Tracciati!

black remote control on white surface
Photo by Sten Ritterfeld on Unsplash

Leggevo ieri pomeriggio un articolo intitolato “Someone could be tracking you through your headphones“.

Sostanzialmente alcuni auricolari Bluetooth non implementano quella che viene chiamata MAC Address Randomization. Ogni oggetto che colleghiamo al nostre cellulare via Bluetooth ha una sorta di firma che lo identifica in maniera univoca, il MAC Address, appunto.

Ogni oggetto Bluetooth genera traffico radio per potere funzionare ed in ogni messaggio che viene scambiato è contenuta la firma che lo identifica.

Questi messaggi possono essere intercettati da chiunque spendendo pochi dollari o addirittura usando il chip Bluetooth a bordo di qualsiasi personal computer.

E’ abbastanza chiaro che il possesso di un oggetto è generalmente legato ad una persona, sopratutto per quanto riguarda gli auricolari. E’ molto difficile che io presti i miei auricolari a qualcun altro.

Esiste quindi un potenziale problema di tracciamento e di privacy.

Lo standard esiste e potrebbe essere implementato per evitare che questo sia possibile. E’ chiaro che quando si compete in un mercato superaffollato e molto competitivo sul punto prezzo si può essere tentati di lasciare indietro qualche feature che la maggior parte degli utenti nemmeno conoscono.

Se poi pensiamo a quanti oggetti possono oramai essere collegati al nostro smartphone credo che si possa pensare a questo come un potenziale problema di privacy. In questo momento al mio telefono cellulare sono colelgati i miei AirPods ed il mio Apple Watch. Tre oggetti che credo siano sufficienti ad identificarmi ed a tracciarmi se essi non implementassero la feature di cui sopra.

Il punto qui è che la privacy non insiste solo sul proprio personal computer e smartphone. E’ un concetto molto più ampio che riguarda tutta la tecnologia di cui ci circondiamo e che, spesso, confina in universi che con la tecnologia nulla hanno a che fare.

Gli oggetti connessi sono una figata, ed io ne sono sempre circodato. Questi oggetti parlano di continuo, ed ascoltarli non è poi una cosa così difficile. E’ vero che questi dialoghi sono (quasi) sempre inintellegibili perché protetti da crittografia ma spesso già sapere che due oggetti sono vicini e che stanno parlando tra di loro è una informazione sufficiente ad invadere la nostra privacy.


Shameless self promotion ahead…

Nel caso non ve ne foste accorti qui in giro c’è anche un podcast con il quale potrete intrattenervi.

Quello di seguito è l’ultimo episodio.

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Addio Roli

black and white piano keys
Photo by Ruthvik Chandramouli on Unsplash

Quando uscì la tastiera Roli Seaboard ne acquistai subito una. Da un lato mi piaceva l’idea e l’innovazione e dall’altro era un momento in cui ero impallinato con lo standard MIDI ed in particolare con MPE, MIDI Polyphonic Extension.

Insieme agli altri componenti della famiglia lo ho sempre trovato un prodotto eccezionale ed il sintetizzatore che veniva insieme al prodotto era veramente tanta roba. Si chiamava Equator ed era semplice e veloce da utilizzare e con una quantità e qualità che valevano tutto il prezzo.

Ho letto ieri che Roli è entrata in amministrazione dati problemi finanziari in cui sta incorrendo.

Ho sempre sospettato che il prodotto fosse un pochino troppo di nicchia per avere il successo che i fondatori probabilmente si aspettavano. La conferma arriva da una intervista a Roland Lamb, CEO di Roli che dice esattamente questo. Prodotto che non aveva sufficiente customer base per poter sopravvivere.

Vero è che Lamb cita anche le difficoltà legate a questo periodo di pandemia ma questo mi convince meno.

E’ un vero peccato perché la qualità dei loro prodotti era semplicemente eccezionale. Purtroppo il punto prezzo era veramente alto. Competere con tastiere che costano poche decine di dollari proponendo un prodotto nell’intorno dei 250 dollari non è banale.

Mi domando quale tipo di ricerca sia stata fatta prima di lanciarsi in questa iniziativa. Problema comune a molte startup, sopratutto nell’universo dello sviluppo del prodotto.

E’ molto probabile che si siano talmente innamorati della loro idea da non rendersi conto dell’effettiva richiesta del mercato.

Io rimasi assolutamente impressionato dalla performance di Jordan Rudess, storico tastierista dei Dream Theater, che provò una Roli Seabord 49.

Il video è questo:

Il problema di ROLI è stato proprio quello. Di Jordan Rudess ce ne è uno solo.

Vorrà direi che la tastiera entrerà nella mia grande collezione di hardware che è scomparso dal mercato.


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Monetizzare Corrente Debole?

close-up photo of assorted coins
Photo by Josh Appel on Unsplash

Giammai!

Qualcuno mi ha detto che potrei tirarci fuori qualche soldino, e proprio di lirette si parlerebbe in questo caso ché i lettori si contano sulle dita della mano.

La realtà è che la cosa richiederebbe un impegno che non sono disposto a spendere. Giù con il podcast sono rimasto indietro rispetto alle mie intenzioni sopraffatto da una serie di impegni, non ultimo il cane, che mi hanno impedito di mettermi davanti al microfono.

E poi perchè?

Praticamente in questo luogo contraddico tutto quello che vado raccontando ai miei clienti quando parlo di fregnacce digitali.

I miei articoli non hanno praticamente SEO. Quella è un’arte e non ho intenzione di impararla.

Non faccio promozione alcuna se non implicitamente per le cose che personalmente ho usato, mi piacciono e di cui scrivo.

Personal branding? Non penso di averne bisogno. Non tanto perché sia già ben posizionato ma che perché non ne sento l’urgenza ed il mio ego è già sufficientemente soddisfatto così.

Scrivo in Italiano perché è la lingua che amo e questo tagli fuori il 90% di chi quelle lirette sarebbe disposto a darmele.

