Niente più telefoni da LG

grey LG Android smartphone with black smartphone case on grey textile
Photo by Ilan Dov on Unsplash

E’ notizia recente che il consiglio di amministrazione di LG ha deciso di interrompere la produzione di telefoni cellulari a causa delle ingenti perdite che la divisione ha accumulato nel corso degli ultimi anni.

Come ho scritto recentemente, niente è per sempre. Qui la lacrimuccia è d’obbligo.

Insieme a Motorola e NEC, LG è stata una delle prime aziende a produrre terminali 3G nel lontano 2002 ed io ci ho lavorato molto. Sono stato tante volte in Corea per lavorare insieme a loro e, a dire il vero, mi sono anche rotto una caviglia davanti alla loro sede a Seoul.

Con LG lanciammo il primo telefono dedicato alla musica. LG 8550 con a bordo una applicazione sviluppata in collaborazione con BeeWeeb che fu il primo store musicale integrato sul telefono prima che Apple rilasciasse iTunes. Con quella applicazione vincemmo il 3GSM Award come best mobile music application nel 2006. Filippo riuscì anche a tirarci fuori una patent.

Con LG si lanciò il primo terminale DVB-H portando la TV su un telefono cellulare.

Peccato sia finita in questo modo. Ne sono molto dispiaciuto.


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La raccomandata

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Photo by Scott Graham on Unsplash

Nelle scorse settimane ho scritto della avventura con Mercedes Benz Financial Services che mi ha richiesto la copia originale del contratto con firma autografa per rendere attivo il contratto stesso. Purtroppo non hanno accettato il documento scansionato ed inviato in formato PDF.

Nel corso dei giorni mi hanno scritto almeno sei o sette volte sollecitandomi l’invio di questo documento.

Hanno cominciato in maniera molto gentile e lungo la strada sono diventati sempre più passivi/aggressivi arrivando a minacciare la cancellazione del contratto se non avessi inviato il documento richiesto.

Ora, se da un lato è vero che la mia pigrizia verso questo genere di cose è incredibile, è altrettanto vero che forse, nel 2021, si dovrebbe pensare a qualcosa di un pochino più evoluto nei confronti dei proprio clienti. Oltretutto sei Mercedes Benz, non l’ultima casa automobilistica del mondo. Senza contare lo sforzo che tu, casa automobilistica, devi fare per sostenere questo processo.

Ad ogni modo mi sono deciso a visitare l’ufficio postale di Laglio per inviare questa raccomandata con il plico di documenti. Tredici pagine di contratto che, nonostante la mia pigrizia, ho letto. Confesso che sono stato tentato di fare qualche modifica qua e la giusto per verificare se chi lo avesse ricevuto lo avrebbe controllato o si sarebbe limitato ad archiviarlo da qualche parte dove prenderà polvere per i prossimi due anni.

La raccomandata dovrebbe essere arrivata a destinazione e, ovviamente, dopo lo stress per la spedizione non si sono manifestati per dirmi che il documento è stato ricevuto.

Ed ora scatta la mia vendetta.

Domani gli scrivo dicendo che voglio ricevere il contratto con la firma autografa del loro rappresentante legale. Per quale ragione tu puoi mandarmi un documento in formato PDF, tra l’altro nemmeno una scansione ma un file con un firma apposta digitalmente, ed io no?

Se vogliamo giocare con la carta, giochiamo con la carta.


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Rivoluzione

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Photo by elCarito on Unsplash

In queste ore sto riflettendo sulla popolarità che ha ottenuto il mio post che annunciava un cambiamento radicale nella vita. Abbandonare un buon lavoro, lasciare il paese per dedicarsi ad un attività da “ritorno alle origini”.

Il posto ha avuto quasi ottomila visualizzazioni su LinkedIn e quasi duemila sul mio blog. Molto al di sopra della media dei miei lettori abituali che, di solito, si contano sulle dita della mano.

La ragione è semplice. Tutti siamo attirati da una rottura drastica e, almeno nella percezione, coraggiosa. Abbandonare tutte le certezze e la routine per imbarcarsi in una nuova avventura dalle tinte un po’ romantiche.

Quante volete avete sentito qualcuno dire. “Mollo tutto ed apro un agriturismo in Toscana” o, in alternativa, un chiringuito su una spiaggia messicana. E’ un classico, un grande classico.

Affermazioni di questo genere sono comuni perché da un lato tutti prima o poi proviamo la pulsione di fuggire dal castello di impegni ed obblighi che abitiamo, ci siamo costruiti e ci imprigiona. Dall’altro la spariamo grossa perché diviene semplice dire che è troppo complicato e non ce la possiamo fare.

