Design Studio

Ecco un altro trend rilevante, sopratutto per le grandi aziende.

Sono sempre più le richieste che ci vengono rivolte per aiutare a costruire un Design Studio che sia in grado di internalizzare alcune delle funzioni che generalmente sono ricercate all’esterno dell’azienda.

Non è una cattiva idea.

Come sempre tutto dipende dal significato che si intende dare al termine Design Studio e alle funzioni che questo è chiamato a svolgere. Come per la trasformazione digitale parlare di Design Studio non significa molto, o significa tutto.

Il Design Studio può giocare un ruolo fondamentale nel processo di trasformazione di una azienda e per questa ragione è buona cosa che le aziende comincino a fare questo genere di riflessioni.

Il termine può essere declinato in una infinità di modi ed ognuno di essi ha implicazioni diverse. Il tema è assolutamente legato a quello della cultura aziendale. Se la cultura aziendale non è allineata allo scopo che si intende dare al Design Studio questo sarà un esercizio votato al fallimento.

Ancora una volta non esiste una ricetta che valga per tutti. Ogni iniziativa di questo genere deve essere costruita ad hoc in funzione di una enorme quantità di parametri. Prendere cinque designer, metterli in una unità che si chiama Design Studio e aspettarsi da loro la magia non funziona.

Io credo che ci siano due estremi nella definizione del ruolo del Design Studio:

  • Una funzione strategica. Utilizzando gli strumenti del design fare in modo che il Design Studio identifichi i problemi esistenti nell’ecosistema di prodotti e servizi e proponga delle soluzioni. Allo stesso tempo affidargli una funzione di ricerca e sviluppo che gli permetta di identificare quei segnali deboli che saranno chiave per lo sviluppo dell’azienda.
  • Una funzione tattica. Progettazione di un insieme di touchpoint fisici e digitali che sono espressione dell’insieme di prodotti e servizi dell’azienda.

Tra questi due estremi c’è un universo di sfumature.

Chiaro è che più ci si avvicina alla funzione strategica maggiore sarà l’impatto del Design Studio all’interno della azienda.

Perché un Design Studio possa funzionare sono necessarie alcune condizioni chiave:

  • Selezionare le persone giuste. Questo è un tema assolutamente chiave. Purtroppo la maggior parte dei responsabili delle risorse umane non sono assolutamente in grado di selezionare questo genere di persone. Fanno le domande sbagliate, non parlano la lingua dei designer e non sono in grado di spiegare che cosa queste persone andranno a fare all’interno della azienda. Noi stessi facciamo grande fatica a selezionare le persone giuste, figuriamo chi non vive in questo magico mondo.
  • Il Design Studio deve essere posizionato molto in alto nell’organigramma aziendale. Idealmente la persona che lo guida dovrebbe essere una prima linea dell’amministratore delegato. Anche in questo caso la selezione della persona giusta è chiave per il successo. Questa persona deve essere un leader di fatto e non un leader imposto. Se non viene dal mondo del design farà una fatica immane a fare riconoscere il suo ruolo alle persone.
  • Il responsabile del Design Studio deve essere in grado di evitare in maniera assoluta meccanismi del tipo comando e controllo. Deve essere un confronto continuo tra temi di design e temi di business. Deve essere un ufficiale di collegamento con grandi capacità relazionali.
  • Deve avere un luogo che sia adatto alla funzione che svolge. Se lo mettete dietro quattro scrivanie non funziona. Ogni professione ha un luogo ideale per volgere le sue attività. Questo vale anche per il Design Studio.
  • Il Design Studio deve avere il potere di difendere le proprie scelte. Se si progetta qualcosa all’interno del Design Studio quello che poi si vede in produzione deve essere la stessa cosa.
  • Il Design Studio deve strutturarsi nei suoi processi in modo che possa interfacciarsi in maniera efficace con gli altri dipartimenti all’interno dell’azienda. Questi processi devono essere formalmente espressi e comunicati all’esterno.
  • Il Design Studio deve diffondere la cultura del design all’interno dell’azienda. Non deve limitarsi ad essere una scatola nera che fa solo dei bei disegnini.
  • Il Design Studio deve cercare di contenere il suo ego. Deve avere la capacità di comprendere le posizioni delle altre componenti aziendali e capirne i razionali. E’ un lavoro da casco blu. Devi essere un mediatore nato per avere successo.
  • Il Design Studio deve esporre in maniera chiara la sua capacity verso l’esterno.

Io ritengo che solo in questo modo si possa avere una qualche possibilità di successo.

Oltre a questo è una questione di cultura aziendale. Costruire un design studio senza fare in modo che la cultura aziendale sia allineata è la migliore ricetta per un fallimento clamoroso.

Smart Contracts e censura

Leggo che è stato creato uno Smart Contract su Ethereum che nel codice sorgente riporta la biografia del Dottor Wi Wenliang che per primo aveva dato notizia della presenza del Coronavirus e aveva tentato di avvisare le autorità. Il Dottor We Wenliang è venuto a mancare a causa delle complicazioni indotte dal fatto di avere contratto il virus durante la cura dei suoi pazienti.

La notizia è interessante. Ne potete leggere una versione qui e visualizzare lo Smart Contract qui.

La notizia è interessante sopratutto relativamente al contesto in cui nasce ed al paese in cui avviene, la Cina. Dopo l’annuncio della morte del Dottor Wi Wenliang la notizia raggiunge velocissimamente la prima posizione sul portale Weibo, una delle più grandi piattaforme social in Cina. Dopo qualche minuto la notizia scende in settima posizione per poi scomparire per sempre nonostante le centinaia di migliaia di visualizzazioni.

