Carriera

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Qualche giorno dopo avere compiuto cinquantacinque anni e, incidentalmente, con l’arrivo della Pasqua che, in un certo qual modo, è un momento di rottura mi ritrovo a fare qualche considerazione sullo stato della mia carriera.

Ripenso a tutto il percorso che ho fatto in questi ultimi 31 anni di lavoro e mi rendo conto di essere stato molto fortunato.

Ero appena tornato dal mio anno di servizio militare quando lessi un annuncio sul Corriere della Sera. Internet non esisteva ancora, almeno non nella forma che conosciamo oggi. Risposi a quell’annuncio inviando il mio allora scarno curriculum. Sono sincero. Non avevo grandi aspettative di successo. Come dicono gli americani era un “long shot”.

Mi ritrovai a fare un colloquio dove parlai della mia esperienza con Unix System V e scoprii solo allora di avere preso la strada giusta. Non c’erano molte persone che avevano le stesse conoscenze allora. Fui assunto.

In quel momento, il 1 Febbraio 1991, cominciò la mia carriera.

Devo dire che sono sempre stato molto fortunato. Sulla mia strada ho sempre incontrato delle persone molto preparate. Persone che non hanno mai esitato a condividere con me le loro conoscenze e la loro esperienza. Forse allora c’era molta meno politica nel mondo tecnico e per questa ragione posso dire che i miei primi anni di lavoro sono stati anni di pura formazione.

In quegli anni mi sono veramente divertito molto ed ho imparato tantissimo. Sono tuttora convinto che la conoscenza di basso livello di Unix mi abbia condotto ad una approccio definitivamente sistematico all’informatica. Ancora oggi penso che quelle conoscenze mi permettano di navigare con una certa sicurezza nel mare magno di tecnologie che abbiamo oggi a disposizione.

Ero comunque molto ambizioso, almeno nei primi anni. Sì, l’aspetto tecnologico mi attirava in maniera esagerata ma quando potevo andavo a ficcare il naso nelle offerte che facevamo ai nostri clienti, nelle strategie di marketing della casa madre, nelle politiche di vendita e di pricing. Ero convinto che una cosa non potesse esistere senza l’altra.

Ho speso quasi dieci anni in quel contesto e poi, cosa che ha caratterizzato tutta la mia carriera, ho preso una direzione diversa.

Sono passato da una grande azienda che produceva hardware ad un’altra che si occupava di lettori di codici a barre e di terminali portatili. Mi affascinava l’idea del piccolo. Un piccolo computer che potevi tenere in mano e che poteva leggere codici a barre. In una seconda fase si cominciò a parlare di comunicazioni Wireless ed anche quella fu una grande occasione.

In quegli anni comprai il mio primo telefono cellulare e mi dissi che quella tecnologia era una figata pazzesca. Non più tardi di qualche mese dopo ricevetti una telefonata da parte di un head hunter che mi raccontava di una nuovo azienda di telecomunicazioni appena nata. Non indugiai un attimo e nel corso di tre colloqui nello stesso pomeriggio accettai l’offerta.

Un altro cambiamento radicale nel lavoro che avrei svolto.

Lì dentro feci delle cose altrettanto fighe. Quello dove lavoravo era uno dei pochi operatori di telefonia mobile che disegnava parte dei propri terminali mobili ed accessori. Fu allora che cominciai ad interessarmi di design e capii quanto questo elemento fosse cruciale per l’utente finale.

E poi un’altra inversione a u. Passai a fare il general manager di una grande azienda di design americana famosa per avere progettato, tra le altre cose, il design language “Snow White” per Apple ed il Sony Trinitron. Anche in quel caso accettai senza indugi. Con il senno di poi posso dire che non fu una grande idea. Sono stati i tre anni più difficili per la mia carriera e, se da un lato ho imparato molto, dall’altro ho sofferto altrettanto.

E poi una chiacchiera con Luca ed il mio passaggio in Sketchin. In un certo qual modo un’altra inversione a u. Uscire da uno studio affermato per entrare in uno studio piccolo ma di grande talento e con tanta voglia di crescere.

Questa sì fu una scelta giusta e, di fatto, ho speso in Sketchin più tempo di quanto non abbia mai speso in nessuna altra azienda. Sono sempre stato molto irrequieto ma qui credo di avere trovato la mia dimensione ideale.

Oggi sono molto meno ambizioso e non mi curo molto della politica che mi circonda.

Se guardo con attenzione la mia carriera è sempre stata come una corsa su un otto volante. Ho preso del tempo una serie di decisione che con il senno di poi potrebbero essere considerate ad alto rischio. E’ vero. Ho sempre scelto con la pancia da un lato e con il desiderio di divertirmi dall’altro.

Alcune scelte le ho pagate, alcune molto care. Eppure non le rinnego. Probabilmente le rifarei senza pensarci un attimo. Sono stato fortunato, molto. Le cicatrici che ho accumulato negli anni mi hanno condotto qui e quando le osservo oggi, sorrido.

Le mie persone

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Data la posizione che ricopro in Sketchin mi capita spesso di incontrare persone che ricoprono posizioni apicali all’interno delle loro organizzazioni. In questi incontri mi lascio sempre andare all’ascolto ed all’analisi del loro approccio nei confronti del lavoro che svolgono.

Una delle cose che mi colpisce maggiormente, in negativo, è l’uso della espressione “Le mie persone”.

Quando la sento proferire la tentazione è sempre quella di rivoltare gli occhi ed esclamare “Vade retro!”.

Ora se da un lato è vero che molte aziende sono organizzate come un esercito è altrettanto vero che lo schiavismo, ed il possesso di schiavi, è stato abolito parecchio tempo addietro.

Quando parlo del mio lavoro con altre persone del mio lavoro il mio approccio è sempre quello dell’understatement. Generalmente dico sempre che “Mi occupo di design per uno studio Svizzero.”. Non sento la necessità di fare show off del mio job title. Se la persona con cui sto parlando ne vuole sapere di più c’è Google pronto a dargli una mano.

Allo stesso modo io parlo sempre “delle persone che lavorano insieme a me.”

In fondo siamo tutti sulla stessa barca.