Pochi sanno fare una rivoluzione, specialmente nella propria vita. Spesso quando mi capita di parlare in pubblico faccio una battuta. “Di Che Guevara ne è esistito uno, tutti gli altri hanno solo comprato la t-shirt”. Questa è la realtà delle cose.

Di fatto associamo al termine rivoluzione un evento straordinario ed eccezionale. Un punto di rottura.

Molti non se ne sono accorti ma io, personalmente, ho vissuto una rivoluzione negli ultimi tre anni. Un cambio di vita e di approccio alla vita che è stato per me fondamentale. Certo è che non ha fatto alcun rumore, tanto che è passato quasi sotto silenzio. Se è vero che è stato generato da un evento traumatico è altrettanto vero che è proseguito con lentezza e consapevolezza negli ultimi tre anni. Spesso dico che in questo momento che sono la migliore versione di me degli ultimi 50 anni e ne sono assolutamente convinto.

Quindi una rivoluzione è possibile in qualsiasi momento ma è una spinta che deve nascere dentro di noi e che deve essere accompagnata per mano giorno per giorno.

Non sono necessarie scelte e cambiamenti radicali. E’ sufficiente cercare di scomporre la propria vita in atomi e affrontarli uno ad uno. Togliere di mezzo quelli che sono inutili e di cui possiamo fare a meno. Cambiare secondo il nostro desiderio questi aspetti e poi rimettere tutto insieme in un nuovo approccio.

Io ho cominciato dalle piccole cose. Rimettermi in forma, cominciare a correre, dire più spesso di no, proteggere il mio tempo e via dicendo.

La somma di questi atomi cambiati sarà un vera rivoluzione durante il percorso.

Almeno per me ha funzionato.


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Se me lo chiedete così, rimango!

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Photo by Marija Zaric on Unsplash

Qualcuno ci è arrivato da solo, ad altri lo ho rivelato nel momento in cui mi hanno chiamato o scritto, altri ci sono cascati pienamente.

Ieri era il 1 Aprile e quindi mi sono divertito con un innocente pesce d’Aprile annunciando un cambio radicale nella mia e l’abbandono della tanto amata Sketchin.

Confermo che non è mia intenzione lasciare Sketchin. Si tratta di un posto così straordinario nella sua complessità che non mi dispiacerebbe affatto concludere la mia carriera lì dentro. Ovviamente non dipende solo da me, ma questa è l’intenzion

Mai prendersi troppo sul serio!

Diciamo che si è trattato anche di un esperimento sociale e di verifica di alcuni aspetti della comunicazione sociale e delle dinamiche aziendali che mi stavano a cuore e sulle quali volevo avere delle conferme dirette.

Il primo punto è la struttura del post ho scritto. Coloro che mi conoscono sanno che si tratta di una cosa verosimile ed il post stesso è verosimile. Scritto in un Italiano discreto e con un sufficiente livello di dettaglio da essere credibile. Un po’ di ricerca su quale potesse essere il luogo di destinazione, lo stato della economia agricola in quel paese e l’aggiunta di elementi pratici come la presenza di Sigge o l’intenzione di affiancare alla attività agricola un bed and breakfast hanno fatto il loro lavoro.

Quindi un qualsiasi scritto che sia verosimile e che contenga alcuni dati che sostengano la narrazione viene considerato attendibile dai più. Non è banale.

Eppure all’interno del post c’erano delle citazioni che avrebbero dovuto indirizzare il lettore verso la teoria del pesce d’Aprile. La dimensione della fattoria, 4.2 ettari, l’8 Settembre ed altre cosucce che comunque non sono bastate a suggerire il fatto che si trattasse di uno scherzo.

Vero è che questi elementi erano controbilanciati da elementi fattuali sostanziosi, come ad esempio i ringraziamenti, che erano del tutto veritieri.

Molto di quello che è stato scritto è vero, altro è inventato, altro ancora è un puro desiderio. A voi decidere come classificare il contenuto in queste tre categorie.

Nello scritto gli elementi reali erano per lo più all’inizio del post a conferma del fatto che non leggiamo proprio tutto con attenzione. E’ bastata la serietà della introduzione per convincere i più che tutto il resto fosse vero o, almeno, verosimile. Si tratta di una cosa interessante per la diffusione di notizie più o meno importanti.