Naturale pensare che ci sia stata una qualche sorta di intervento umano per fare scendere quella notizia e, quindi, nasconderla. Censura? Possibile e probabile.

La creazione dello Smart Contract è notizia altrettanto interessante perché caratteristica di uno Smart Contract è quella di essere immutabile. Non è cancellabile o modificabile. In linea di principio potrebbe autodistruggersi se costruito in modo che lo faccia e non è questo il caso.

Questo significa che sino a che esisterà la possibilità di consultare la blockchain Ethereum quello Smart Contract resterà lì per sempre, immutabile.

Se ne andate a vedere il codice troverete qualcosa che somiglia ad una lapide con una iscrizione in cinese. Purtroppo non conosco il cinese e quindi mi devo affidare a quello che mi viene detto da Google Translate:

DL Li Wenliang (1986-2020), male, Jinzhou, Liaoning Province
“LE Graduated in Clinical Medicine from Wuhan University, Ophthalmologist of Wuhan Central Hospital
Li Wenliang first issued to the outside world on December 30, 2019
New Coronavirus (2019-nCov) protection warning, is the epidemic whistleblower
It is also one of the” Eight Gentlemen of Wuhan “who has been instructed by public security organs for making rumors
Early February 7, 2020
Dr. Wenliang Li died of severe coroner virus infection at the age of 34 due to infection with a new coronavirus
As of February 7, 2020 9:49
National New Coronavirus Infected
31211 confirmed diagnoses, 26359 suspected, 637 dead W For everyone who pays, do not let it freeze in the snow Free pathists, don’t let them get stuck in thorns The admonition is as follows:
We hope you calm down and reflect, and solemnly warn you:
If you are stubborn, don’t think about repentance, and continue illegal activities,
You will be punished by the law! Do you understand me?”
At that time, it was Dr. Li Wenliang’s exhortation to the incumbent and the whole society at the cost of life
Qin people are too lamented to mourn, and later people mourn
Later generations mourn without learning, but also make future generations mourn later generations
February 7, 2020

Un pochino una porcheria ma il senso si capisce. Questo scritto rimarrà li per sempre e non sarà possibile censurarlo.

Quindi una ottima cosa verrebbe da pensare. Certamente sì perché l’interpretazione che diamo a questo in funzione delle notizie che abbiamo ci permettono di capire il contento. Una persona è morta, se ne è data notizia, la notizia è stata censurata.

Ci penso un pochino e rifletto su un fatto: se la sequenza di eventi non fosse stata questa che valore avremmo potuto dare alla pubblicazione di questo Smart Contract?

Mi spiego meglio. Immaginate che contestualmente alla generazione di questo Smart Contract ne fosse stato generato un altro che smentiva la morte del Dottor Li Wenliang. Pensate se la generazione dello smart contract fosse avvenuta addirittura in anticipo.

In questo caso come faremmo a discernere la verità dalla menzogna?

Difficile, direi.

Affermare quindi che la blockchain, ma in particolare gli Smart Contracts, possa essere utilizzata per sconfiggere la censura è una affermazione decisamente sensata sebbene debba essere presa con le pinze viste le considerazioni di cui sopra.

Alberghi

Leggo oggi uno splendido articolo sulla storia e sulla ricostruzione dell’albergo Waldorf Astoria di New York. Lo scrive Laura Leonelli su domenica del Il Sole 24 Ore. Splendido ed evocativo scritto.

Ho avuto modo stare a New York molto spesso e quell’edificio me lo ricordo perfettamente. La sua architettura Art Déco mi ha sempre colpito ed affascinato così come il suo interno.

E’ un albergo nel quale sono scese alcune delle personalità più importanti del mondo sin dal momento della sua inaugurazione nel 1931.

Henry Ford, Thomas Edison, Sir Thomas Lipton, Henry Firestone, Charles Schwab, Walter Chrysler, George Eastman, Thomas Wilson, Elsa Maxwell, Cole Porter, Marilyn Monroe, Alcide de Gasperi, Herbert Hoover, Dwight Eisenhower, Viaceslav Molotov, Louis B. Mayer. Potrei continuare all’infinito toccando qualsiasi esponente della cultura, della politica e del mondo degli affari.

Al tempo del suo massimo splendore fu definito: palace for the public, and stage for the wealthy.

Il Waldorf Astoria è una delle massime rappresentazioni della funzioni di un albergo. Ho sempre considerato gli alberghi come dei luoghi magici e densi oltre misura di storie incredibili.

Non solo gli alberghi di lusso ma qualsiasi albergo, compresi i più modesti o, addirittura, le pensioni. Sono sempre luoghi di incontro e di scambio. Una sorta di melting pot in cui persone e culture si incontrano e interagiscono per i motivi più diversi.

Sono quei luoghi in cui si concludono affari più o meno leciti. Persone di cultura vi si incontrano per scambiare idee o sogni. Luoghi in cui nasce o finisce un amore od una storia. In questi posti ci si sente più liberi trovandosi al di fuori dei vincoli imposti dagli uffici o dalle proprie case.

Puoi trovare l’apertura alla conversazione che ti offre il bar dell’albergo o l’intimità della camera che ti ospita. Puoi scegliere quale visibilità dare allo scopo del tuo viaggio. E’ un luogo in cui la serendipità regna sovrana.