La metafora più prossima è quella dell’orchestra sinfonica. Tu potrai anche essere il migliore direttore d’orchestra dell’universo creato ma la bacchetta con la quale dirigi non produce alcun suono. Senza i musicisti non saresti in grado di eseguire nessun pezzo. E loro sono i musicisti che suonano con te, non sono “i tuoi musicisti”.

Lettori

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Da quando ho iniziato a scrivere sulle pagine virtuali di Corrente Debole si è manifestata una dinamica interessanti. Nei primi tempi c’è stato un incremento molto forte delle visite al sito e delle letture sulle altre piattaforme.

Essendo passato qualche tempo dall’inizio devo dire che il fenomeno si è decisamente compresso e non ci sono variazioni molto significative nel numero dei lettori.

Se guardassimo a questa cosa dal puro punto di vista di una iniziativa di business andrebbe certamente classificata nella sezione fallimenti. In realtà, come ho scritto spesso, non me può fregar di meno.

Corrente Debole nasce come progetto personale senza nessun tipo di aspirazione. Sono cose che penso che scrivo lì sopra. Punto. Ci scrivo quasi tutto, tranne le cose più scabrose per le quali immagino non sareste pronti voi e nemmeno io.

Quindi Corrente Debole non deve fare soldi, generare lead o scalare classifiche.

E’ l’espressione del mio pensiero e come tale vaga in direzioni spesso molto diverse.

Se fosse un luogo di nicchia e se parlassi sempre dello stesso argomento, ad esempio il design, potrei pensare ad una continua crescita dei lettori. Ammesso che non scriva castronerie, ovviamente.

E’ quindi consolidato un certo numero di lettori che si fanno un giro sul blog e leggono quello che scrivo. Diciamo che è la versione digitale di quando incontri un amico in un caffè e chiedi: “Cosa mi racconti?”

Questa dimensione mi piace e sino ad ora non è mai stato un grande problema trovare qualcosa di cui scrivere in quei cinque minuti che mi prendo per scrivere il posto quotidiano. E’ proprio come quando bevi il caffè con un amico. Mica pensi prima a quello che gli dirai. Ti ci trovi davanti e quando rispondi alla domanda pensi alla cosa più interessante da dire.

Questa è la ragione per cui gli argomenti sono i più vari e diversi. Tecnologia, design, storie, commenti personali, incazzature, piacevolezze, sogni e via discorrendo.

Alla fine continuo a trovare questo esercizio stimolante perché mi permette di fissare dei pensieri che altrimenti scorrerebbero via senza lasciare traccia.

E tutti una traccia la vogliamo lasciare, al di là del fatto che produca quattrini o meno.

Chips hacking

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Mi sono imbattuto in un interessantissimo articolo su Electronic Engineering Journal:

Quello che si sostiene nell’articolo riguarda la possibilità di modificare il design di un chip durante il passaggio tra chi lo progetta e chi lo produce. La modifica può avere effetti diversi. Introdurre funzionalità non previste dal design originale e destinate ad aprire accessi non autorizzati oppure trasmettere delle informazioni e via dicendo.

Considerando il fatto che la maggior parte di produttori di hardware si affida a terze parti per la produzione dei propri chip non mi sembra una considerazione banale.

In tutta sincerità non ci avevo davvero mai pensato ma l’idea è quasi ovvia. Qualsiasi sistema è fatto di due parti: hardware e software. Sappiamo quanto sia critico il lato software ma non si deve sottovalutare il lato hardware. Sono due superfici di attacco a disposizione di un malintenzionato. Certo l’hardware è certamente più complesso da attaccare e richiede risorse ben diverse.

Immaginiamo nel caso uno scenario da fantapolitica. L’azienda A che ha una certa nazionalità decide di demandare la produzione di alcuni chip all’azienda B di un’altra nazionalità. Le due nazioni sono due superpotenze che si guardano sempre con sospetto. Che cosa impedirebbe alla azienda B di cedere alle pressioni del suo governo per introdurre qualcosa di non previsto nei chip della azienda A?

Non mi sembra tutto sommato uno scenario così improbabile.

Data visualisation

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Non sono affatto un grande esperto di data visualization ma rimango sempre colpito dall’efficacia dello strumento nel fornire informazioni di valore al solo sguardo. In particolare mi affascinano quelle rappresentazioni che mostrano l’evoluzione di un set di dati nel tempo.

Vedere muoversi le informazioni sullo schermo gli conferisce una dinamicità ed una comprensione che una forma tabellare non è in grado di restituire.

A questo punto era arrivato il momento di mettere le mani ad un pochino di codice e vedere se fossi stato in grado di tirare fuori qualcosa di utile dalla enorme mole di dati che abbiamo accumulato in Sketchin negli ultimi dieci anni.

La prima cosa che mi ha colpito è la mole delle informazioni, dirette ed indirette, che abbiamo a disposizione. Al di là dei dati puramente economici e finanziare c’è una enormità di informazioni che sono disponibili nei nostri sistemi e di cui raramente abbiamo fatto uso.

I dati che sono presenti nella nostra applicazione di time tracking, i dati che abbiamo su Salesforce, l’enorme mole di dati che abbiamo in Google ed i relativi metadati che sono molto succosi. Google Drive può essere una fonte di informazioni pazzesca se pensiamo ai metadati che sono disponibili ed alle API che permettono di manipolarli. Posso sapere quante persone hanno collaborato ad un documento, quanto tempo ci hanno speso sopra. Posso sapere con che ritmo la cartella di un progetto in essere cresce nel tempo. Sono in grado di valutare il flusso di messaggi di posta elettronica e tante altre cose che si dovrebbe cercare di capitalizzare per farne un uso strategico all’interno dello studio.

Come primo esperimento mi sono concentrato sui dati che provengono dalla nostra applicazione di time tracking, Harvest. All’interno della nostra tassonomia esistono due grandi insiemi di dati. Il tempo che noi consideriamo essere “billable”, ovvero il tempo speso su progetti che sono remunerati, ed il tempo che chiamiamo “unbillable” che contiene tutte quelle attività che non sono riconducili ad un progetto remunerato.

Quando parlo di Sketchin mi capita di riferirmi ad essa come ad un organismo vivente. Da questa considerazione mi è venuta l’idea. Perché non considerare Sketchin come un organismo dotato di un cuore che pulsa e rappresentare la salute dell’organismo con il battito cardiaco. Più regolare e costante è il battito cardiaco, maggiore è il buono stato di salute dell’organismo. Così come nel mondo reale un battito cardiaco accelerato o la presenza di aritmie sono un sintomo di qualcosa che non funziona alla perfezione.