Fatto sta che il post ha avuto una diffusione fuori dal normale rispetto alle classiche statistiche del mio blog e dei miei post su LinkedIn. Diciamo 20 volte superiore rispetto alla media giornaliera tradizionale. Anche questo è un elemento interessante. Sopratutto su LinkedIn la diffusione del post è andata molto oltre il normale superando di quasi cinquanta volte la media usuale. Significativo. E’ chiaro che il contenuto del post ha fatto vibrare alcune corde in molte persone. Tutti noi in fondo coltiviamo il sogno di mollare tutto e cambiare vita. Quindi un posto che risuona ha molte più possibilità di diffondersi sebbene non contenga molte verità. Sembra una considerazione banale ma non lo è affatto.

Altro elemento interessante sta nel fatto che è ben evidente che qualcuno controlla quello che scrivo o, quantomeno, ne viene informato. Di fatto si è scatenata una serie di contatti sotto traccia rispetto a me che investigavano sulla veridicità del fatto. Non che mi interessi particolarmente perché, in ogni modo, quello che ho da scrivere e da dire, lo scrivo e lo dico. Non mi sono mai fatto tanti scrupoli a riguardo e mai me ne farò.

Infine, nonostante la chiara indicazione della mia volontà di volere uscire da un certo tipo di dinamiche lavorative e professionali è interessante il fatto che tre head hunter si sono fatti avanti proponendomi di fare due chiacchiere.

Devo quindi dire che sono soddisfatto del mio esperimento.

Ribadisco il fatto che il post contiene molte verità e che i ringraziamenti erano veramente genuini. Ogni tanto si dovrebbe fermarsi e prendersi il tempo di ringraziare le persone che lavorano con te.

Concludo scusandomi con coloro che hanno perso del tempo a causa del mio scherzo. Non era mia intenzione, forse. Questo ultimo punto mi crea davvero qualche rimorso. Moltissime persone mi hanno scritto o telefonato sinceramente interessate alla mia decisione e, davvero, mi sono sentito molto in colpa per essermi approfittato di loro sebbene per sole ventiquattro ore. Mi auguro che vogliano decidere di perdonarmi.

E quindi, ancora una volta: mai prendersi troppo sul serio!


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Niente è per sempre. Ciao Sketchin!

Niente è per sempre, non è vero? Nemmeno i diamanti De Beers!

Lavoro in Sketchin da oramai più di otto anni. Molto più tempo di quanto io abbia mai trascorso in qualsiasi altra azienda nel corso della mia professionale.

E’ un viaggio emozionante che continua a darmi delle grandi soddisfazioni nonostante la complessità che negli anni è cresciuta esponenzialmente.La mia natura è fatta di irrequietudine e curiosità e per questa, sotto certi aspetti semplice, ragione ho deciso di iniziare una nuova avventura.

Ieri è stato il mio ultimo giorno in Sketchin e lo dico con una lacrimuccia che scende sul mio, oramai anziano, volto. Con gli anni sono diventato più sentimentale e non riesco ad affrontare questi eventi con il dovuto distacco.

Sì, è stato veramente un viaggio avventuroso. Ci sono stati molti compagni di viaggio che ho il dovere di ringraziare.

  • Luca, che mi ha sempre sostenuto in questi anni nonostante il mio difficile carattere e le mie intemperanze verso l’autorità costituita, specialmente negli ultimi tre anni e mezzo.
  • Marco, che è una persona brillante e da cui ho imparato una prospettiva diversa che mi ha tanto aiutato ad essere più accondiscendente ed indulgente, in primo luogo verso me stesso.
  • Sergio, che mi ha aiutato a mettere insieme un motore che è degno di una macchina di formula 1. Mi piacerebbe potere dire di una Ferrari ma, purtroppo, quei tempi sono andati.
  • Claudia, che mi ha supportato per anni nonostante il mio scarso entusiasmo per i numeri ma che, purtroppo, continua ad usare solo ed esclusivamente Excel.
  • Andrea, un sabaudo fatto e finito, che è la voce della mia coscienza. Purtroppo troppe volte inascoltata.
  • Gianni, che è uno dei miei migliori acquisti di sempre e spalla su cui piangere e con cui confrontarsi su qualsiasi tema si possa immaginare.

In realtà con quasi ogni persona in Sketchin ho un debito di riconoscenza e sappiate che sono pronto a saldarlo in qualsiasi momento.

Sì, va bene tutto questo pippone ma ora che fai?

La realtà è che ho bisogno di un cambiamento radicale e niente di quello che mi è vicino è sufficientemente eccitante ed adatto per una nuova fase della mia vita. Per questo mi sono spinto verso terreni, nel vero senso della parola, del tutto inesplorati.