Puoi semplicemente sederti nella hall e limitarti ad osservare le persone intorno a te e lasciare correre la tua fantasia costruendo le storie più incredibili. Immaginare trame da spy story od amori impossibili. Puoi costruire complotti politici o pensare alla creazione di accordi commerciali improbabili. Probabilmente uno dei migliori luoghi in cui uno scrittore potrebbe trovare ispirazione per i suoi personaggi.

Mi piace stare in albergo. Sin dal momento in cui varco l’ingresso comincio a costruire la mia storia. La prima conversazione con la reception comincia ad impostare il tono del mio soggiorno. Osservo il mio interlocutore, valuto quanta confidenza mi sta dando, cerco di comprendere che tipo è mentre i primi tasselli della storia che sto inventando cominciano a prendere il posto che gli spetta.

L’albergo ha una sua nobiltà implicita, quale che sia il suo rango.

Nobiltà che invece non ha il Motel al quale, grazie al cielo, è stato appiccicato in maniera posticcia un nome diverso. Il motel è un luogo vile e vigliacco. E’ il luogo frequentato da persone che non hanno il coraggio di affrontare la realtà e fare i conti con le proprie responsabilità. E la fuga dalla realtà è grandemente espressa dalla rappresentazione che viene resa dalle pubblicità. Specchi alle pareti, o sul soffitto. Lenzuola di seta (che poi sono terribili se aveta mai avuto modo di provarle). Vasche idromassaggio dalle dimensioni imperiali e colori che nessuno penserebbe mai di avere in una camera da letto. Qui non nascono storie, non ci si scambiano idee. E’ un luogo in cui la vita reale si interrompe per entrare in un limbo senza alcun futuro. Un luogo che un futuro non è nemmeno degno di averlo.

Ciondolare

Vi capitano mai delle giornate in cui faticate a dare un senso?

Oggi è una di quelle giornate.

Molto spesso mia madre mi riprendeva con una espressione: “Smettila di ciondolare e trova qualcosa di utile da fare!”. Il tono, come sempre era imperioso ed io, molto spesso, reagivo come un soldatino di fronte al comandante di battaglione.

Mi sono svegliato molto presto e con grandi intenzioni.

Sono uscito per andarmi a prendere un caffè e farmi un giro in libreria. Alla fine mi sono cacciato in un centro commerciale ed in una libreria così tanto caotica nella organizzazione che non mi regalato nessun gusto.

Tornato a casa mi sono messo a leggere la storia di Alex Elmsey, un grandissimo mago scozzese e ho guardato alcuni video. Ho resistito mezz’ora.

Volevo distrarmi con un pochino di codice per risolvere un problema che abbiamo in ufficio ma ho abbandonato quasi subito perché il parsing di un file JSON mi stava dando fastidio.

Ho acchiappato una delle chitarre ed alla fine mi sono ritrovato a suonare quelle quattro o cinque cose che oramai sono automatiche e che, di conseguenza, non ti danno tanto gusto.

Un giro veloce su Netflix senza trovare nulla di così eccitante. Ho considerato l’opzione cinema ma anche in questo caso nulla ha particolarmente attirato la mia attenzione.

Ed ora mi ritrovo a scrivere queste quattro righe che, se non altro, un minimo di senso compiuto potranno averlo.

Mai prendersi troppo sul serio!

È una citazione che ho già riportato in passato ma trovo che sia utile anche nel contesto di questo scritto.

… l’importante è sapersi prendere in giro come faceva Jacques Tati e anche non metterla giù troppo dura con questo design, prendere la società com’è.” – Achille Castiglioni

— Achille Castiglioni

La verità è che non sopporto tutti coloro che si prendono troppo sul serio. Questo è in realtà tollerabile se eserciti una professione che richiede serietà assoluta. Diciamo che se fai il cardiochirurgo devi essere assolutamente serio mentre esegui un trapianto di cuore.

Se, invece, la tua professione non è mission critical o life saving te la puoi anche menare di meno, sopratutto con gli altri ed, in particolare, con me.

Ogni tanto sarebbe utile tornare a leggere le Lezioni Americane di Italo Calvino e, tra queste, quella intitolata “Leggerezza”. Questo dovrebbe essere lo spirito con il quale si affronta ogni cosa nella vita di ogni giorno, compresa quella professionale.

Il seme di questa considerazione nacque in me una quindicina di anni fa in occasione di un pranzo con Benjamin Zander, direttore della Boston Philharmonic Orchestra. Ci fu una frase che lui mi disse durante quell’incontro e che mi rimase impressa come poche altre:

Alessandro, it is all invented!

Niente di più vero. Organigrammi, organizzazione aziendale, processi, prodotti e servizi, metodi. Insomma qualsiasi cosa è stata inventata da qualcuno con scopi più o meno nobili.

La prima conseguenza diretta di questa osservazione è che essendo una opera di ingegno non necessariamente rappresenta una verità assoluta e, quindi, non dovrebbe essere presa troppo sul serio. Iperbole. d’accordo.

La seconda considerazione chiave è che qualsiasi cosa inventata può essere modificata o sostituita da un’altra invenzione. Considerazione non da poco se ci pensate.

La realtà è che troppo spesso mi trovo davanti a persone che mi parlano di idee come se fossero verità assolute ed indiscutibili. Tanto poco discutibili che metterle in discussione ti porta davanti al tribunale della Santa Inquisizione. Questo vale per tutte le discipline ma, in particolare, per il mondo del design che frequento oramai da troppo tempo. Sono stanco di oracoli che, secondo la loro opinione, mi stanno elargendo perle di saggezza dall’alto della loro stele.