Scrivere per essere invitato a conferenze, eventi, party privati e feste di compleanno? Ma per carità. Già vengo invitato troppo spesso data la mia misantropia in regolare e costante crescita

Sto conducendo un esperimento con gli NFT ma giusto per cultura che per temi di monetizzazione vera e propria. Di questo, credo, parlerò nei prossimi giorni.

Faccio cross posting su Twitter, LinkedIn, Medium e Facebook ma non monetizzo nemmeno là. Ognuna di queste piattaforme richiede altro impegno che, ancora una volta, non sono disposto a spendere. Facciamo il caso di Medium. Se volessi essere pagato per quello che scrivo dovrei pubblicare gli articoli al di fuori di WordPress e quindi spendere del tempo per farlo. No, non fa per me.

Ed infine, monetizzare cosa? Queste parole sono una accozzaglia di argomenti diversi e, spesso, volontariamente, totalmente disgiunti. Mia madre avrebbe detto senza capo nè coda. Questo semplicemente perché scrivo quello che mi passa per la testa quando ho cinque minuti liberi. Non c’è un fil rouge, una linea editoriale, un campo di interesse. Sarebbe contrario al principio con il quale ho cominciato questo esperimento e non servirebbe affatto i miei scopi.

Ricordo un commento di qualche giorno fa in cui parlavo di caffé e degli strumenti che io uso. Il commento sosteneva che il post in questione era simile a quello di un blog di altri tempi. Quei tempi in cui non esistevano gli influencer e le promozioni, non c’era AdSense e comagnia cantante. Quei tempi in cui scrivevi semplicemente la tua opinione e la lanciavi in rete come un sasso in un lago.

La ragione per cui Corrente Debole non è monetizzato è proprio questa. Da un lato il costo che devo sostenere per mantenere in piedi questa baracca è marginale ed, ancora, me lo posso permettere. Dall’altro non desidero che ci sia nulla che faccia sospettare che quello che scrivo è influenzato da interessi economici.

In realtà quello che scrivo è ovviamente influenzato. E’ infuenzato dalla mia sensibilità, dalla mia cultura, dal contesto in cui vivo e dalle mie convinzioni personali. Questa è la sostanza di queste righe. Può piacere o non piacere ma non c’è dentro null’altro che questo.

Come ho detto in passato questa baracca è un esperimento. Un esperimento che serve più a me che a voi. Se poi ci trovate qualcosa di utile, meglio così.


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La verità dei numeri

white printing paper with numbers
Photo by Mika Baumeister on Unsplash

Sono sempre stato affascinato dai numeri e dalle storie che i numeri raccontano.

Storie, appunto.

In questi mesi mi capita di leggere molti interventi, più o meno informati, sulle statistiche che riguardano la pandemia e la campagna vaccinale. Molte di queste si basano sulla lettura di numeri che sono a disposizione di chiunque sia in grado di maneggiarli.

“Maneggiare con cura”. Avvertimento apposto sulle preziose scatole che ci vengono consegnate a casa ma che si applica nello stesso preciso modo ai numeri. Qualsiasi numero.

In effetti i numeri raccontano una storia e, per grande fortuna, non esiste una sola storia.

Marc Bloch in “Apologia della storia” sosteneva che non esiste la storia, ma solo una interpretazione della storio. Questo perché il passato viene letto secondo la sensibilità e la cultura di chi la maneggia.

Qui ho tirato le definizioni un pochino per i capelli. “La storia che raccontano i numeri” e la “storia dell’umanità” non sono propriamente la stessa cosa ma il parallelo è evidente.

I numeri che ci vengono proposti vengono interpretati secondo la sensibilità, la cultura e, non ultimo, l’interesse personale di chi le legge. Certo, anche interesse personale. Lo facciamo tutti i giorni. Se leggiamo il bilancio di una azienda lo leggiamo e cerchiamo di trovarci dentro quello che ci aspettiamo o, per interesse, lo manipoliamo in modo che possa sostenere le nostre tesi.

In questo modo i numeri vengono usati secondo convenienza e, purtroppo, spesso in maniera assolutamente involontaria.

Se voglio sostenere che ci sono più infetti tra i vaccinati che non non tra i non vaccinati lo posso fare. Se voglio direi che il numero degli infetti è molto basso nonostante la viralità della variante Delta lo posso fare. I numeri sono proprio gli stessi.

Quei numeri raccontano le storie più diverse e l’unico augurio che mi faccio è che chi deve maneggiarli per prendere delle decisioni gravi per le persone e per il paese abbia la sensibilità, la cultura ed una assenza di interesse personale che gli permettano di fare la scelta giusta quale che sia la storia che i numeri sembrano raccontargli.

Mi rende relativamente tranquillo il fatto che, a pancia, il nostro Primo Ministro, Mario Draghi, con i numeri un pochino ci ha giocherellato negli anni e non mi sembra che lo abbia fatto in maniera disastrosa.


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Perché? Perché si può fare!

black usb cable on blue round plate
Photo by Vishnu Mohanan on Unsplash

Dovrei fare di questo genere di post una sorta di rubrica fissa.

A me, personalmente, queste cose fanno veramente impazzire.

Oggi parliamo di Sam Zeelof che è un ragazzo che si è messo in testa di produrre circuiti integrati nel suo garage. Sì, avete capito bene. Circuiti integrati.

In un video su YouTube Sam descrive il processo che lo ha condotto a produrre un circuito integrato completamente fatto in casa. Il risultato che ha raggiunto è stata la produzione di un circuito integrato con a bordo 100 transistors.

Se lo guardiamo in prospettiva ha prodotto qualcosa di molto più potente dei primissimi circuiti integrati prodotti da Intel negli anni 60.

Che dire, chapeau!

Ecco il video per chi di voi è interessato all’argomento:

Questo, invece, è il suo canale su YouTube. C’è della roba altrettanto figa.


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Caffè

brown ceramic teacup
Photo by Jakub Dziubak on Unsplash

Ma il caffè piace, ma proprio tanto, ma è possibile ottenere un caffé perfetto a casa?

La risposta è, ovviamente, sì. Seguitemi.