Da questo punto di vista avevo due opzioni a disposizione. Usare come dati in ingresso i dati “billable” o, in alternativa, quelli “unbillable”. Ho deciso di utilizzare i primi perché in fondo il tempo a disposizione è finito e quindi i dati “unbillable” non sono altro che il complemento ai dati “billable”.

A questo punto ho lanciato il mio IDE e mi sono messo a scrivere un pochino di codice per verificare se questa mia idea era fattibile. E’ ovvio che l’idea è fattibile, il tema era se io fossi in grado di realizzarla.

Ho deciso di dividere l’applicazione in due grandi parti.

La prima parte si occupa di prelevare di dati da Harvest e di depositarli, opportunamente maneggiati, in un database SQLite 3. Non ho scelto database più impegnativi di questo perché avevo stimato di non avre bisogno di feature particolari e perché la mole di dati stava sotto qualche centinaia di migliaia di dati. In fondo avevo deciso di concentrarmi solo sui dati del 2022. In questo modo non ho dovuto installare nulla di particolare sul mio personal computer e, tutto sommato, avrei comunque avuto a disposizione un database che è abbastanza robusto per le mie necessità.

La seconda parte di occupa di leggere i dati dal database e di rappresentarli su una pagina di un browser sotto forma di elettrocardiogramma. Per ogni giorno si calcolano le ore “billable” registrate sul sistema, si normalizza il dato rispetto ad un battito cardiaco massimo e minimo e, giorno dopo giorno, si aggiorna la pagina web e la relativa rappresentazione grafica.

Rappresentare un elettrocardiogramma su una pagina web non è proprio una cosa banale ma, fortunatamente, Google aiuta. In pochi minuti ho trovato il lavoro di David Omar Flores Chávez che ha realizzato proprio quello che stavo cercando: Machine that goes Ping!.

Il codice era a disposizione, scaricabile e modificabile.

Ho scritto tutto in Python in una mezza giornata di una domenica uggiosa.

L’applicazione che legge i dati dal database SQLite invia le informazioni elaborate alla pagina web, opportunamente modificata, tramite websockets perché modifichi in tempo reale il battito cardiaco rappresentato nel singolo istante.

Devo dire che osservare il modificarsi del ritmo del battito cardiaco nel tempo è stato molto significativo ed utile. Si sono evidenziati dei picchi che si presentano quando ci avviciniamo alla fine del mese, o del quarto. Ci sono momenti di calma, come ad esempio la partenza di Gennaio che è stata molto soft.

E’ stata una esperienza interessante che oltre ad avermi dato la possibilità di analizzare dei dati in una forma non consueta mi ha permesso di imparare un paio di cose su tecnologie che non avevo mai maneggiato molto.

Alberghi

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In questa settimana mi sono ritrovato in viaggio e sono stato ospite di due diverse strutture.

Una delle due decisamente molto fighetta. Situata sul fiume in un luogo spettacolare e con grandissima cura per i dettagli. Non c’era, in effetti una virgola fuori posto nelle poche ore in cui mi sono trattenuto.

La seconda, assolutamente decorosa ma decisamente meno figa ha qualche aspetto da migliorare.

Ora sono seduto sul letto e ripenso alle cose che degli alberghi mi hanno sempre dato fastidio.