Dai, siamo d’accordo che il design risolve in maniera egregia dei problemi di business ma, in fondo, non salva la vita a nessuno. Leggerezza, ancora una volta.

A me piace volare leggero sulle cose e trovare sempre il modo di farmi una risata quando ne ho l’opportunità. Chi mi ha incontrato professionalmente lo sa benissimo. Niente, nel nostro mondo, è così grave e definitivo da non potere essere affrontato con il sorriso sulle labbra.

Io per primo non mi prendo troppo sul serio. Mai!

Di conferenze ed eventi

E’ un dato di fatto che siamo giornalmente bombardati da offerte di partecipazione ad eventi, conferenze, tavole rotonde, meetup e via discorrendo. Questo è vero sia che siate un potenziale partecipante o un potenziale speaker.

Oggi sarebbe possibile non passare un singolo giorno in ufficio semplicemente accettando di partecipare ad ogni evento al quale si è invitati. Se non aveste un lavoro e, di conseguenza, di che sostentarvi potreste vivere tranquillamente di tartine e prosecco senza spendere una lira.

Ammettiamo che questo non sia il caso. Dobbiamo quindi scegliere a chi e a cosa prestare il nostro tempo, sia come uditori che come contributori.

Io confesso che sono diventato particolarmente ostile a qualsiasi tipo di evento. Alla mia tenera età quello che ho di più prezioso è il mio tempo. Impiegare il mio tempo in cose noiose e che non mi arricchiscono mi infastidisce oltre ogni misura.

Mi trovo quindi a dovere scegliere.

Quando mi viene proposto un evento tendo a valutare chi sono gli speaker, faccio la mia ricerca e un pochino di social engineering per capire se chi parlerà ha davvero qualche idea da trasmettere e che vale la pensa di essere ascoltata.

Non sembre ciò che ottengo come informazioni mi aiuta ad evitare le sòle ma riesco comunque ad evitarne la maggior parte.

Arriva quindi il momento dell’evento e degli interventi. Ecco le cose che mi danno fastidio.

Partiamo dicendo che la durata tipica degli interventi oscilla tra i 20 ed i 45 minuti. Come fai uso di questo tempo richiedendo la mia attenzione influisce moltissimo sul giudizio che darò al tuo intervento.

Primo. Non mi puoi frantumare le palle con i primi dieci minuti in cui mi racconti chi sei e cosa fai. Se sono lì seduto io ho già fatto la mia ricerca e so già chi sei e cosa fai. In genere questa prima fase dell’intervento serve più a soddisfare l’ego di chi parla piuttosto che a fornire materiale di qualità all’ascoltatore. Evitate, per favore.

Secondo. Non mi interessa nemmeno sapere che cosa fa la tua azienda, che clienti ha, quali altisonanti progetti ha fatto, della quantità di cose di cui si occupa se nel tuo intervento parlerai solo di un frazione di queste. Ancora una volta. Ho fatto la mia ricerca.

Il tuo intervento deve andare diretto al punto. Mi deve dire subito perché a me può tornare utile. Ovviamente mi torna utile solo se contribuisce a farmi pensare e, per farmi pensare, deve contenere delle idee. In caso contrario non serve assolutamente a nulla.

Quando mi trovo a parlare io evito come la peste quelle due cose che considero peccati mortali. La mia prima slide è quasi sempre una domanda. La domanda cui intendo rispondere nel corso della mia presentazione. Le mie slide oramai tendono ad essere fatte solo di immagini, più o meno evocative. A me interessa parlare e farmi ascoltare piuttosto che avere la platea che legge le slide che sto proiettando.

Vero è che il mercato cui generalmente mi rivolgo mi permette questo lusso ma, davvero, ci sono delle slide che mi fanno davvero male alle pupille.

Ultimamente mi urta anche il meccanismo totalmente frontale degli interventi. Tu parli ed altri ti ascoltano. Forse è arrivato il momento di trovare delle alternative a questo formato che è oramai un pochino vecchiotto.

Infine, se devo scegliere, preferisco andare a quegli eventi che non sono totalmente affini al contesto in cui vivo. Trovo che, alla fine, ci si parli un pochino troppo addosso. Per trovare ispirazione vado da qualcosa che è tutt’altro da me.

Evviva PornHub!

Ok, contenete l’entusiamo che tanto è ben chiaro che questo entusiasmo non lo manifesterete mai.

Qualche giorno fa Alphabet, capogruppo di Google, annuncia agli analisti i risultati dell’anno fiscale 2019. Tra tutti spicca un dato: YouTube ha generato ricavi per 15 miliardi di dollari. Risultato incredibile.

Più o meno nello stesso momento leggo un tweet esilarante:

YouTube elimina dei contenuti che ritiene non appropriati. In questo caso si tratta di contenuti che riguardano la sicurezza informatica. I prodi produttori di contenuti non graditi cercano una alternativa e dove la trovano? Su PornHub.

Io trovo la cosa di una bellezza assoluta.

Mi sembra di ritornare a quel momento in cui Playboy cominciò ad includere tra i suoi articoli contenuti meno svestiti. Ci troviamo quindi davanti ad una piattaforma che distribuisce contenuti per adulti che ospita contenuti che riguardano la sicurezza informatica.