Negli anni sono diventato sempre più esigente. Ancora di più da quando Matteo, titolare di rinomato bar in Abruzzo, mi ha spiegato i segreti del buon caffè al bar. Miscela, pressione, acqua, macinatura e tutti i segnali che sono indicatori del fatto che stai per bere una ciofeca.

Il tipo di degustazione è per me dettato dal momento in cui lo bevo e dalla sua funzione in quello specifico momento.

La mattina non riesco a fare a meno di un caffè americano. Dai, su, anche se sono Italiano e non dovrei avvicinarmi ad altro che non sia un espresso a me il caffè americano piace, sopratutto se fatto con tutti i sacri crismi.

Durante il giorno sono più tipo da espresso, a meno che non mi debba concentrare su qualcosa e allora torno al mio caro caffè americano.

Vediamo cosa per me compone un caffè degno di essere bevuto.

In prima istanza le miscele. Su questo non posso fare altro che lodare l’iniziativa di Antonio Tombolini che ha fondato e dirige The Smoking Tiger. Ha delle miscele eccezionali, la cura delle confezioni è maniacale ed il customer care una vera e propria bomba. Da lui ho comprato quasi tutto quello che ha prodotto in questi mesi ma ultimamente mi sono decisamente innamorato di una miscela proveniente dall’Honduras: HONDURAS (CELAQUE) – FINCA CAJA DE AGUAS BLACK HONEY

Uno spettacolo per il palato.

La descrizione recita:

Questo sembra gridare la tazza di questo spettacolare Honduras Black Honey. Ricco, carnoso, intrigante e pieno di sfumature. Dapprima, a caffè caldo, appena fatto, fuse in un tutt’uno armonico, poi via via che la temperatura si abbassa si rivelano ben distinte: su un denso strato di caramello leggermente salato si adagiano a ondate successive le arance e il mandarino candito, e un profumo di biscotto fragrante. Finché tutto si ritrova unito nel lungo finale di bocca fatto di dolcissimo cioccolato al latte elegantemente fruttato.

La sottoscrivo dalla prima all’ultima riga. Detto questo anche gli altri hanno un loro grandissimo perché. Non consigliato, consigliatissimo.

Le macchine per il caffè.

Qui il discorso si fa un pochino più articolato. Per il caffè americano uso Smarter Coffee. Due le ragioni fondamentali:

  • Usa caffè in grani che viene macinato ad ogni preparazione.
  • E’ connessa ad internet ed in questo modo non appena la mia sveglia suona la macchina comincia a preparare il caffè.

La qualità è ottima e la manutenzione minima. Sono oramai due anni che la macchina sta sulla mia credenza e non ha mai fatto cilecca nonostante l’uso intensivo.

Quando invece desidero un espresso rifuggo cialde ed affini. Uso Kamira, prodotto siciliano che è eccezionale. La ho conosciuta grazie a Matteo e non ho esitato un secondo ad ordinarla. E’ semplicemente eccezionale ed è la cosa che maggiormente si avvicina ad un espresso del bar. Genio siciliano all’opera!

Ecco, Signor Nino Santoro, mi piacerebbe davvero avere l’occasione di stringerle la mano perché ha realizzato una cosa eccezionale. Dovrebbe avere molto più successo di quanto credo immagino abbia. E questo senza contare il fatto che non inquini l’universo con decine di cialde usate. Tralasciando la qualità, ovviamente.

E’ difficile che io mi spenda per consigliare un qualsiasi prodotto ma Kamira è veramente una cosa eccezionale. Al di là della manualità della operazione di produzione del caffè non potete avere idea della qualità di ciò che esce da quel piccolo capolavoro. Oserei dire che è molto, molto meglio di qualsiasi caffè espresso io abbia mai bevuto in un bar. E questo per non parlare del fatto che puoi decidere quanta schiuma far finire nel tuo caffè e dosare la quantità finale di liquido che finisce nella tazzina.

Infine la tazzina viene riscaldata quel tanto che basta dato che è appoggiata direttamente alla caldaia.

Oltre a questo va detto che il processo è molto, molto più veloce di quanto non sia quello di una moka tradizionale. In due minuti scarsi il tuo caffè è pronto.

Insomma, una esperienza da provare perché è davvero difficile da gestire.

Antonio, se mi leggi, chiama il signor Santoro e metti a listino il suo prodotto sul tuo sito!

Kamira richiede la macinazione del caffè prima di potere funzionare e la macinazione è affare complicato e delicato.

Il caffè non si deve surriscaldare nel processo e per questo conviene farlo a mano. Dopo un pochino di ricerca mi sono deciso a comperare il ROK Manual Coffee Grinder che funziona alla perfezione ed è decisamente un oggetto di design che non guasta per nulla sulla mensola della cucina.

La combinazione di questi quattro elementi mi restituisce sempre un caffè che una esperienza unica e, in fondo, le esperienze sono le cose per cui vale la pena vivere.

Esperienza che comincia con l’apertura della confezione del caffé che comincia con il suo aroma che arriva direttamente dalla tostatura di Antonio. Continua con l’aroma che si sprigiona mentre, lentamente, macini il caffè con il macinino ROK e termina con il profumo che si diffonde mentre la caffettiera Kamira fa il suo lavoro. E, finalmente, il caffè pronto che raggiunge il tuo palato. Sublime. Davvero, non esistono altre parole.

Per rispondere alla vostra domanda: Ma tutto questo è necessario? No, non è necessario ma è molto, molto piacevole.

P.S. No, nessuno mi ha dato una lira per scrivere queste cose. Al contrario, ne ho date io a loro per avere questi prodotti. Influencer, lèvati, ché mi fai un baffo.


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In vacanza con Buzz

Mi capita di leggere oggi un pezzo di Guia Soncini che si intitola “All’armi siam specisti Considerare gli umani più importanti degli animali ormai è da eroi” e devo ammettere che mi trovo quasi totalmente d’accordo con ciò che scrive. L’articolo lo potete trovare qui.

L’unico paragrafo con il quale mi sento di sento di dissentire è il seguente:

Poiché la gente così priva di vita interiore da aver bisogno di mettersi un animale in casa è sempre di più, questa notazione è assai impopolare…

Non sto a dire per quale motivo io abbia deciso di avere un cane. In fondo sono affari miei e non sento affatto il bisogno di giustificarmi. Personalmente ritengo di avere un vita interiore decisamente molto ben proporzionata rispetto alla media che mi fermo spesso ad osservare. Debordante in alcune occasioni, oserei dire.