No, niente startup che non ne ho proprio voglia e poi siete già in tanti ed io odio la competizione. Voglio competere solo con me stesso da ora in avanti e, vi assicuro, è già molto difficile.

Niente vita di rendita o velleità letterarie ché ho veramente pochi soldi e niente da raccontare.

Allo stesso modo niente nuova azienda e, ancora meno, nessuno nuovo studio di design. Ho avuto il privilegio di potere lavorare in due dei più grandi studi di design al mondo e difficilmente potrebbe esserci qualcosa di meglio. Forse l’unica cosa che avrebbe potuto eccitare i miei sensi sarebbe stato qualcosa che mi avesse permesso di tornare alle origini potendo scrivere codice. Purtroppo sono troppo vecchio e sono nel paese sbagliato.

Ecco il momento in cui il vecchio adagio “braccia rubate all’agricoltura” diviene una realtà.

Con i quattrini duramente guadagnati con il sudore della fronte ho rilevato una piccola azienda agricola in Svezia e mi metterò a fare il contadino.

Sì perché oltre che cambiare attività è proprio il caso di cambiare anche paese. Questo oramai mi sta un pochino stretto. Gli voglio ancora bene ma lui non me ne vuole più. Non vi preoccupate, come si dice, è colpa mia, non è colpa tua.

L’opportunità arriva da un amico che invece fa la scelta opposta. Dopo un periodo tra i campi torna a fare un lavoro in azienda. Insomma. Chi va e chi viene.

Che poi, voi non lo sapete, ma in Svezia ci sono quasi 80.000 fattorie e, che ci crediate o no, è un settore in crescita, sopratutto nel settore bio.

Frutta e bacche. Questo è quello che si produce nei 4,2 ettari del mio nuovo possedimento nel mezzo al nulla. Piccola azienda agricola per piccole velleità di coltivatore. Non diventerò ricco ma i numeri che ci sono sembrano garantire una vita relativamente tranquilla. Ecco, nonostante tutto, ci sono sempre i numeri da dovere considerare ma da questo, purtroppo, sappiamo tutti che nella società moderna non si scappa.

Ecco un altro dato rilevante. Sono nel mezzo del nulla. Soddisferò in maniera puntuale la mia indole solipsista in completa solitudine.

In realtà non proprio solo perché c’è Sigge che è un cristone alto più di un metro e novanta e dai tratti tipicamente nordici. Sigge è quanto di più simile ad un fattore e mi aiuterà a fare in modo di non mandare tutto in rovina. Non mi ha raccontato molto di lui ma mi ha detto che da giovane è stato nella legione straniera, il che è tanta roba. Condividerò lo stesso tetto con qualcuno che, molto probabilmente, è in grado di uccidermi a mani nude ma che, per il momento, dice che si accontenta di vitto, alloggio ed un modesto stipendio.La casa nella prateria, no, non è vero, la casa è nella fattoria ma non ho potuto resistere alla citazione, è abbastanza grande e mi permetterà di gestire tre camere indipendenti.

Quindi la fattoria sarà anche un Bed and Breakfast che gestirò selezionando personalmente gli ospiti. Tu mi scrivi dicendomi chi sei e perché vuoi venire a stare da me ed io decido se farti venire oppure no e ti dirò che cosa potrai fare quando sei qui.

Rifugio temporaneo per chi vuole allontanarsi dai SAL, dal rutilante mondo della consulenza e dalle dinamiche aziendali stressanti. Potrei tirarne fuori un bel concept. Oh, se poi ne sentite la mancanza io vi organizzo un SAL in quattro e quattro otto.

L’8 Settembre è la data ufficiale del trasferimento. Fino ad allora mi riposo gustandomi il lago di Laglio.

Oh, ci si vede là. Fate i bravi e non prendetevi mai troppo sul serio.


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USSTRATCOM

low-angle photography of red space shuttle
Photo by Kurt Cotoaga on Unsplash

USSTRATCOM: United States Strategic Command.

Se andiamo a guarda su Wikipedia di che cosa si tratta scopriamo che:

United States Strategic Command (USSTRATCOM) is one of the eleven unified combatant commands in the United States Department of Defense. Headquartered at Offutt Air Force Base, Nebraska, USSTRATCOM is responsible for strategic deterrence, global strike, and operating the Defense Department’s Global Information Grid. It also provides a host of capabilities to support the other combatant commands, including integrated missile defense; and global command, control, communications, computers, intelligence, surveillance, and reconnaissance (C4ISR). This command exists to give national leadership a unified resource for greater understanding of specific threats around the world and the means to respond to those threats rapidly

https://en.wikipedia.org/wiki/United_States_Strategic_Command

Insomma, si tratta di una struttura di una certa rilevanza nella organizzazione della difesa degli Stati Uniti. Come avete potuto leggere. Tutto sommato sono responsabili di un possibile “global strike” che in altre parole significa che possono lanciare missili a destra e a manca quando fosse necessario.