Al di là delle battute credo che ci si trovi davanti ad un tema interessante. Qualsiasi contenuto trova la sua casa ideale su Internet. Questo è, purtroppo, vero sia nel bene che nel male.

Se ti occupi di sicurezza informatica per una grande azienda è arrivato il momento di rivedere nel dettaglio le policy del tuo firewall.

La coerenza, questa sconosciuta.

Me la avete sempre venduta come la più pura e nobile delle professioni e vi professavate duri e puri della disciplina e dell’etica del lavoro ad essa associata. Mi avete fatto due palle grandi come una casa su cosa fosse “cool enough” nel vostro mondo e su cosa, invece, non meritasse la vostra considerazione.

Avete mietuto vittime illustri e non ne avete pagato le conseguenze. Ovviamente, in un modo o nell’altro, avete sempre salvato il vostro posteriore scaricando su altri le vostre responsabilità.

E, nonostante tutto, fate ancora i paladini che si scagliano lancia in resta a difesa dei valori del design.

Oggi basterebbe andare ad analizzare il genere di workshop che moderate per comprendere quanto ipocrisia ci sia in questo universo. Se poi volete rendervi conto delle differenze, andate a farvi un giro su quello che moderano altri rispetto a voi.

Ecco, io in questi giorni me ne sto nel mio studiolo, ché se incontrassi qualcuno di voi perderei sicuramente la pazienza.

Sì, in effetti oggi mi girano un pò le palle.

Autorevolezza

Ho recentemente letto un articolo sul New York Times il cui titolo era: “Global xenophobia folows virus”.

Il tema dell’articolo riguarda la diffusione del virus 2019-nCoV, altrimenti detto Coronavirus sulle maggiori testate, ed il conseguente aumento di episodi di intolleranza nei riguardi di cittadini Cinesi. Fenomeno che sembra essere globale e non circoscritto alla prossimità con il luogo in cui l’epidemia si è manifestata.

Come sempre evito il giudizio sugli episodi di intolleranza perché, davvero, credo che si commentino da sè.

In realtà mi ha colpito molto un passaggio in quell’articolo:

Facebook said it was removing “content with false claims or conspiracy theories that have been flagged” by the authorities, and Twitter made changes to prioritize search results from reputable health organizations.

E’ ben evidente che la direzione è giusta ma credo che ci siano un paio di punti che lasciano delle zone grigie:

  • “flagged by the authorities…”. Sembrerebbe una decisione del tutto sana. Il problema che vedo è che qualsiasi notizia, o teoria, può essere marcata come falsa dalle autorità. Autorità che potrebbero avere tutto l’interesse a sotterrare storie, o teorie, che potrebbero rivelarsi vere. Questo rischio è ancora più grande in quei paesi in cui l’autorità non si è mai distinta come campione di democrazia.
  • “reputable health organizations”. Anche questo aspetto mi lascia molti dubbi. Che definisce l’autorevolezza di una istituzione e secondo quali parametri?
  • Infine non è chiaro come avvenga questo processo. E’ delegato ad un algoritmo o ci sono degli essere umani che prendono decisioni consapevoli. Se fossero degli essere umani ci sarebbe da capire quale competenza possano avere queste persone nel giudcare notizie relative ad una emergenza sanitaria. Se, invece, fosse un algoritmo a scegliere bisognere potere sapere come questo algoritmo è stato prima progettato e poi istruito.

La sostanza è che sia Facebook che Twitter sono aziende private e quindi fuori da qualsiasi controllo che non quello del corpus di leggi esistenti nel paese in cui sono incorporate.

L’ultima nota riguarda il tipo di controllo che questo genere di piattaforme con una audience massiva deve mettere in atto rispetto al contenuto che ospitano. Questo controllo si sta dimostrando sempre più complesso e difficile da gestire.

Persone e storie

Credo che sia per via del lavoro che faccio. Dopo avere partecipato direttamente, od indirettamente, a così tante attività di ricerca con degli essere umani non posso mai fare a meno di osservare il comportamento delle persone.

Se questo avviene per un motivo professionale il contesto è molto ben definito. Li osservi utilizzare un prodotto od un servizio ed il gioco finisce lì.

Se, invece, mi trovo in uno spazio pubblico con del tempo a disposizione il discorso cambia radicalmente. Può succedere nella lunghe di un aeroporto, in stazione, mentre sono in coda da qualche parte aspettando il mio turno.

Il mio sguardo si muove sull’insieme delle persone che mi circondano. In maniera molto discreta le osservo. Come si vestono, la loro postura, il modo di parlare. E poi succede qualcosa. Un gesto od una frase che cattura la mia attenzione e fa scattare un meccanismo generativo nel mio cervello.

Comincio ad immaginare quale sia la sua storia passata, che cosa lo porta in quel luogo, quali sono le motivazione che lo fanno muovere in un certo modo o scegliere determinate parole. Al termine di questo processo molto spesso rido di me stesso perché sono in grado di costruire delle storie assolutamente improbabili. Durano lo spazio di qualche minuto e poi scompaiono nel nulla dal quale sono nate.

E’ un peccato. In qualche modo credo andrebbero salvate in un bestiario immaginifico di personaggi improbabili. Potrebbe essere una parte interessante di questo esperimento sebbene violerebbe una delle regole fondamentali: scrivere di getto senza pensarci troppo. Una storia come quelle andrebbe ben studiata, pensata, costruita per essere davvero riportata nella sua essenza.