Quindi, in sostanza, possiedo un cane sebbene sia dotato di vita interiore.

Con il resto dello scritto sono d’accordo.

La Sig.ra Soncini è sempre molto tranchant nei suoi scritti e immagino che sia necessario affinché questi vengano pubblicati e, successivamente, letti ma ciò che scrive corrisponde a verità.

Faccio solo un paio di osservazioni frutto della mia recentissima vacanza con Buzz in Umbria e Abruzzo.

Per scelta ho deciso di fare seguire Buzz da una educatrice cinofila sin dal primo momento in cui ha varcato la soglia di casa. Questo non perché desiderassi che Buzz diventasse un animale da circo in grado di fare la zampa facendo un triplo salto mortale carpiato mentre acchiappa un frisbee in volo ma, piuttosto, perché volevo che imparasse da subito un sano modo di comportarsi in casa e di relazionarsi con le altre persone e con gli altri animali.

Per questo mi sento di dire che quando Buzz sta al ristorante, perché in qualche ristorante siamo andati, non ha mai nemmeno tentato di mettere le zampe sul tavolo, tantomeno sulla sedia o sulle ginocchia dei commensali. Non richiede mai cibo e si mette a dormire in attesa che il suo padrone, ovvero io, lo liberi da questa rottura di coglioni canina di livello 9 della scala Schiavone.

Buzz è un cane che non ha mai sporcato in casa e si limita a guardarmi per chiedere se il luogo in cui si trova è, secondo il mio giudizio, un luogo consentito dove rilasciare i frutti del suo metabolismo.

In sostanza potremmo dire che Buzz è un cane educato a vivere in una società civile.

Concordo pienamente sul fatto che non tutti i cani sono come Buzz e questa è decisamente una responsabilità del proprietario più che del cane.

A me avere intorno Buzz in vacanza ha fatto estremamente piacere e questo nonostante le sveglie alle 5.30, la necessità di avere a portata di mano tutto il suo armamentario e le limitazione che avere un cane comporta. Ad esempio non sono potuto entrare in un museo perché il canide non era ammesso. Me ne sono fatta una ragione.

Il tema è che avere un cane è una responsabilità e devi essere cosciente di quali queste limitazioni siano e devi decidere, ex ante, se sei disposto a quel genere di sacrifici. Oddio, sacrifici… non direi ma non mi veniva altro termine.

Io, personalmente, non ho imposto la presenza di Buzz a nessuno. In hotel, ben conscio del fatto che Buzz non poteva entrare nella sala del ristorante ho sempre pranzato e cenato all’aperto. A colazione abbiamo sempre scelto il terrazzo. Ho sempre scelto tavoli distanti dagli altri commensali ben sapendo che qualcuno potrebbe avere paura di un cane (anche se Buzz ha, come il sottoscritto, una naturale tendenza ad evitare gli estranei) o potrebbe non gradirne la presenza mentre si sta alimentando.

Per quanto riguarda la spiaggia mi sono informato in anticipo se ci fossero spiagge solo per cani e quando queste esistevano ci siamo andati. Quando non erano disponibili abbiamo rinunciato alla spiaggia e ci siamo dedicati ad altro.

Concludo dicendo che sono d’accordo sul fatto che stiamo parlando di animali, per quanto possiamo essere affezionati a loro. Questa deriva per cui “Il cane innanzitutto” mi ha un pochino rotto le palle. Ci deve essere una misura ed un giusto equilibrio altrimenti non funziona.

Basta entrare in un negozio di animali per comprendere a che livello di paranoia è arrivato il tema animali. Provate a scegliere un alimento per cani all’interno di uno questi negozi e ditemi se non ci mettete almeno un’ora e mezza prima di avere visionato tutte le decine di opzioni disponibili.

Ero scettico ma vi confesso che avere Buzz intorno è una meraviglia. Mentre scrivo queste righe in giardino è seduto ai miei piedi e non credo rinuncerei a nulla al mondo perché non fosse così.

Come sempre, si tratta di consapevolezza, equilibrio e buona educazione, nostra e del cane.


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Staccare la spina

black male plug in front of electric socket
Photo by Clint Patterson on Unsplash

In questo periodo di vacanze e, supposto, relax uno degli adagi che capita di ascoltare più spesso dalla nostra rete di contatti, specialmente lavorativa, è: “Ho bisogno di staccare la spina”.

Staccare la spina?

A me questa cosa lascia sempre piuttosto perplesso quando la sento ma, generalmente, evito commenti perché, alla mia età, non provo proprio nessun desiderio di dovermi trovare a giustificare i miei pensieri.

Ma staccare la spina da che cosa, esattamente?

Ora non voglio fare il Sergio Marchionne della situazione quando disse “Ma in ferie da cosa?” perché quel video mi ha sempre fatto un pochino ribrezzo. Aspettate, non venitemi contro lancia in resta sostenendo che la sua illuminata opinione era corretta e “come ti permetti di mettere in discussione uno dei più grandi capitani d’industria italiani?”.

Quello che intendo dire è che non aveva ragione in assoluto. Quella affermazione non era vera per tutti i dipendenti della FIAT del tempo. Si, è vero, FIAT perdeva 30 milioni di Euro al giorno in quei tempi (sto tentando di recuperare la cifra a memoria e quindi non ci metto la mano sul fuoco), ma cosa c’entra in tutto quello il povero Cipputi che menava la chiave inglese per otto ore al giorno? Quella affermazione era forse vera per i manager della azienda ma non per il resto della forza lavora che si faceva un mazzo tanto e di vacanze aveva pieno diritto.

Sto divagando, torniamo a bomba.

Non mi piace l’idea del dovere staccare la spina. Sopratutto in vacanza.