Qualche giorno fa sul loro account twitter compare un tweet molto particolare:

Tutti si domandano cosa sia quella strana sequenza di caratteri. Un messaggio segreto per qualche unità sul campo? Un codice segreto che ha a che fare con le attività dello USSTRATCOM? Un codice di lancio?

Si fanno le ipotesi più fantasiose e, naturalmente, partono le ipotesi complottiste più assurde come ad esempio quelle di QANON che ipotizzano scenari apocalittici. Non vi linko nulla di questi personaggio perché, onestamente, mi stanno un pochino sulle balle.

Dopo qualche tempo un altro tweet dice di non fare caso al tweet precedente ma non viene data alcuna spiegazione:

Ovviamente questo non fa altro che alimentare le teorie del complotto.

Alla fine si scopre che la risposta è banale. Il rasoio di Occam. La persona responsabile dell’account Twitter dello USSTRATCOM, lavorando da casa, si è allontanato dal suo personal computer lasciando aperto un browser sull’account da lui gestito. Uno dei suoi figli piccoli si è avvicinato al computer ed ha iniziato a giocare con la tastiera producendo il risultato di cui sopra. Praticamente una cosa che è accaduta a chiunque abbia dei figli piccoli in giro per casa in questo periodo di pandemia.

Sinceramente una cosa del genere accadde anche a me in passato. Lorenzo era piccolo ed aveva imparato a scrivere. Qualche volta gli lasciavo usare il mio telefono per mandare dei messaggi alla mamma. In quel periodo aveva tra le mani il mio ipad, ha laciato l’applicazione Messaggi e pensando che tutti i messaggi fossero indirizzati alla mamma ha cominciato a scrivere. Mandò un messaggio alla direttrice acquisiti di una grandissima azienda Italiana dicendole “Mi manchi molto”. Ricevetti una risposta che recitava: “Dottor Galetto, questo messaggio mi sembra molto inappropriato”. Tentai di rispondere ma la toppa fu peggio del buco. Io rido ancora oggi ripensandoci.

Fatto sta che negli Stati Uniti avere accesso alle informazioni è talvolta molto facile grazie al Freedom of Information Act. Qualcuno si è disturbato a chiedere informazioni sull’accaduto ed ha avuto risposta:

“Absolutely nothing nefarious occurred,” reads the response, “i.e., no hacking of our Twitter account. The post was discovered and notice to delete it occurred telephonically.”

https://www.scribd.com/document/500831873/FOIA-U-S-Strategic-Command-response-to-l-gmlxzssaw-tweet

Come cantava Sting: “The Russians love their children too”.

Certo che è buffo riconoscere come qualche carattere possa generare tanto rumore.


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Alexa…

Non so per quale motivo e non so se sono l’unico ad avere notato questo comportamento ma da qualche giorno i miei speaker Sonos si svegliano molto più spesso che non in passato.

Ogni tanto rispondo con qualche cosa di totalmente casuale, in altri momenti semplicemente segnalano di non avere ricevuto alcun valido comando.

Questo mi fa riflettere sul numero di oggetti che ho in casa e che, più o meno lecitamente, stanno ascoltando quello che accade. Gli speaker Sonos, il mio telefono, la TV, l’Apple TV, il mio iPad ed il mio computer.

Non ricordo di avere mai avuto così tanti soggetti interessati alle mie conversazione. Peccato deluderli con particolari così poco eccitanti.

Ad ogni modo su questa cosa indagherò un pochino più approfonditamente perché non mi torna.


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Interessanti conversazioni

Negli scorsi giorni c’è stato un interessante scambio di tweet tra la senatrice statunitense Elizabeth Warren ed Amazon.

Lei comincia scrivendo questo:

Giant corporations like Amazon report huge profits to their shareholders – but they exploit loopholes and tax havens to pay close to nothing in taxes. That’s just not right – and it’s why I’ll be introducing a bill to make the most profitable companies pay a fair share.

https://twitter.com/SenWarren/status/1375189145476288513

Ed Amazon risponde così:

You make the tax laws @SenWarren; we just follow them. If you don’t like the laws you’ve created, by all means, change them. Here are the facts: Amazon has paid billions of dollars in corporate taxes over the past few years alone. In 2020, we had another $1.7B in federal tax expense and that’s on top of the $18 billion we generated in sales taxes for states and localities in the U.S. Congress designed tax laws to encourage investment in the economy. So what have we done about that? $350B in investments since 2010 & 400K new US jobs last year alone. And while you’re working on changing the tax code, can we please raise the federal minimum wage to $15?

https://twitter.com/SenWarren/status/1375189145476288513

Il che già rende la cosa interessante.