Vi capita mai di fantasticare in questo modo?

E poi, è vero. Mi capita molto spesso anche con i clienti.

Contraddizioni

Mi rendo conto di vivere un insieme di contraddizioni. Per indole, carattere e formazione.

C’è una parte di me che vive nel passato remoto:

  • Mi faccio la barba con un rasoio a mano libera e monto la schiuma da barba in una ciotola di ceramica con un pennello. Lo faceva mio nonno e da piccino io volevo essere come lui.
  • Passo ore a pulire e lucidare le mie scarpe. Mio zio era un ufficiale dell’esercito in carriera e lo faceva lui. Da meno piccino volevo essere come mio zio.
  • Ritaglio articoli di giornale e li metto da parte così come prendo appunti solo scrivendo.
  • Apro la portiera della macchina quando una signora è in mia compagnia.
  • Mando ancora fiori e scrivo lettere, molte delle quali non vengono lette.
  • Faccio il pane in casa con il lievito madre che produco io.

Potrei continuare a lungo.

Un’altra parte di me adora in maniera totale ed assoluta la tecnologia:

  • La mia casa è completamente automatizzata. Posso parlare anche con dal divano alla mia lavatrice e farle fare ciò che desidero.
  • La mia sveglia è dinamica. Ogni mattina un aggeggio consulta il luogo nel quale devo recarmi per il primo appuntamento, si fa un giretto sulle API di Waze e Google per valutare le condizioni del traffico e dopo avere dato una occhiata alle condizioni meteo imposta la sveglia di conseguenza. Mi sveglia prima se c’è traffico o piove, mi lascia dormire sino all’ultimo minuto utile se tutto è tranquillo. Ovviamente il codice che fa funzionare tutto questo lo ho scritto io.
  • Qualsiasi cosa ripetitiva può essere fatta con del codice. Grazie Python.
  • Qualsiasi sistema può scambiare informazioni con qualsiasi altro sistema. Basta un pochino di colla, sempre di marca Python.
  • So come si scrive un device driver.

Anche in questo caso potrei proseguire molto a lungo.

Materiale da psicologo? Probabilmente sì.

La complessità

Ovvero, togliere, rimuovere, cancellare e ridurre.

Negli ultimi diciotto mesi, o giù di lì, mi sono dato l’obiettivo di ridurre la complessità del mio ecosistema. Tutto sommato una decisione interessante perché il lavoro che faccio impone una certa dose di complessità per sua natura.

Presa questa decisione mi sono fatto un veloce giro sugli strumenti che avevo a disposizione per raggiungere questo obiettivo. Per deformazione professionale ho finito per utilizzare il processo tipico del Design Thinking.

Citiamo il manuale e ricordiamo le cinque fasi cruciali di un processo guidato dal Design Thinking:

  • Empathize
  • Define
  • Ideate
  • Prototype
  • Test

Comincio a sezionare tutti gli elementi che sono parte della mia esistenza. La famiglia, il lavoro, le relazioni, gli interessi, i luoghi in cui vivo, gli strumenti, i prodotti e servizi che uso, gli interessi e via dicendo.

Nel momento in cui ho avuto a disposizione una mappa sufficientemente precisa la prima conclusione è stata, come dicono in Francia: “Minchia! Che casino!”

Ben chiaro il fatto che il problema chiave era la riduzione della complessità dell’intero sistema.

A questo punto è cominciata l’attività di rimozione di tutto il superfluo. Lentamente per ogni singolo elemento di cui sopra. Lavorando su se stessi è piuttosto complesso definire cosa sia superfluo o meno ma ci si può arrivare per approssimazioni successive.

In questo caso vengono in aiuto le due ultime tre fasi definite dal Design Thinking: Ideate, Prototype e Test. Togli o cambia qualcosa nell’ecosistema, costruisci un nuovo processo o sistema e testalo. Se funziona lo tieni altrimenti iteri di nuovo.

La chiave di tutto è stata segmentare il problema. Un pezzo alla volta.

Per esempio arrivo ad avere un telefono che non mi manda nessuna notifica che non siano quelle dei messaggi provenienti dai miei figli. Il programma di posta elettronica che non mostra pop-up o numero di mail non lette, la casa che è automatizzata quasi completamente e via dicendo. Questi sono esempi molto pratici dato che del lavoro fatto sul lato prettamente personale e di relazione non desidero proprio scrivere.

In sintesi, funziona.

Il che risponde anche ad una domanda che mi ero sempre posto. Possiamo usare strumenti di design per lavorare su un sistema personale? La risposta è decisamente affermativa. Il caveat sta nel fatto che lavorando su se stessi si potrebbe non essere in grado di avere l’obiettività richiesta.

L’ufficio acquisti

Chiunque si trovi in una posizione simile alla mia si è necessariamente trovato a dovere negoziare con un ufficio acquisti.

Quella dell’ufficio acquisti, o procurement come scrivono quelli fighi, è certamente una funzione chiave all’interno di una azienda. Questo è vero a prescindere dalla dimensione della azienda stessa.

Io ritengo che le funzioni chiave di un ufficio acquisti possano essere riassunte in:

  • Avere una idea chiara dei fornitori che sono in grado di fornire quei prodotti e servizi che sono necessari al funzionamento della azienda. Questo significa mettere in atto una attività di scouting continua che permetta di capire come è composto l’ecosistema.
  • Avere una idea chiara della evoluzione dei prodotti e servizi che si stanno acquistando. Nuove tecnologie, nuovi modelli di business, prodotti e servizi alternativi e/o complementari.
  • Avere profonda competenza rispetto ai prodotti e servizi che si stanno acquistando.
  • Avere la capacità di creare una relazione che sia di valore sia per l’azienda che per il fornitore.
  • Avere la capacità di negoziare il migliore prezzo in relazione al valore REALE del prodotto o servizio che si sta acquistando.