Quando io vado in vacanza non voglio staccare la spina, tutt’altro. La voglio attaccare perché di quei momenti così diversi dal mio quotidiano voglio vivere consapevolmente ogni singolo istante. Non voglio essere trasportato dal tempo senza viverlo e senza interagire intensamente con quello che mi circonda.

In questi giorni di vacanza Buzz si sveglia intorno alle sei del mattino e subito ha bisogno di essere portato fuori affinché non trasformi la mia camera d’albergo in una piscina al coperto. A me questa cosa piace perché mi lascia più tempo a disposizione. Apre una finestra su un tempo che posso usare, anche solo per guardarmi intorno e scambiare due parole con il portiere di notte dell’albergo.

In vacanza non stacco la spina. Chiedo, anzi, di cambiare la potenza del contatore perché voglio più corrente di quanto non abbia bisogno quando sono a casa in condizioni normali. Per questo quelli che mi vedono in vacanza faticano a comprendere perché mi trovo sempre in movimento. Non sempre movimento fisico ma, anche, intellettuale. Libri, articoli, scritture, chiacchiere. Questo è il momento in cui mi allontano dal mio quotidiano insieme di interessi e allargo la mia vista su altro.

Per questo non mi piace staccare la spina.


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Vodafone… morte civile

black smart watch with black strap
Photo by Simon Daoudi on Unsplash

Da quando ho lasciato H3G, come dipendente intendo, sono cliente Vodafone.

Vivo una relazione che può tranquillamente definirsi come di amore ed odio. Meno peggio di tanti altri operatori, peggio come la media degli operatori disponibili.

Da poche settimane ho messo in pensione il mio Fenix Garmin per ripassare ad un Apple Watch Series 6. La ragione è semplice. Garmin ha smesso di dare accesso ai suoi dati via API da parte di sviluppatori che non si sono piegati a pagare l’obolo a Garmin. Io quei dati li collezionavo e li usavo sulla mia istanza di Home Assistant e mi tornavano parecchio utili.

Io sono un fermo sostenitore del fatto che ogni azienda che offre un servizio digitale debba esporre delle API a chiunque ne voglia fare uso. Punto.

Quindi addio Garmin e benvenuto Apple Watch.

Non che fare la stessa cosa con Apple sia una passeggiata di salute. Devi fare qualche salto mortale, passare attraverso le forche caudine e sperare che le divinità ctonie delle API ti siano favorevoli. Detto questo, si può fare. Non certo alla portata della casalinga di Voghera ma si può fare.

Dopo qualche giorno mi decido ad attivare 1Number sul mio Apple Watch.

Tentativo numero uno:

Visto che dalla applicazione Watch sul mio iPhone si può attivare la eSIM del mio Apple Watch provo da lì. Vengo accolto da una bella paginetta di Vodafone che mi propone un bellissimo bottone “Inizia”. Premo il bottone come richiesto e mi viene chiesto di loggarmi al mio account Vodafone. Faccio il bravo esecutore ed inserisco le mie credenziali. Vengo rediretto su una bellissima pagiina bianca che non mi offre alcuna opzione. L’unica possibilità è quella di premere il bottone Annulla in alto a destra ed abbandonare l’operazione. Tentativo fallito.

Tentativo numero due:

Provo a fare l’operazione dal Fai da te sul sito vodafone.it. Nell’area Fai da te non sono riuscito a scovare dove hanno, molto diligentemente, nascosto il punto dove io posso attivare l’opzione 1Number. Giuro, lo ho navigato tutto ma non ho trovato nulla. Penso quindi che usando la funzione “Cerca” lo troverò sicuramente. No, non lo trovo ma, in compenso, trovo la pagina che descrive l’offerta e, fortunatamente, in quella pagine mi viene proposta l’opzione di attivarla. Ci provo ed il sito mi disconnette “Grazie per avere usato il Fai da te”. Non preoccupatevi, è stato un piacere. Tentativo fallito.

Tentativo numero tre:

La pagina dell’offerta recita che la posso attivare anche dalla applicazione MyVodafone. Provo anche questa strada e premo il magico bottone “Attiva”. Per qualche secondo lo schermo del mio smartphone si mette in attesa e poi mi viene detto che “Prodotto non presente a catalogo”. Tentativo fallito.

A questo punto ho speso venti minuti cercando di dare dei soldi a Vodafone ed è ben evidente che loro questi soldi non li vogliono.

Io non ho idea di chi sia il Product Manager di 1Number ma ho il sospetto che il suo Job Title dovrebbe essere cambiato in “1Number Business Prevention Manager”.

Cara Vodafone, io ero disposto a darti 60 Euro all’anno per avere questo servizio ma tu non li vuoi e quindi non vuoi nemmeno che il mio ARPU aumenti. Bel modo di fare business nel 2021. Quando poi leggerò che lascerai a casa delle persone perché non generi abbastanza ricavi mi ricorderò di quanto mi è successo oggi nel formulare il mio giudizio sul tuo management.

Quasi quasi comincio a valutare di cambiare operatore…


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Un vecchio accendino

Qualche settimana fa stavo camminando per il centro di Asiago quando mi sono imbattuto in negozio di antiquariato. Questo negozio aveva in vetrine degli oggi veramente iconici.

Un vecchio radiofonografo di Brionvega firmato Achille Castiglioni. Funzionante. Una Eames long chair con ottomana firmata Herman Miller ed altre cose di pregio assoluto.

Mi sono perso in quella meraviglia per interi quarti d’ora sino al momento in cui ho intravisto in una vetrinetta un oggetto che ha attirato la mia attenzione. Un accendino Dupont degli anni 50. Per chi ne sa qualcosa si trattava in un Dupont Ligne 1 chinese laquer mini. Una meraviglia anche se in condizioni molto vissute.

Come ho scritto in passato parlando di strumenti musicali mi piacciono le cose che hanno una vita addosso, che dimostrano il segno degli anni e che, nonostante tutto, riescono a mantenere l’eleganza e la classe di un tempo.

Nel preciso momento in cui lo ho tenuto tra le mani sapevo che lo avrei comprato.

Questa è una foto dell’accendino che ho scattato una volta tornato in albergo. Come potete vedere non era messo benissimo.