  • Il frigobar che fa lo stesso rumore di un 747 in fase di decollo. Oramai ogni volta che entro in una camera di albergo la prima cosa che faccio è fermarmi dietro la porta ed ascoltare i rumori molesti per poi provvedere ad eliminarli senza pietà. E poi, ovviamente, dimenticarmi di rimettere tutto nelle condizioni in cui lo avevo trovato.
  • Le prese di corrente posizionate senza alcun raziocinio. Ho il sospetto che in questo caso la colpa sia da attribuire agli architetti ma sempre più spesso mi ritrovo con prese del tutto inaccessibili. Sono spesso costretto a staccare lampade, telefoni, sveglie ed affini per riuscire a raggiungere una presa di corrente. Ultimamente mi sono messo a viaggiare con una prolunga e così non se parla più.
  • I mobili, ed in generale, l’arredamento sbeccato. Per qualche giorno quella camera è la mia casa e, di fatto, non è la mia casa. Già per questo mi girano le palle. Se poi devo anche vedermi circondato da mobili poco curati mi girano le scatole ad elica. Ovviamente non faccio alcuna menzione del dubbio gusto di alcuni albergatori. In alcuni casi ti ritrovi a soggiornare nella stanza di Francesco Giuseppe o, in alternativa, nella cella di conservazione di Oblivion. Se non sapete arredare affidatevi a qualcuno che abbia una qualche contezza di cosa sia il gusto e la moderazione.
  • I termostati. I termostati delle camere d’albergo, sia in inverno che in estate, sono progettati da minus habens. La maggior parte di loro è del tutto inoperabile ed una discreta quantità di loro non funziona proprio. Riuscire ad avere un clima temperato in camera è impossibile. Si oscilla sempre tra il circolo polare artico e l’equatore. In alcuni casi ci sono aggeggi elettronici più o meno touch. Novelli Jony Ive che si sono messi a giocare con le interfacce, la maggior parte delle volte incomprensibili.
  • Gli alberghi, sopratutto quello un pochino alla mano, che ti consegnano un mazzo di chiavi che nemmeno San Pietro. Chiave della camera, chiave del portone, chiave del parcheggio, chiave del frigobar il tutto attaccato ad una statua a misura naturale del santo patrono del luogo.
  • Gli asciugacapelli. Adesso siate sinceri. In quante occasioni avete trovato un asciugacapelli degno di questo nome? Io molto, molto raramente. La maggior parte di loro emette un flusso d’aria del tutto paragonabile alla capacità polmonare di un malato d’enfisema. Altri hanno dei cavi talmente ingarbugliati che per asciugarti i capelli devi baciare le piastrelle. Solo in alcune occasioni si trova l’asciugacapelli in uno dei cassetti. In quel caso spesso funziona.
  • I tubetti di shampoo, gel doccia, eccetera eccetera. Mi domando spesso per quale motivo non si sia ancora trovato un metodo più efficiente per fornirmi quanto mi serve per avere una vita sociale. Spesso sono di ridottissima quantità. Ora, io non voglio sprecare ed inquinare ma darmi quanto mi serve per insaponare almeno l’ottanta per cento del mio corpo sarebbe il minimo.
  • Luci intermittenti di varia natura. In questo caso si passa dal led dell’allarme antifumo che lampeggia ogni cinque secondi come se fosse il segnalatore della presenza di un traliccio dell’alta tensione. La luce della televisione in stand by che riluce sempre un pochino sinistra o la luce della sveglia con i due punti che lampeggiano ogni secondo. Intollerabile.
  • Il telefono della Barbie. Non so per quale motivo ci si ostini a dotare le camere di un telefono. Io credo di non avere fatto una telefonata dal telefono dell’albergo negli ultimi venti anni o giù di lì. Concedo il fatto che per i contatti interni con la struttura potrebbe anche avere la sua utilità. Che almeno sia un telefono con una certa dignità.
  • Gli interruttori. Un’altra categoria di oggetti il cui uso è difficile interpretare è quella degli interruttori, sopratutto se sono interruttori di “design”. Ogni volta devo premerli tutti trecento volte prima di riuscire a fare buio nella stanza nel momento in cui decido di volere riposare. E non parliamo di quei posti in cui anche le tende sono automatizzate. Caccia al tesoro.
  • Gli ometti negli armadi. Qui distinguo due categorie per me insopportabili. Quelli antifurto che mi domando ancora chi nel 2020 ruba gli appendini dagli armadi degli hotel e quelli che sono tutti spaiati e ovviamente derivanti da operazioni di recupero.
  • Gli asciugamani e le lenzuola lise. Inutile aggiungere altro. Non entro nemmeno nel tema lenzuola in stile “Sacra Sindone” perché fortunatamente da qualche anno posso permettermi qualcosa di meglio.
  • La doccia che non ha sufficiente portata. Torno in camera dopo una giornata di lavoro e l’unica cosa che desidero ardentemente e infilarmi sotto una doccia bollente e dal gesto possente. Sempre più spesso, purtroppo mi capita di ritrovarmi sotto un getto che assomiglia a quello della fontanella del paese.
  • La doccia che ha troppa portata. Spesso, per incuria, si lascia che il calcare si depositi così tanto da impedire il corretto flusso dell’acqua attraverso tutti gli ugelli disponibili. Il risultato è che ti ritrovi a fare la doccia sotto una idropulitrice ad altissima pressione.
  • La doccia che è impossibile da regolare. Non si riesce a trovare un equilibrio nella temperatura dell’acqua. In questo caso si oscilla dalla temperatura delle acque del Mar Baltico all’acqua di un geiser del parco dello Yellowstone.
  • I muri troppo sottili. In questo caso nel migliore dei casi puoi ascoltare tutte le conversazioni con compagni, mariti, mogli, amanti. In alcuni casi ti ci appassioni pure e vuoi sapere come va a finire. Può capitare di seguire l’audiofilm scelto dal nostro vicino di camera. Lui vede e sente, tu senti soltanto. Ed infine i campioni di acrobazie dell’arte amatoria affiancati da vocalizi degni della migliore pornostar. In questo la fortuna risiede nel fatto che il maschio medio non offre servizi di lunga durata.

Insomma, la sostanza è che nella maggior parte dei casi l’albergo non ti consegna alcuna esperienza. Non c’è proprio nessuna cura nella creazione di una esperienza per gli ospiti e questo è un vero peccato.

Nemmeno Scratch è sicuro

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Ricordo di avere usato Scratch in maniera molto intensa quando partecipavo attivamente al CoderDojo MiSo. Bellissimi momenti trascorsi ad insegnare a programmare a bambini che sino a quel momento avevano sempre vissuto la tecnologia in maniera del tutto passiva.

Sono stati dei pomeriggi bellissimi di cui conservo un bellissimo ricordo sia per l’evento che per la compagnia di persone che si occupavano della organizzazione. Confesso che è una delle poche cose che mi mancano dopo il mio trasferimento sul Lago di Como.

In quei pomeriggi usavo Scratch come strumento per insegnare alcune basi di programmazione ai ragazzi. Ho ancora gelosamente archiviati i tutorial che scrissi per quegli eventi. Alcuni molto, molto semplici. Altri decisamente complessi.

Ricordo che lo strumento era potente, pur nella semplicità della sua interfaccia. Se vi fate un giro sul sito dell’MIT troverete dei progetti eccezionali scritti con Scratch. Da una copia, quasi perfetta, di Minecraft ad un vero e proprio simulatore di volo.

Insomma ci si poteva divertire parecchio con quello strumento.

Oggi ho letto che esiste un problema di sicurezza con Scratch. Sostanzialmente caricando una immagine in formato SVG opportunamente costruita è possibile eseguire arbitrariamente del codice JavaScript e quindi compiere le peggio nefandezze.

In prima battuta mi sono chiesto per quale motivo un malintenzionato volesse approfittare di una applicazione come Scratch per veicolare un attacco informatico. In fondo è qualcosa che è destinato all’uso da parte di bambini e ragazzi e quindi pensavo che fosse inutile aggredire quella superficie di attacco.

In realtà ho realizzato che molto spesso ho visto i ragazzi usare i personal computer dei genitori durante i nostri pomeriggi di lavoro. In quest’ottica il vettore assume tutto un altro significato.

Il genitore considera Scratch qualcosa di sicuro. Tecnicamente dovrebbe essere quasi una sandbox con scarse interazioni con il sistema su cui è ospitato. In realtà, come abbiamo visto, non è affatto sicuro e può fare certamente leva su questo falso senso di sicurezza per fare breccia nel sistema del genitore.

Come dico spesso, ho troppa poca fantasia per potere fare l’hacker con successo.

Quattro anni di esperienza

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Da qualche tempo sono tornato a consultare Twitter con una certa frequenza. In fondo ci trovo sempre qualcosa di interessante da leggere anche se, confesso, interagisco poco con la piattaforma. Diciamo che sono un lurker.

Mi sono quindi imbattuto in questo tweet di Sebastian Ramirez che, per chi non lo sapesse, è il creatore di FastAPI.