Questo in un mondo perfetto. Peccato che non sia dato vivere in un mondo perfetto e, purtroppo, nemmeno in uno prossimo al mondo perfetto.

Quello che mi capita di osservare è invece un insieme di uffici acquisti totalmente impreparati o, peggio, tesi solo alla analisi del puro aspetto economico della transazione.

Il primo elemento che mi sento di mettere in evidenza è la capacità di comprendere profondamente quello che stai comprendo. Ora, io comprendo benissimo che la velocità di evoluzione dei prodotti e servizi, sopratutto in ambito digitale, sia estremamente elevata e che sia difficile comprenderne a pieno le sfumature. Questo non toglie che ci dovresti provare. Purtroppo quello che si osserva è che troppo spesso gli uffici acquisti tendono ad utilizzare un proxy per dare un valore ai tuoi servizi. Vi faccio un esempio. Io mi definisco una Strategic Design Firm che usa strumenti di design per risolvere problemi di business. Tu non capisci fino in fondo che cosa significa perché non hai mai maneggiato la materia. Siccome non sai come fare a valutare il costo dei miei servizi mi accomuni a qualcosa che ha dentro un po’ di digitale: la web agency. Non ci siamo. Io faccio un’altra cosa e questa cosa ha un valore enormemente superiore, con tutto il dovuto rispetto, a quello che una web agency è in grado di erogare. Si finisce che dobbiamo litigare.

Il secondo elemento è che troppo spesso l’ufficio acquisti è totalmente disgiunto dalle attività di business della azienda. Troppo spesso mi trovo a presentare una proposta agli stakeholder. Questi si dicono soddisfatti dell’approccio progettuale e di un valore espresso per quell’approccio. Si arriva quindi alla frase che mi manda fuori di testa: “Per noi la proposta va bene, adesso ve la dovete vedere con l’ufficio acquisti”. Ma porca miseria, non interessa anche a te portarti a casa il progetto. Hai capito che ti posso aiutare e mi domando per quale motivo mi mandi da solo a negoziare qualcosa che sì interessa a me, ma che in fondo interessa anche a te.

Il terzo elemento è la negoziazione. Oramai è consuetudine il fatto che all’ufficio acquisti si debba riconoscere uno sconto. Dai, dite la verità. Lo facciamo tutti. Sappiamo questa cosa e quindi aggiungiamo una percentuale al valore della proposta che poi magnanimamente sconteremo all’ufficio acquisti in fase di negoziazione. Questa è un’altra cosa che fatico davvero a tollerare. Ma non facciamo prima a dirci che io ti faccio una proposta eticamente corretta e con il costo giusto, tu me riconosci quel costo e fine dei giochi. E’ chiaro che tutto questo è largamente legato al tema degli MBO. Misurare un saving annuale è facile. Lavorare su altri parametri è più complesso e richiede sforzo.

Un altro tema interessante è la minaccia. Un cliente mi disse: “Ma lo sa quanto lunga è la fila delle agenzie che voglio lavorare con noi?”. Io risposi: “Punto primo. Noi non siamo un agenzia. Punto secondo. Io credo che la fila delle agenzie che vogliono lavorare con voi sia tanto lunga quanto la lista dei clienti che vogliono lavorare con me. Cosa facciamo? Ricominciamo o la chiudiamo qui?”. Ricominciammo a parlare in maniera più efficace.

Più o meno dello stesso tenore sono le affermazioni del tipo: “Dobbiamo fare questo progetto ma abbiamo allocato solo X Euro”. Mi dispiace molto ma credo che sia un problema solo tuo. Non credo che nel mio statuto societario sia presente la parola ONLUS. Simile a questa l’affermazione: “Dovete fare un investimento.”. Mi guardo intorno e penso che l’investimento lo devi fare tu, non io.

Infine ci sono gli uffici acquisti fantasiosi. Un esempio per tutti. Anni fa lavorammo per un anno intero per una grande azienda. Ai primi di Gennaio riceviamo una lettera che nella sostanza recitava: “Caro fornitore, sono tempi duri, ti chiediamo di retrocederci il 10% del fatturato verso di noi entro il 31 Gennaio”. La lettera terminava con la velata minaccia di chiudere ogni rapporto nel caso in cui non si fosse ottemperato a questa richiesta. Ovviamente non ho nemmeno risposto. Provate voi ad andare dal fruttivendolo e dirgli: “Quest’anno ho spesso mille euro con te. Se non mi ridai cento euro non vengo più a fare la spesa con te!”. Spero che siate dei bravi centometristi.

Potrei continuare per ore con una galleria degli orrori degna del miglior museo delle torture. Credo che tutti avrebbero degli aneddoti succosi da raccontare a riguardo. Potremmo anche mettere su un bel sito web che li raccolga.

In realtà nel corso della mia carriera ho trovato anche grandissimi professionisti e professioniste che sapevano fare il loro lavoro con grande professionalità e competenza. Persone che davvero avevano a cuore sia il bene della azienda per la quale lavoravano che il bene del loro fornitore.