Ed infatti pochi minuti dopo uscivo dal negozio con l’accendino in tasca.

Ho subito pensato che mi sarebbe piaciuto restaurarlo e riportarlo agli antichi fasti, per quanto possibile.

La manutenzione degli accendini Dupont non è banalissima. Ci vogliono gli strumenti giusti per non rovinare i delicati meccanismi che li tengono insieme. Ad esempio riuscire a mantenere integro il famoso “Dupont ping sound” richiede attenzione quando si rimuove il pin che tiene insieme la parte superiore con quella inferiore.

Dupont non vende direttamente questi strumenti a privati ma online si trovano degli strumenti del tutto simili agli originali e sicuramente più abbordabili dal punto di vista del prezzo. Dopo qualche ricerca mi decido ad acquistare un set per il mio accendino da Win, un appassionato di accendini di Hong Kong che, in parte, li produce direttamente.

Piccolo siparietto. Chiedo una spedizione via DHL perché, come sempre, sono ansioso di cominciare. Win mi risponde che DHL gli ha chiesto 132 dollari perché, secondo l’omino DHL di Hong Kong, Laglio si trova in una zona considerata “remote area”. Non mi pare poi così remota, ma tant’è. Accetto quindi una spedizione via posta tradizionale.

Finalmente arrivano i miei strumenti e sfoderando quello che già possedevo per il restauro dei rasoi a mano libera comincio a disassemblare l’accendino.

Ecco il risultato della operazione. In questo caso parziale perché non avevo ancora disassemblato la parte inferiore.

A questo punto mi metto a pulire ed a lucidare ogni singolo pezzo e trascorro un sabato pomeriggio di grande divertimento e relax.

Alla fine ricompongo il tutto, inserisco una nuova pietrina e carico di combustibile l’accendino. Probabilmente erano anni che non veniva più utilizzato.

Al primo tentativo si accende! Una vera meraviglia!

Eccolo qui alla fine del lavoro.

Grande soddisfazione riportare un oggetto come questo ad un uso quotidiano.

Per coloro che fossero interessati questo è il negozio di Win.


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Un grande boh

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Photo by Aubree Herrick on Unsplash

L’articolo 1 della Costituzione della Repubblica Italiana recita: L’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro.

A leggerlo così sembra davvero una figata pazzesca. Sono nato davvero in una nazione fortunata. E sarebbe davvero così se tutto quello che è scritto su quel foglio corrispondesse al paese reale. Purtroppo, diciamoci la verità, quel documento è un pò come il Codice della Strada che, più che un codice, sembra passare per un insieme di raccomandazioni.

Se lungo la strada che stai percorrendo vedi un cartello che ti dice di dare la precedenza devi osservare la norma e dare la precedenza. Oh, se poi stai andando a prendere tuo figlio all’asilo o hai un appuntamento per lo spritz con una gnocca stratosferica e non vuoi fare tardi fai un pò tu. Vai pure, al massimo verrai punito con una strombazzata e qualche vaffa che riceverai dai la precedenza l’aveva.

Più che altro l’Italia mi sembra una Repubblica fondata sulle contraddizioni.

Se voglio andare a mangiare uno spaghetto al ristorante di un albergo di cui sono ospite devo avere il Green Pass. Se alla stessa tavolata siede un ospite dell’albergo, lui, il Green Pass non lo deve avere. Eppure lo spaghetto, il tavolo e le sedie sono le stesse.

Il signore che governa la sala del ristorante deve verificare che io abbia un Green Pass valido, ma non verifica la mia identità. No, aspetta. La può verificare se gli vengono dei dubbi. Però non è un pubblico ufficiale e non può avere accesso ai miei documenti personali.

Questa questione dei dubbi mi fa molto sorridere. Immagino che un legittimo dubbio possa sorgere se io mi presento al ristorante con una barba e dei baffi degni di un Ussaro e sul certifica covid viene visualizzato che mi chiamo Elvira Scaccabarozzi. Sì, in quel caso il dubbio ti potrebbe venire.

E tutto questo correndo il rischio di venire tacciato di omofobia perché potrebbe arrivare una cliente in grande spolvero ed avere il nome all’anagrafe di Maciste Regonazzi. E lì come ti comporti?

Insomma, lo stiamo facendo male. Come sempre.

Che poi mi viene da dire: il mio compagno di tavolo, quello che è ospite dell’albergo, quando è sceso in albergo ha consegnato la sua bella carta di identità alla reception. E la cosa buffa è che mica si è fatto troppo menate. Ha consegnato ad un perfetto sconosciuto la sua carta identità, spesso accoppiata con la sua carta di credito. Come dire: “Vai e uccidi”.

In quel caso però, va tutto bene e non ci facciamo troppi problemi.

Oltre che essere fondata sulla contraddizione, la Repubblica Italiana, è anche basata sulla scarsa coerenza, come dimostra il caso di cui sopra.

Se poi, per andare a magiare quello spaghetto, sali sulla metropolitana ti ritrovi appiccicato a tutti gli altri passeggeri senza grande distanziamento sociale e senza Green Pass di sorta. Personalmente il distanziamento sociale in metropolitana è sempre stato, per me, un imperativo categorico. La scarsissima ortodossia igienica di alcuni frequentatori di quel mezzo di trasporto la impone se solo hai un olfatto prossimo alla media.

Però lì il Green Pass non ci vuole


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Quello di seguito è l’ultimo episodio.

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Green Pass fasulli

L’italica fantasia che si adopera per contravvenire ai provvedimenti legislativi si è nuovamente messa all’opera dal momento in cui il Green Pass si è rivelato necessario per andare a mangiare una spigola nella sala di un ristorante.

Leggo che la Polizia Postale ha sequestrato 32, dico, trentadue, canali di Telegram nei quali si faceva mercimonio di Green Pass fasulli.

L’articolo che ho letto riporta questo messaggio con il quale veniva spiegata la sostanza della transazione:

Ciao, con i dati che ci fornisci una dottoressa nostra collaboratrice compila un certificato vaccinale: così risulti realmente vaccinato per lo Stato, e avrai un falso green pass.