Ecco il tweet:

https://twitter.com/tiangolo/status/1281946592459853830

Sebastian si è imbattuto in una ricerca per una posizione per uno sviluppatore. Uno dei requisiti espressi era che il candidato possedesse più di quattro anni di esperienza su FastAPI.

Chi meglio del creatore può sapere che FastAPI è stato rilasciato solo un anno e mezzo fa?

Io trovo la cosa veramente triste ed imbarazzante. In un mercato competitivo come quello degli sviluppatori, così come quello del design, non c’è spazio per l’improvvisazione.

Io posso capire che le persone che si occupano di risorse umane si trovino in difficoltà con il florilegio di tecnologie degli ultimi anni. Lo stesso vale per il design che negli anni si è estremamente verticalizzato.

E’ necessario essere preparati ed essere consapevoli di quello che si sta cercando. Errori come questo fanno male all’azienda che stava cercando di risolvere un problema e fanno male al sistema.

Se guardo al mio interno vi dico che non ho mai usato una società di recruiting per assumere i designer di Sketchin.

Le ragioni sono principalmente due.

La prima è il fatto che il nome di Sketchin continua, fortunatamente ed a ragione, ad avere una certa attrattiva in una comunità che, tutto sommato, è una comunità ristretta.

La seconda è che le poche volte che ci ho provato mi sono trovato di fronte persone che non erano in grado di comprendere il linguaggio che stavo parlando. Se non mi capiscono come possono aiutarmi a risolvere il mio problema.

Sono d’accordo. E’ una affermazione un pochino tranchant ma, spesso, è la realtà dei fatti.

Sino ad ora non c’è stato nessuno in grado di farmi cambiare idea e la velocità con la quale devo risolvere questo genere di problemi è troppo alta perché io possa permettermi di fare esperimenti con altre società di recruiting.

Questo è il motivo per il quale rispondo negativamente, ma con la consueta cortesia, a qualsiasi messaggio che mi propone servizi di questo genere.

Sino a che il livello di conoscenza della cultura digitale non si sarà elevato ad un livello accettabile e non si sarà presa piena consapevolezza di un mercato in continua evoluzione non c’è storia.

Tornado al tweet in questione, e a riprova di quanto affermato sopra vi consiglio di scorrere la galleria degli orrori che viene proposta da altri utenti. Un candidato che viene rifiutato perché considerato non in grado di comprendere una libreria che lui stesso ha scritto. Un’altra posizione che richiede più di dodici anni di esperienza su un prodotto, Kubernetes, che è stato rilasciato “solo” otto anni indietro.

Come vedete il problema, ed il pressapochismo, è diffuso.

Ripeto, fa male a tutti.

Avete il pieno diritto di non conoscere la tecnologia ma, nel caso, fatevi aiutare da qualcuno che la comprende. E se l’input viene proprio da chi la tecnologia dovrebbe conoscerla allora si tratta davvero di una azienda da cui stare assolutamente alla larga.

100

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E con questo sono cento post dal 1 Gennaio di quest’anno. Ho ripreso il ritmo della pubblicazione giornaliera. E tutto questo con grande soddisfazione mia e grande delusione dei miei, tutto sommato pochi, detrattori. Nella realtà dei fatti i detrattori sono certamente molti di più, ma non si curano di farmelo sapere. Il che è tutto sommato un peccato perché mi piacerebbe sapere che cosa li infastidisce.

Dall’inizio dell’anno ho scritto quindi cento post. Un totale di 52058 parole per una media di 502 parole a post. Media che è di gran lunga superiore a quanto sia mai accaduto in passato. 347 nel 2021 e 356 nel 2020.

Vi siete quindi beccati un bel 150 parole in più da parte mia ogni singolo giorno. Direi che dovrebbe essere un minuto di tempo o giù di lì.

Mi ritrovo quindi nella condizione di avere eroso un pochino del vostro tempo. Io un pochino me ne dispaccio perché certamente c’erano cose più interessanti da fare e da leggere. Mi auguro vorrete perdonarmi.

Ho quindi scritto cento cose sugli argomenti più disparati. Tecnologia, design, cani, zuffe, arrabbiature e grande filosofia quotidiana.

No, continua a non esserci un filo conduttore perché non mi interessa. Quello che mi gira per la capoccia scrivo, qualche che sia il contenuto o le conseguenza. Ogni tanto qualcuno mi riprende su qualche tema o qualche affermazioni. Io scrollo le spalle e continuo lo stesso.

Cito Julian Barnes a riguardo:

Ma invecchiando ho scoperto una cosa. Non ti devi spiegare se non ne hai voglia.

E quindi, nonostante il birthday blues dei giorni passati, questa è una grande sconfitta della vecchiaia ormai imminente. Posso fare e dire quello che mi pare senza avere la necessità di dare alcuna spiegazione.

Continuo così. Senza direzione od obiettivo che in fondo di direzione non ne ho mai avuta una precisa e, in fondo, l’unico obiettivo è quello di essere felice.

E quindi ci siamo…

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E quindi oggi è il giorno fatidico in cui spengo cinquantacinque candeline sulla torta. Torta che qualcuno si deve prendere la briga di recapitare al mio indirizzo perché, come sa bene chi mi frequenta, ho sempre considerato il giorno del mio compleanno un giorno nefasto.

Non riesco a ricordare quale sia l’origine della mia totale avversione ai festeggiamenti legati al giorno della mia venuta al mondo. Evidentemente è così remota che non riesco ad averne memoria. A questo punto immagino che si tratti di un trauma infantile che non sono mai riuscito ad elaborare ed a superare. Poco importa.

Qui il tema principale è che il numero che dovremmo festeggiare è cinquantacinque. Di per sé un numero tutto sommato bello. Palindromo e con una sua consistenza. Ha un certo peso e non è un numero banale.

Il fatto è che mi sembra un numero enorme. Ho cercato nei giorni scorsi di razionalizzare questo numero e di socializzarci un pochino. Confesso di non avere avuto grandissimo successo nella iniziativa.

A dire il vero l’ultimo compleanno è stato del tutto eccezionale e totalmente indimenticabile. Ricordo anche che l’anno scorso stavo tornando a casa dopo essere andato a prelevare la prole a casa quando sono stato fermato per un controllo da una pattuglia di Carabinieri. Eravamo in pieno lockdown e non ricordo in quale dei colori dell’arcobaleno fossimo in quel momento. Fatto sta che era necessaria l’autocertificazione per muoversi. Certificazione che, ovviamente, avevo con me, debitamente compilata in ogni sua forma. Nel momento in cui l’appuntato mi ha restituito i miei documenti mi ha saluto con quello che mi è sembrato un sincero auguro di buon compleanno.