La senatrice però pare esagerare e risponde nuovamente:

I didn’t write the loopholes you exploit, @amazon – your armies of lawyers and lobbyists did. But you bet I’ll fight to make you pay your fair share. And fight your union-busting. And fight to break up Big Tech so you’re not powerful enough to heckle senators with snotty tweets.

https://twitter.com/SenWarren/status/1375283617341968385

Naturalmente questa risposta genera un putiferio ancora più grande perché gli americano tengono parecchio al Primo Emendamento e, sopratutto, un rappresentante del Senato non può minacciare un qualsiasi soggetto.

Interessante, sopratutto nella dinamica della conversazione e nel fatto che Amazon abbia deciso di rispondere.


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Manuale d’uso

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Photo by Markus Spiske on Unsplash

Recentemente mi sono imbattuto in un articolo interessante: Your leadership style needs a user manual — here’s how you do it

L’idea è quello che chiunque abbia un ruolo di responsabilità crei un manuale d’uso che spieghi quale sono i principi a cui si ispira la persona e quali sono le migliori modalità per interagire con lui.

Si tratta di una cosa che tutti fanno quando interagiscono con qualcuno. Ci si crea una sorta di manuale d’uso in maniera spontanea. Sappiamo cosa dire, cosa non dire. Come comportarci e come farci ascoltare. Certo è una cosa che si crea con il tempo e con un classico processo trial and error.

A me sembra una ottima idea.


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Google sa!

Ieri mi sono imbattuto in un interessante articolo in cui si parlava di uno strumento creato da Jon Packles, un designer e “creative technologist” che vive a New York.

Ora, divago un secondo, e dico che fare il Creative Technologist deve essere parecchio divertente.

Ma torniamo a noi.

Jon ha creato uno strumento che analizza le ricerche cha abbiamo fatto su Google e ci permette di esplorarle attraverso una interfaccia web based. A me pare una cosa bellissima, sopratutto perché rende evidente il nostro comportamento e la quantità di informazioni su di noi che rilasciamo quotidianamente.

Anche solo visitare la pagina di Goggle Takeout, la pagina che ci permette di esportare tutte le informazioni che Google possiede su di noi fa tremare le ginocchia.

Lo strumento creato da Jon lo potete trovare qui: https://search-record.net/https://search-record.net/

Secondo me quello che lui scrive è estremamente rilevante:

In this extremely online world, the moments of our lives are documented by default – when we check bus times or text a loved one or turn to the search bar to voice a concern we’re too embarassed to bring up with friends. The data we generate through everyday digital activity contains the most intimate details of our lives.

Yet, while these documents are about us, they are not for us. They take a form meant to be processed by machines, not read by people. Your tiny human brain may not be as efficient as these machines, but it can do other things.


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Bellezza

CAPTCHA
Photo by Markus Spiske on Unsplash

Ho sempre provato un piacere enorme nello scrivere codice. Quando ho iniziato il mio primo lavoro mi è sembrato di realizzare il sogno che avevo da bambino.

C’è questo piacere nel vedere funzionare le cose che hai prima immaginato nella tua testa e che poi puoi osservare sotto forma di codice. In un certo qual modo ho vissuto questo aspetto come un rifugio. Nel codice tutto è chiaro e se qualcosa non funziona ne conosci perfettamente la ragione. Hai tutti gli strumenti per capire ed hai tutto sotto controllo. Diverso era il discorso con le persone, ma questa è un’altra storia.

In questi giorni sto sfruttando parte del mio tempo, e parte del mio tempo libero, per scrivere un pochino di codice che serve a Sketchin per automatizzare un pochino di cose. Senza entrare troppo nel merito c’è una applicazione Slack che recupera informazioni da Salesforce, Harvest, Expensifiy, gMail e dall’insieme dei Google Sheets sui quali vivono le nostre stime di progetto.

Tutti i colloqui tra questi sistemi avvengono tramite le rispettive API e a contorno c’è uno scheduler che esegue sequenze di task tramite una macchina a stati finiti, una dashboard che permette di verificare lo stato dei vari sistemi, dello scheduler e dei task programmati ed altre cosette che fanno da collante tra i vari pezzi.