Il pagamento veniva richiesto in criptovalute o con buoni acquisto per gli acquisti in rete.

Ora, non credo che ci voglia un genio dell’informatica per comprendere che si tratta di una truffa.

La “dottoressa nostra collaboratrice” compila un certificato vaccinale. Già questo non suona verosimile. La dottoressa dovrebbe avere accesso ai sistemi che contengono le informazioni per poterlo fare e dubito che chiunque desideri mettere in gioco la propria carriera per qualche spicciolo.

Già questo basterebbe a farti desistere dall’idea.

Basterebbe poi chiedere al “cuggino” che ne capisce di computer se il certificato vaccinale falso sia una vera possibilità.

Ricordiamoci come funziona il processo:

Ecco, tuo “cuggino” ti direbbe che è improbabile, ma non impossibile, che quel QR Code possa essere accettato come valido.

Quello due chiavette nella immagine qui sopra sono il motivo per cui non è possibile generare un QR Code che possa superare i controlli. Il certificato digitale viene firmato con delle chiavi che sono custodite dal Ministero della Salute. Senza quelle chiavi non potrai mai firmare digitalmente un certificato e non potrai mai superare i controlli.

Perchè ho detto improbabile ma non impossibile? Semplicemente perché quelle chiavi da qualche parte stanno e non sappiamo a quali misure di sicurezza esse siano sottoposte. Se qualcuno rendesse pubbliche quelle chiavi crittografiche allora chiunque sarebbe in grado di produrre un Green Pass valido con una decina di righe di codice.

Vero è che esistono tutti gli strumenti fisici e digitali per proteggere quelle chiavi ma, pensando all’ultimo incidente nel Lazio, la possibilità esiste. A dire il vero, al di là di quanto accaduto nel Lazio, la possibilità esiste sempre.

Certo che dai 150 ai 500 Euro per un QR Code non è male.

La banda bassotti, di cui fanno parte due minorenni, è stata scoperta grazie al tracciamento delle transazioni in criptovaluta. La banda bassotti lo stava facendo male. Criptovaluta non è sinonimo di anonimità miei cari. Non che sia impossibile complicare la vita a chi sta cercando di tracciarti ma bisogna saperlo fare. Potevate chiedere 🙂

Concludo dicendo che ho visto su Apple Store una applicazione che visualizza il contenuto del QR Code del Green Pass in vendita per 1,39 Euro. Accidenti, allora il mio codice di qualche giorno fa vale 1,39 per ognuno di voi che lo ha letto ed utilizzato. Mi fate una ricarica?


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In ospedale

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Photo by Martha Dominguez de Gouveia on Unsplash

Nella giornata di ieri, ed in quella di oggi, sono stato costretto a frequentare l’ospedale Sant’Anna di Como.

Niente di che. Il mio figlio maschio adolescente preferito, di fatto l’unico figlio maschio adolescente, ha avuto un fastidio all’orecchio di cui abbiamo dovuto occuparci. Non sia mai che si trascorra una estate con i miei figli senza visitare una struttura ospedaliera.

Oramai è diventata una tradizione che siamo costretti, volenti o nolenti, a rispettare.

Quel genere di visite che tendono a rassicurare più i genitori del paziente che non il paziente stesso. Per dovere di cronaca vi dico che non ero io il genitore a dovere essere rassicurato.

Ci mettiamo quindi in macchina e facciamo l’oramai consueto “giro di Peppe” per uscire da Laglio che è ancora tramortita dai danni provocati dalle recenti piogge. Riuscire ad abbandonare l’enclave è una impresa. Più una rottura di palle che un impresa perché strade a doppio senso di marcia in realtà permettono ad un solo veicolo per volta di passare.

Per questa ragione sei costretto a manovre continue. Avanti e indietro, a destra e a sinistra. Dio benedica Mercedes e le telecamere a bordo del veicolo. Dio stramaledica, con tutto il dovuto rispetto, i turisti in camper che devono necessariamente andare a guardare il cancello della villa di George Clooney.

Arrivo quindi in ospedale. Sino ad oggi non ci ero mai stato e confesso di essere molto colpito dalla modernità della struttura. In tutta sincerità non me lo aspettavo.

Cerco il parcheggio e deposito la macchina.

Ci incamminiamo verso il pronto soccorso pediatrico attraversando una landa desolata. L’ospedale è molto grande e per raggiungere il punto che dobbiamo raggiungere sono necessari dieci minuti a piedi a passo lesto. Durante questo percorso non incontriamo proprio nessuno. Deserto.

Qualche infermiere e qualche medico che a passo deciso si muove tra un reparto e l’altro ma niente di più.

Ci viene misurata la temperatura e ci viene permesso di addentrarci dentro la struttura per raggiungere il triage del pronto soccorso pediatrico.

Percorriamo una quantità infinita di lunghi corridoi senza incontrare nessuno. Fortunatamente le indicazioni sono precise e puntuali. Segui la linea gialla e arriverai dove desideri. Penso tra me e me che qualche volta vorrei avere una linea gialla da seguire anche nella vita reale.

Arriviamo al triage dove, in attesa, c’è solo una mamma con una splendida bambina bionda che se la ride della grossa. Compiliamo le scartoffie del caso e ci mettiamo in attesa. Nella mia costruzione mi ero immaginato di perdere un pomeriggio in una sala d’attesa gremita di persone.

Al contrario dopo quindici minuti veniamo accolti da due dottoresse che si prendono cura dell’adolescente. Mi conforta il fatto che anche loro per fargli proferire parola devono usare strumenti di tortura degni della Santa Inquisizione. Oggi è domenica e lo specialista non c’è. Non vediamo nulla di preoccupante ma è meglio che torniate domani per vedere un otorinolaringoiatra.

Torniamo alla nostra macchina seguendo a ritroso il percorso che abbiamo fatto ed anche questa volta non incontriamo anima viva.

Torniamo il giorno dopo ed è Lunedì. Mi immaginavo più movimento ma, al contrario, la totale assenza di persone si ripete come il giorno prima.

L’adolescente non ha nulla di cui preoccuparsi, e lo potevo dire anche io senza tutto questo sbattimento.