Ciliegina sulla torta. Gli auguri di compleanno anche dalle forze dell’ordine. Cosa si potrebbe desiderare di più nel giorno in cui cade il tuo genetliaco?

Romane il fatto che nonostante tutto io soffro davvero di quello che gli americani definiscono “Birthday Blues”. A me questa cosa che gli americani sono in grado di dare un nome a tutto fa veramente impazzire. Sopratutto perché dopo avere dato un nome a tutto seguono decine e decine di consigli, suggerimenti, idee di come gestire la cosa a cui hanno appena dato un nome. Credo che si tratti decisamente di un fattore di natura prettamente economica. Ci posso guadagnare dei quattrini e quindi ne parlo.

Se fate una ricerca su Google per “Birthday Blues” troverete circa 141 milioni di risultati. Non ho davvero il tempo di poterli consultare tutti. Anche ammesso che possa riuscire a leggere un documento ogni quindici secondi ci vorrebbero più di sessantasette anni per leggerli tutti. E’ bene evidente che questo tempo a disposizione io non lo possiedo più. Ecco, questo è decisamente un elemento da considerare.

La consapevolezza che la quantità di tempo che ho davanti è decisamente inferiore alla quantità di tempo che ho davanti mi fa veramente incazzare. Con ogni probabilità questo è il motivo principale del mio birthday blues, almeno da quando ho superato la cinquantina.

Oggi arriveranno decine di messaggi su tutte le piattaforme conosciute dall’uomo nel 2022. SMS, Whatsapp, Telegram, e-mail, facebook (anche se non lo frequento più), LinkedIn, commenti sul blog, sicuramente su Medium dopo che avrò pubblicato questa cosa e qualche sana, vecchia, cara telefonata.

La cosa buffa è che di alcune persone che mi inviano dei messaggi di auguri mi trovo a domandarmi: “Ma questo chi cavolo è?”. Sì perché le diverse piattaforme, così come il tuo stesso telefono, provvedono ad avvisare che è il mio compleanno. Inutile, non riescono a resistere. Sentono questa necessità impellente di inviarti il messaggio “Buon compleanno”.

Così, “Buon compleanno”, triste, laconico e solo. Sì, perché non ci si mette nemmeno la buona intenzione di metterci un punto esclamativo in fondo. “Buon compleanno!” suona già molto meglio. Più personale, più allegro, più pieno di buone intenzioni e di sincerità. Niente. Non ci si aggiunge altro. Una qualche frase che condisca l’augurio con una battuta spiritosa, la promessa di un caffè, un invito a pranzo. Basterebbe anche un “Cento di questi giorni” per rendere il tono di questi messaggi più tollerabile.

Le telefonate, quelle sì, sono fighe. Sono le telefonate delle persone che ti sono davvero vicine e che, con alta probabilità, tengono davvero a te e vogliono farti sentire la loro presenza. Sì, le telefonate sono uno dei pochi elementi che riesce a rendere mediamente accettabile un evento nefasto come l’occorrere del mio compleanno.

Che poi 5 volte su 7 il giorno del tuo compleanno cade in una giornata lavorativa. In alcuni anni bisestili 6 su 7. Le giornate lavorative non sono certo un modo particolarmente eccitante di trascorrere una giornata speciale.

Negli anni scorsi nel giorno del mio compleanno mi facevo sempre un regalo. Ultimamente non lo faccio. In questo particolare momento non nutro particolari desideri di possesso. Non ho bisogno di nulla ed il superfluo mi infastidisce, oltre ad occupare spazio.

Quindi cosa farai oggi? Beh, oggi mi godo una giornata al mare in ottima compagnia. Se fossi stato da solo mi sarei messo a cavalcioni della mia moto e sarei andato in giro dalla sera alla mattina incurante di qualsiasi condizione atmosferica esistente.

Per concludere: “Buon compleanno, Alessandro! Ti auguro di potere trascorrere una giornata perfetta.”

Di cavi ed alimentatori

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Se è vero che in questi ultimi due anni abbiamo viaggiato molto poco per via della perdurante pandemia, è altrettanto vero che quando ci mettiamo per strada siamo seguiti da un insieme di gadget che vanno alimentati e ricaricati.

Quando mi muovo ho generalmente con me il personal computer, il telefono, gli AirPods, il Remarkable 2 ed il mio Kindle.

Mal contati sono quattro o cinque alimentatori diversi da dovere mettere in valigia, ammesso che me ne ricordi data la memoria da pesce rosso che mi ritrovo in questi ultimi anni.

E’ ovvio il fatto che in quel modo non può funzionare. L’unica soluzione sana è quella di acquistare un alimentatore che abbia più porte USB e che tramite una unica connessione alla rete permetta di ricaricare tutto quanto insieme.

Purtroppo non è sufficiente e vediamo perché.

Cominciamo a considerare i cavi che sono necessari:

  • Personal Computer: sto usando un Mac di ultima generazione e quindi il cavo di alimentazione richiesto è un USB-C/USB-C
  • Il telefono che è sempre Apple richiede un USB-A/Lighting o, in alternativa, USB-C/Lighting
  • Il Remarkable 2 vuole un USB-A/USB-C
  • Gli Airpods richiedono lo stesso cavo del telefono.
  • Il Kindle, che è anziano come me, richiede un cavo UBS-A/USB-B Micro.

Questo implica che quando mi muovo devo portarmi appresso una quantità di cavi che è lunga tanto quanto tutto l’insieme delle cime della Amerigo Vespucci.

E tutto questo senza considerare il fatto che non è ancora facilissimo trovare dei caricatori che abbiano un misto di porte USB-A/USB-C.

Per ovviare a questo inconveniente spesso mi porto appresso altri cavi ed altri adattatori che posso collegare al mio Mac e che posso usare per ricaricare altri device.