Tutto è scritto in Python con il supporto di qualche script bash. Per comodità di deployment ho deciso di usare docker per ospitare le varie applicazioni che sono isolate in container atomici.

A questo stato del progetto i vari pezzi cominciano ad integrarsi abbastanza bene tra di loro e, per il momento, ne sono abbastanza soddisfatto.

Ora che sono a questo punto accorcio i vari tempi dello scheduler per verificare la presenza di eventuali errori e mi metto ad osservare il log centralizzato che scorre sullo schermo.

Mi rendo conto che osservando quello stream continuo di informazioni mi perdo nei suoi contenuti. Ne sono affascinato. Vedo i vari sistemi che si parlano tra di loro, il database che si popola, il client di Slack che riceve i messaggi che deve ricevere e ne sono incantato.

So da dove proviene ogni singolo messaggio, so per quale motivo lo sto visualizzando, so per quale motivo ho deciso di visualizzarlo e ne conosco il contenuto.

In questo momento potrei abbassare il livello di logging ma non lo faccio perché per me è una bellezza. Potrei stare ore a guardare quelle righe scorrere.

Forse mi accontento di poco ma a me piace da impazzire.

Non credo di essermi mai divertito tanto come quando facevo questo per dodici ore al giorno. In qualche occasione mi manca, molto. Avevo molte meno responsabilità e tutto iniziava e finiva lì. Sì, mi manca. Molto


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Apple ed i suoi segreti

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Photo by Carles Rabada on Unsplash

Sin dai tempi, oramai remoti, del mio lavoro in H3g ricordo benissimo le imposizioni di Apple riguardo il lancio dei loro nuovi prodotti. E questo quando oramai i prodotti erano prossimi al lancio sul mercato e quindi meno sensibili all’aura di mistero che li avvolgeva.

Chi non ha mai frequentato un operatore di telefonia non credo sia a conoscenza della complessità che avvolge il lancio di un nuovo terminale sul mercato. Vero è che oramai non frequento quell’industria da una decina d’anni ma quando lo facevo, e la tecnologia radio 3g e 4g era relativamente nuova, ogni prodotto doveva essere testato sulla infrastruttura dell’operatore prima di finire nelle mani del consumatore.

H3G aveva un team che si occupava di tecnologia che era una vera bomba. Persone preparatissime e tecnicamente di una solidità assoluta. Noi li chiamavamo “gli scienziati” mentre credo che loro ci prendessero in giro dicendo che noi eravamo quelli che facevano dei bei disegnini.

Per questa ragione, ed essendomi occupato del lancio del primo iPhone per H3G, conoscevo molto bene i protocolli richiesti da Apple per il test nuovi prodotti. In quel periodo ho firmato così tanti NDA, ad personam per la cronaca, che non potevo nemmeno parlare con me stesso mentre mi facevo la barba al mattino.

Camere con accesso controllato, registrazione continua di quello che avveniva nella stanza, finestre oscurate, orologio sempre visibile, nessun ingresso di fotocamere o telefoni con fotocamere tanto per parlare di alcune misure. Ricordo che era un documento molto corposo.

Ora pare che Apple stia cercando di rendere la catena di produzione dei nuovi prodotti più sicura introducendo strumenti di controllo molto più severi di quanto non fossero già. Ricordando quello che accadeva allora non posso che immaginare che questo nuovo set di restrizioni sia qualcosa di veramente molto complesso e stringente. A pancia credo di potere dire che ai produttori delle varie parti e componenti non passerà una virgola. Forse solo ai più alti livelli della sicurezza nazionale si raggiunge quel livello di paranoia.

Apple ha sempre cercato di creare, e mantenere, questo alone di mistero rispetto ai nuovi prodotti. Diciamo che essendo una azienda che si avvicina molto ad una chiesa questo comportamento è perfettamente ragionevole. Fa parte del loro gioco.

Mi fa sorridere il fatto che questa notizia arriva da un documento che è uscito da Apple in maniera non ufficiale.

C’è del buffo in questa cosa.


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Microsoft, che strazio…

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Photo by Dimitri Karastelev on Unsplash

Che io non abbia particolare simpatia per Microsoft Teams per Mac è risaputo. Ogni volta che lo uso il mio Mac assume la forma di una stufa elettrica. Questo è ancora sostenibile ora che è primavera ed un bel calduccio sulle gambe è anche piacevole ma con l’estate alle porte sta per diventare uno strazio.

Ma veniamo al tema di questo post.