Detto questo confesso che muoversi all’interno della struttura senza il consueto movimento di persone cui siamo abituati quando ci inoltriamo dentro un ospedale mi ha molto colpito. Il tutto aveva un che di inconsueto, surreale e, per certi versi, pauroso. Ti accorgi che qualcosa sta accadendo e che questo qualcosa è la causa della rarefazione delle frequentazioni ma non riesci a razionalizzare.

Ti ritrovi solo in questa struttura enorme con l’unico, grosso, vantaggio di essere certo di risparmiare un pò di tempo.


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E quindi Apple…

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Photo by Markus Winkler on Unsplash

… ha deciso che metterà il naso nella libreria delle foto dei propri utenti, per il momento statunitensi, alla ricerca di pornografia che coinvolge minori.

Diciamo che letta così suona anche abbastanza bene.

A dire il vero non mi convince proprio del tutto. Che oramai si sia consegnata gran parte della nostra esistenza digitale a colossi come Apple, Google, Amazon ed affini dovrebbe essere cosa nota a tutti.

Ora, da un lato Apple sembra avere intrapreso una crociata per la difesa della privacy dei propri utente e dall’altro dice senza mezzi termini che andrà a infilare il naso nella libreria delle foto dei suoi utenti, sebbene per un motivo sensato.

Tutti i dati sui nostri telefoni sono protetti, si suppone. Quello che abbiamo su iCloud è crittografato e solo Apple possiede, oltre a noi, le chiavi per decrittografarlo, se necessario. Su richiesta della autorità giudiziaria posso fornire accesso a dati che altrimenti sarebbero inaccessibili.

Io credo comunque che il telefono sia oggi una discreta rappresentazione della nostra vita reale. In esso ci sono una quantità di informazioni personali del tutto inimagginabile. Questo vale sia per l’informazione diretta che per l’informazione ombra.

Ora, io non ho mai scambiato fotografie del mio impianto idraulico personale con nessuno, e dubito che possa essere di interesse per chicchessia, ma mi domando per quale motivo Apple debba essere a conoscenza dell’essenza dei miei attributi.

E questo, ovviamente, apre una porta. Se è vero che oggi lo scopo è nobile chi ci dice che domani non verrà usato, chissà, per classificare le foto dei nostri animali domestici? Oppure altri oggetti o persone? Non abbiamo questa garanzia e solo Apple sarà a conoscenza dell’algoritmo che il classificatore utilizzerà. Falsi positivi? Possibile… se mano una foto di mio figlio di sei anni sul bagnasciuga, il ricevente verrà avvisato del fatto che sta per ricevere una foto potenzialmente pericolosa? Mi sembra uno scenario non del tutto improbabile.

Chi si ricorda di quel nonno che ha rischiato il linciaggio in un parco pubblico da parte di uno stuolo di mamme pancine che lo ha scambiato per un pedofilo quando stava aiutando il nipote a fare pipì?

Il passo è breve.

E, ad ogni modo, si comincia con le fotografie e si potrebbe poi passare alla scansione dei messaggi di testo, alla posta elettronica, ai documenti e via dicendo.

Se sono un procuratore della repubblica e mi occupo di questi reati, verrò tacciato di pedofilia sugli archivi di Apple?

No, non mi convince affatto.

Eppure, il tema è importante. Non ho una soluzione da proporre, ma quella di Apple non mi convince.


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hackthebox.eu (reprise)

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Photo by Markus Spiske on Unsplash

Nei mesi passati avevo perso un pò di interesse per hackthebox.eu.

Mi ero dedicato ad altro nel mio tempo libero. Ieri ci ho rifatto un giro e in questi mesi hanno cambiato molto, tanto che mi è tornata voglia di rimettermi a giocarci.

In passato avevo usato un vecchio PC portatile Intel based con una distribuzione Kali per avere a disposizione tutti gli strumenti necessari. In verità era una scocciatura perché ogni volta che avevo intenzione di collegarmi dovevo cambiare il pc, abituarmi alla nuova tastiera e, alla fine, il più delle volte non avevo voglia di farlo.

Per questo ho cercato di capire quali alternative avevo sul mio MacBook Air con architettura M1.

Ho scoperto, e non lo sapevo, che esiste una distribuzione di Kali per architettura ARM. Ho quindi rispolverato la mia licenza di Parallels Desktop ed ho creato una macchina virtuale con 8Gb di RAM con quella distribuzione. In tre minuti il sistema era pronto.

Sono rimasto stupito dalla velocità della macchina virtuale e dal ridottissimo consumo della batteria. Sinceramente avevo pensato che la batteria sarebbe stata messa a dura prova. Niente di tutto questo.

La distribuzione di Kali per ARM non è affatto male e c’è quasi tutto quello che mi serve. In passato mi ero abituato ad utilizzare la Burp Suite ma devo capire come portarla su Kali ARM o trovare una alternativa altrettanto efficiente e semplice da utilizzare.

Alla fine deve essere un gioco e non una rottura di palle.

Per quello che devo fare funziona alla grande e la ho sempre a portata di mano quando voglio giocare un pò.

E così ieri sera mi sono messo alla ricerca di qualche macchina su Hack The Box che fosse semplice e che mi permettesse di riprendere un pò la mano.

Alla fine in un paio d’ore ho risolto due macchine ottenendo sia la user flag che la root flag. Per chi è curioso le macchine con cui ho giocato sono Knife e Cap. In realtà piuttosto semplici ma utili a riprendere confidenza con alcuni tool.

La cosa che mi piace è che scopro sempre qualcosa di nuovo sui sitemi quando faccio questo genere di cose.

Nonostante sia stato assente per quasi un anno noto che sono ancora in posizione 786 su 685.000 utenti registrati. Insomma, qualcosa me la ricordo ancora.

Hack The Box è un luogo perfetto se vuoi giocare con la sicurezza informatica senza correre il rischio di trovarti la Polizia Postale alla porta di casa. Ho anche notato che hanno rimosso il semplice indovinello per accedere alla registrazione. Era una cosa caruccia anche se alla fine era una semplice decodifica di una stringa Base64. Peccato.


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