Non mi sembra una cosa molto sostenibile. Negli anni abbiamo assistito ad un proliferare di modalità di connessione (e per fortuna non devo parlare di Thunderbolt 3 che non mi serve quando viaggio, almeno sino ad ora)

Driver Update

Photo by Norman Hermle on Unsplash

Sono mesi che sono in attesa di un aggiornamento dei driver della mia scheda audio Universal Audio Apollo Twin X. Da quando ho installato la versione Monterey di MacOS lei si comporta in maniera non del tutto predicibile. Di tanto in tanto il microfono smette di fare il suo lavoro e l’unico modo di risolvere è fare un reboot del sistema.

Ovviamente tutto questo succede proprio nel momento in cui devi entrare nella conference call più importante di tutto il mese. La legge di Murphy non perdona.

La Twin X è una scheda consumer di fascia alta. La comprai tempo addietro in un momento di insana follia consumistica. Detto questo è una scheda eccellente ed i plugin di Universal Audio che puoi utilizzare insieme alla scheda sono un spettacolo.

Il plugin che simula un amplificatore per chitarra Fender è uno spettacolo, tanto per citarne uno. L’unica pecca è che anche loro costano un rene.

Oggi, finalmente hanno rilasciato i driver aggiornati della scheda audio ed in questo momento li sto scaricando per poi poterli installare ed utilizzare.

Ecco, il download pesa qualcosa come 4 gigabyte di dati. Tutto questo è dovuto al meccanismo di marketing che Universal Audio uso. Loro ti mettono a disposizione tutti i plugin, o quasi, e se poi li vuoi utilizzare compri una licenza e li attivi. Questo significa che non scarichi solo i driver ma anche tutto il resto. Quattro gigabyte per dei driver mi sembra una vera follia.

Non mi resta che pazientare ed aspettare che internet faccia il suo lavoro e depositi il file che mi interessa nella cartella dei download.

La verità è che ci hanno messo mesi a rilasciare questi aggiornamenti e considerato il fatto che sicuramente avevano a disposizione il sistema operativo molto prima del rilascio ufficiale mi sembra un tempo di rilascio veramente troppo altro.

Se sei un brand premium mi aspetto dei tempi di reazione decisamente diversi.

Tra l’altro, riprendendo il discorso che avevo fatto sul modello di business a sottoscrizione di cui parlavo qualche giorno fa, anche Universal Audio sembra avere intrapreso questa strada.

Con venti dollari al mese hai a disposizione un nutrito insieme di plugin del loro portafoglio. Considerato che i loro plugin hanno un costo generalmente compreso tra i 100 ed i 300 dollari ognuno non è nemmeno un prezzo fuori dal mondo.

Vero è che l’utente medio non ha necessità di un numero di plugin enorme. Diverso è il discorso se sei un produttore musicale, ma in quel caso hai a disposizione ben altro budget.

Io personalmente uso semplicemente un plugin preamplificatore per il microfono Shure SM7B e un modellatore di ambiente.

Oh, il download è terminato. Vado ad installare i driver.

Il bottone di twitter

Photo by Edgar Moran on Unsplash

Nei giorni scorsi Elon Musk si è comprato una bella fetta delle azioni di Twitter diventando uno dei maggiori azionisti della piattaforma e investendo una cifra interessante. Ad od onor del vero va detto che non è che con questo investimento il ragazzo sia rimasto all’asciuto. Ha comprato poco meno di tre miliardi di dollari di azioni a fronte di un patrimonio stimato di 267 milioni di dollari. Qualche soldino in tasca gli è rimasto.

Ad Elon Musk Twitter è sempre piaciuto. Pure troppo. Ci sono i regolatori della SEC che gli hanno imposto una badante che gli controlli i tweet prima che questi vengano pubblicati.

In altri momenti gli piace un pochino di meno. Ad esempio quando un teenager aveva pubblicato un profilo che tracciava i movimenti del suo jet privato non rimase molto contento dell’idea. Propose di comprare il profilo per 5.000 dollari. Il ragazzo, conoscendo l’entità del patrimonio, declinò l’offerta. Come si dice a Roma: purciaro.

Ora Elon Musk è entrato a fare parte del Board of Directors di Twitter. Subito dopo si è messo a fare sondaggi sulla piattaforma.

Uno di questi chiedeva se gli utenti volevano un bottone che permettesse di modificare un tweet già pubblicato. Oggi l’unica possibilità è la cancellazione del tweet.

Tutto sommato non è una idea che mi piace moltissimo.

Personalmente ritengo che quando qualcuno decide di pubblicare qualcosa sui social media dovrebbe pensare a quello che scrive prima di pubblicare, non dopo. Specialmente a fronte di potenziali shitstorm che potrebbe seguire una azzardata pubblicazione.

Se si deve rettificare, modificare, chiedere scusa e simili ci sono tutti gli strumenti per farlo nel thread del tweet in questione.

Al massimo sarei disposto ad accettarlo se venisse comunque registrata tutta la cronologia delle modiche e resa disponibile per la consultazione.

Invecchio?

Photo by David Boca on Unsplash

Oramai siamo alle soglie del mio cinquantacinquesimo genetliaco e chi mi conosce bene sa benissimo che il festeggiamento del mio compleanno mi infastidisce oltre ogni misura. Va fatta una nota a margine. L’anno scorso è stato veramente un compleanno indimenticabile e forse si assiste ad una inversione di tendenza. Vedremo. Non è questo l’argomento di questo post.

Ricordo che quando avevo molti anni in meno ero veramente tanto impallinato con la tecnologia quanto lo sono oggi. Ricordo benissimo l’eccitazione che nasceva mentre leggevo del rilascio di un nuovo prodotto, di una nuova applicazione, di un nuovo telefono.

A quei tempi guadagnavo pochino e non potevo permettermi la maggior parte delle cose di cui leggevo. Una eccitazione che potrebbe essere certamente definita infantile.

Oggi non riesco più a trovare la stessa emozione che provavo allora. La mia disponibilità è certamente aumentata negli anni ma non provo più la spinta emozionale a mettere le mani su ogni nuova cosa che viene annunciata.

Forse ho raggiunto quella che, generalmente, viene definita maturità. Sono più selettivo e razionale nella scelta della direzione verso cui indirizzare i miei interessi nel tempo libero che mi rimane.

Da qualche giorno c’è un nuovo telefono che mi aspetta in ufficio. Anni fa sarei saltato in macchina e mi sarei fiondato per recuperarlo e metterci le mani sopra. Adesso alzo le spalle e mi dico che lo prenderò alla prima occasione utile che mi capiterà.

