contenuti, la ricerca del necessario, l’eleminazione del superfluo. Magari li lasciamo come spunti per altri scritti.