Oramai da molti mesi Microsoft Teams ha deciso di non rendere più visibili le webcam virtuali. Quando è accaduto la prima volta ho pensato ad una cosa temporanea. Dopo più di sei mesi direi che non è più il caso di considerarla temporanea.

A me capita spesso di usare OBS e ManyCam in congiunzione con i vari strumenti di videoconferenza. Questo mi permette di gestire in maniera molto veloce presentazioni, documenti e video in diretta. Questo, ovviamente, oltre al mio metodo per nascondermi in quelle conference call che sono la morte civile.

Bene, ora non posso più farlo e devo necessariamente sottostare alla usabilità che Microsoft ha deciso.

Al di là delle mie idiosincrasie ci sono dei casi d’uso per cui una camera virtuale è l’unica soluzione. Immaginiamo ad esempio chi fa formazione da remoto usando diverse webcam e computer differenti. Senza una camera virtuale è impossibile.

La soluzione potrebbe essere utilizzare una versione meno recente di Microsoft Teams e, di fatto, questa cosa funzione. Funziona almeno sino al momento in cui Microsoft Teams decide di aggiornarsi “sua sponte” senza nemmeno chiedermi se lo voglio fare o meno.

Ecco, a me questa cosa sta veramente sulle palle. Perché devi decidere tu del modo in cui io utilizzo l’applicazione? Quale è il razionale? Quali sono i rischi che posso correre utilizzando una camera virtuale?

In tutta sincerità non riesco a capacitarmi di certe scelte. Io sono sempre convinto che l’interesse dell’utente finale dovrebbe essere al di sopra di qualsiasi cosa.


Shameless self promotion ahead…

Nel caso non ve ne foste accorti qui in giro c’è anche un podcast con il quale potrete intrattenervi.

Quello di seguito è l’ultimo episodio.

Qui, invece tutti gli episodi pubblicati sino ad ora: Parole Sparse – Il Podcast


Come scappare da Zoom

macbook pro displaying group of people
Photo by Chris Montgomery on Unsplash

In passato ho scritto come in qualche occasione riesco a sopravvivere a quelle conference call che ritengo essere inutili ma alle quali devo comunque partecipare.

Qualche giorno fa ho letto di Zoom Escaper che trovo una cosa geniale. In realtà mi ricorda da vicina una applicazione che esisteva per i telefoni Nokia con sistema operativo Symbian di cui ora non ricordo il nome. Questa applicazione permetteva di aggiungere dei suoni di sottofondo ad una conversazione telefonica. Potevi fare finta di essere in aeroporto od in un ufficio molto rumoroso.

Zoom Escaper fa più o meno la stessa cosa e permette di introdurre in una call Zoom dei suoni e dei rumori che autorizzano chi la usa a lasciare la conversazione anzitempo.

Sembra che la applicazione sia stata creata da uno sviluppatore ed artista di nome Sam Lavigne.

In realtà mi piace molto la sua osservazione quando parla di Zoom Escaper:

deliberate slowdown, reducing productivity and output, self-sabotage, etc.

Io credo che con una persona così potrei davvero andare molto d’accordo.


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Quello di seguito è l’ultimo episodio.

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On the internet…

white and orange KTM sports bike selective focus photography
Photo by Andrew Pons on Unsplash

“On the internet, nobody knows you’re a dog” – The New Yorker – July 5th, 1993

Quanti di voi si ricordano di questa storica vignetta apparsa per la prima volta nel 1993 su The New Yorker? Sosteneva una grande verità. Ognuno poteva assumere qualsiasi identità desiderava senza che gli altri potessero accorgersene.

Con tutte le considerazioni riguardo la privacy e la profilazione che viviamo oggi questo è ora piuttosto difficile. I grandi player sanno sempre e comunque che non sei un cane, ma il resto degli utenti no.

Per questa ragione mi ha fatto molto sorridere la notizia di questo utente di twitter:

Si tratta di una ragazza Giapponese, anche piuttosto caruccia, che posta delle immagini di lei in compagnia, spesso, della sua moto. Inutile dire che la signorina ha un discreto seguito, circa 27.000 follower. Del resto la combinazione è fatale: donne, carine, e motociclette.

Peccato si sia scoperto che il vero autore è un uomo cinquantenne che usa una applicazione per modificare il suo aspetto nel momento in cui scatta la fotografia. L’uomo si è tradito con una immagine che ha rivelato la sua identità per via di uno specchio che ha riflesso la sua vera immagine.

Ricordate: “On the internet, nobody knows you’re a dog” – The New Yorker – July 5th, 1993


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