Forse sarebbe il caso di rimettere del contenuto di valore nella parola “partner” e metterci un pò di cuore. Ché non guasta mai.

Idioti, ed ignoranti

E’ notizia di qualche giorno fa. Un manipolo di idioti razzisti fa irruzione nottetempo in un bar di Rezzato e lascia scritte e segni manifestamente razzisti.

Mi fermo con gli epiteti che mi piacerebbe rivolgere agli esecutori di questo gesto, sebbene ne avrei una sequenza molto lunga ed originale da scrivere. Credo che il fatto, purtroppo, si commenti da solo.

Quello su cui mi piacerebbe soffermarmi è la natura dei simboli che sono stati utilizzati.

Carissimi i miei idioti razzisti, anche, e sopratutto, per esprimere il proprio odio è necessaria una solida base culturale.

Ecco. Andate a vedere le immagini relative al fatto in questione. Subito dopo averlo fatto fate una veloce ricerca di episodi simili in Italia, e nel mondo. Noterete una cosa decisamente interessante: in moltissimi casi la rappresentazione della svastica è sbagliata. In alcuni casi è disegnata al contrario, in altre i bracci sono per metà nel verso sbagliato e via dicendo.

Volete fare i razzisti? E studiate almeno un pochino quella pseudo-cultura alla quale sembra vogliate rifarvi.

Un simbolo ha un potere solo se lo rappresenti nella maniera corretta.

In questo caso serve solo a rappresentare il fatto che sei un idiota, un razzista, uno che ha studiato poco e male e, in definitiva, un emerito coglione.

Un abbraccio alla ragazza che è stata oggetto di questa ingiuria ingiustificabile. La parte pensante di questo paese sta dalla sua parte, ed io con lei.

Fare il pane

Il pane è sempre stato un elemento fondamentale e fondante per ogni cultura. Ha un significato ancestrale ed è il simbolo principe della alimentazione.

Culturalmente gioca un ruolo chiave e non a caso si dice “portare a casa la pagnotta” significando che si posseggono i mezzi per sopravvivere. Il pane diventa quindi elemento di vita

Per questo il tema mi è sempre interessato. C’è una enorme varietà nella cultura della panificazione e spesso ha elementi distintivi rispetto alla cultura in cui la panificazione avviene.

Fare il pane è una sorta di rito.

Ci sono tanti modi per avvicinarsi a questo mondo. Ce ne sono di semplici e veloci. Altri richiedono tempo e applicazione.

Io parto sempre dalla preparazione del lievito madre. Lo faccio, lo coltivo, lo rinfresco e mi capita di lasciarlo morire per incuria. Per mesi non me ne occupo più per poi ricominciare a farlo vivere per panificare ancora.

Sebbene il lievito madre venga generalmente considerato una cosa complessa nella realtà delle cose il concetto è molto semplice.

Prendi 50 grammi di farina con una discreta forza, 50 grammi di farina integrale, 100 millilitri di acqua tiepida ed un cucchiaino di miele. Mischi tutto e metti a riposare per un paio di giorni in un contenitore coperto con un piattino. Passato questo tempo prendi 50 grammi del composto, 100 grammi di farina e 100 millilitri di acqua e mischi per bene. Lasci riposare per 24 ore e da quel punto in avanti il tuo lievito madre comincia la sua vita.

All’inizio l’odore è acido. I batteri si stanno moltiplicando all’interno del composto e con il tempo si crea un equilibrio delicato che trasforma la composizione. L’odore si trasforma in un profumo che si avvicina a quello dello yogurt.

Quando la mattina ti alzi e mentre bevi il caffè vedi il barattolo sulla credenza puoi vedere che è vivo. Il livello si è alzato durante la notte e la superficie è costellata di minuscole bollicine. Il lievito sta facendo il suo lavoro e, se lo desideri, sei pronto per la panificazione.

A questo punto puoi prendere una delle inifinite ricette per fare il pane e metterti al lavoro.

A me piace fare tutto con le mani. Per fare il pane non mi piace l’uso di macchine impastatrici. Mi piace il contatto con gli ingredienti. L’acqua e la farina che si attacca alle dita. La senzazione del composto sulle mani.

Mentre impasti senti che la consistenza del prodotto cambia con il tempo. La materia diventa lentamente più plastica. Tecnicamente all’interno del composto si sta creando la gabbia glutinica che è uno dei grandi segreti, ammesso che ne esistano, della panificazione.

Con il tempo impari a capire quando il composto è pronto per la fase successiva.

Una delle mie ricette per il pane preferita richiedere circa otto ore di cura in cui si alternano diverse fasi. E’ una infinità di tempo. In fondo non basterebbe salire in macchina ed andare in panetteria a comprarlo? Quindici minuti ed il gioco è fatto.

E’ vero. Sarebbe molto più facile.

Nonostante questo continuo a farlo perché è una soddisfazione incredibile.

Arrivi alla fase finale. Il momento in cui metti il pane in forno. Il profumo del pane comincia a diffondersi in cucina e provi soddisfazione, grande soddisfazione. Al termine della cottura levi il pane dal forno ed il processo non è ancora completo. Non puoi tagliare il pane subito dopo averlo tirato fuori dal forno. Il raffreddamento completa parte della trasformazione chimica del composto e devi aspettare prima che tutto si stabilizzi nella sua forma finale.

Nel frattempo lo guardi e lo annusi.

Finalmente arriva il momento in cui puoi tagliarlo ed assaggiarlo.

E lo hai fatto tu.