Ripenso poi agli esperimenti che sto facendo in queste settimane con Unity e Oculus Quest 2 e non posso fare a meno di osservare che ci sto mettendo la stessa passione e lo stesso interesse di un tempo. Ecco, forse non faccio più le tre del mattino per cercare di fare funzionare un pezzo di codice che non ne vuole sapere di girare come dovrebbe. Onestamente il mio fisico non ce la fa. Ora ho bisogno di otto ore solide di sonno od il giorno successivo sono quanto di più prossimo ad un’ameba.

Forse con gli anni sono diventato più selettivo e più razionale nella gestione dei miei spazi. Non a caso sul mio profilo di LinkedIn non scrivo il mio job title ma mi limito a dire che sono “jack of all trades, master of none”. Mi interesso a decine di cose diverse ma di nessuna di esse posso dire di essere un maestro. Ne so abbastanza di tante cose, ma non tutto.

Non che mi dispiaccia. Sino ad ora questo approccio ha pagato, ed anche bene.

Ne sta venendo fuori uno scritto piuttosto sconclusionato, non è vero. Si tratta del fatto che sto scrivendo senza pensarci troppo e lasciando fluire naturalmente il mio pensiero.

In alcuni casi penso di avere più idee e progetti ora di quanti non ne avessi quando ero ragazzo. La differenza è che spesso sono progetti che vivono nella mia testa e finiscono nei miei diari. Poche volte diventano qualcosa di tangibile. Pensare è decisamente meno faticoso che fare. Forse.

E comunque sono cinquantacinque anni. Un numero che comincia a farmi paura perché è decisamente alto. Troppo per i miei gusti.

Software

Photo by Erik Mclean on Unsplash

Io vengo da quella generazione per la quale il software che volevi usare si comprava. Avevi bisogno di una qualche applicazione? Compravi una licenza e lei viveva tranquilla sul tuo computer fino alla fine dei giorni.

Il massimo che poteva accadere era il rilascio di una versione aggiornata della stessa applicazione che richiedeva un upgrade. A quel punto tu ti facevi le tue valutazioni e decidevi se le nuove funzionalità valevano l’acquisto di una nuova licenza o meno. Nel caso tu avessi deciso di non acquistare la nuova licenza la tua applicazione continuava a vivere sul tuo computer senza problemi.

Dal mio punto di vista questa era una soluzione ideale. Decidevo se investire una determinata cifra di denaro ed in quel momento il tema dei costi si esauriva.

Quel mondo è quasi completamente scomparso.

In questi ultimi anni il modello dominante è quello della sottoscrizione. Non mi piace affatto come approccio anche se ne capisco il razionale.

Facciamo un esempio. C’è stato un momento durante l’anno scorso nel quale mi sono trovato a scrivere del codice python piuttosto complesso ed articolato. Il debugger da linea di comando non mi è mai piaciuto e quello di Visual Studio Code mi è sempre sembrato molto macchinoso e poco intuitivo. Ho deciso quindi di acquistare una licenza di PyCharm. Gli IDE di Jetbrains sono sempre stati una bomba. Ogni volta che li ho usati mi sono sempre trovato benissimo. Oltretutto mi piace quel look un pochino retro che mi riporta indietro negli anni.

Ho quindi comprato la mia bella licenza per la durata di un anno. La scorsa settimana la licenza è scaduta e dato che stavo lavorando ad un progetto personale la ho rinnovata. Certo, con uno sconto fedeltà, ma la ho sempre dovuta pagare di nuovo.

Io sono un utente base e non credo che un IDE possa essere evoluto in maniera così consistente in soli dodici mesi.

Se una software house lavora su un prodotto come un IDE è difficile che dopo anni che si trova sul mercato si possano introdurre funzionalità da fare spalancare gli occhi. La maggior parte degli utenti, compreso me, si accontenterebbe di quello già in suo possesso.

E’ quindi chiaro che senza il modello a sottoscrizione i ricavi per la software house diminuirebbero perché meno utenti troverebbero utile, e conveniente, passare ad una nuova versione.

Questo significa che ogni anno devi aprire il portafoglio e pagare una nuova licenza senza che tu abbia davvero bisogno di tutte le nuove feature che sono state introdotte.

Posso capire il modello a sottoscrizione per un servizio, meno per un prodotto come un IDE o una qualsiasi altra applicazione.

In genere quando ho davvero bisogno di una applicazione cerco di capire se ne esiste una versione senza costi. Se non esiste verifico se esiste la possibilità di acquistare una licenza “lifetime” e se dal punto di vista economico ne vale la pena.

Davvero, questa tendenza non mi piace affatto.

E questo per non parlare delle sottoscrizione a Microsoft Office o Adobe. Fortunatamente uso poco entrambe e, per grazia ricevuta, fanno parte della suite di applicazione aziendali che fornisce l’azienda per cui lavoro.

Anche in questo caso mi sarebbe piaciuto avere a disposizione la possibilità di acquistare il prodotto e non la licenza d’uso dello stesso. Excel, tanto per dirne una, non è che sia evoluto in maniera così eccitante negli ultimi dodici mesi. Questo sopratutto su MacOS sul quale Excel è, purtroppo, una brutta copia di quello disponibile su Windows (Sì, dai sto esagerando in questo caso. Concedetemi l’iperbole)

Purtroppo questo è lo stato delle cose e non vedo emergere una direzione che sia diversa da questa.

Mi consola il fatto che il mondo del software Open Source ha fatto passi da gigante negli ultimi anni mettendo a disposizione degli utenti delle applicazioni che potrebbero tranquillamente essere considerati prodotti commerciali. Un esempio? Guardate Blender e cosa è in grado di fare per farvi una idea.

Quando uso del software Open Source cerco sempre di sostenere gli sviluppatori inviando del denaro. In questo caso sono io a decidere quanto per me vale quella applicazione e, generalmente, decido in funzione di quanto la stessa mi è tornata utile per risolvere un problema.

L’ultima donazione che ho fatto è stata per Octoprint che mi ha permesso di mettere in rete la mia stampante 3D.

Questo è un modello che mi piace anche se, ovviamente, è meno sostenibile per gli sviluppatori.