Numeri

A me i numeri piacciono davvero tanto. Mi piace osservarli, studiarli e capire le relazioni tra loro.

I numeri raccontano sempre delle storie e, spesso, raccontano la storia che chi li ha scritti vuole raccontare.

Come tutti in questi giorni guardo le statistiche sulla diffusione del Coronavirus e tutti gli altri numeri che girano intorno a questa pandemia.

Qualcosa non mi torna.

In primo luogo mi sembra ben evidente che ogni paese al mondo ha un proprio metodo, non condiviso, per rappresentare il fenomeno. Se così non fosse non sarebbe comprensibile come la Germania abbia un numero di fatalità decisamente inferiore al nostro a parità di provvedimenti. Questo genera il problema che non sia possibile comparare le statistiche se non in maniera molto grossolana.

Ascolto la conferenza stampa della protezione civile ed i numeri che vengono enunciati e rifletto su quello che mi stanno dicendo.

X nuovi contagi, Y soggetti in terapia intensiva, W soggetti guariti e Z soggetti deceduti. Da questi numeri si generano tabelle con percentuali e via discorrendo.

Ascoltando le persone che parlano questi sembrano dati oggettivi ed assoluti. A me sembrano assolutamente parziali e, non dico poco significativi, ma che richiederebbero almeno di indicare in maniera precisa la metodologia di misurazione.

Prendiamo ad esempio i nuovi contagi. Si contano i nuovi contagi facendo il “sommone”, come diceva la mia professoressa di Analisi I all’università, di tutti coloro che sono stati sottoposti a tampone e successiva analisi e che sono risultati positivi. In pratica, credo e ditemi se sbaglio, tutti coloro che si sono rivolti ad una struttura ospedaliera. Non si contano quindi gli asintomatici di cui non si conosce, ovviamente, il numero.

Si tratta solo di metodo e di correttezza di informazione. Basta sapere come avviene la misura e quale è il campione e stiamo tutti più o meno tranquilli.

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unsplash-logoMarkus Spiske

Favole in streaming

Credo che tutti conoscano Gianni Rodari ed il suo libro “Favole al telefono”.

In “Favole al telefono” si racconta del ragionier Bianchi, rappresentante farmaceutico, costretto dal suo lavoro a muoversi in tutta Italia lasciando a casa la moglie e la figlia piccina.

Ogni lunedì mattina la figlioletta diceva a sua papà: “Mi raccomando, papà: tutte le sere una storia.”

E così ogni sera, alle ventuno in punto, il ragionier Bianchi chiamava al telefono sua figlia e raccontava una delle sue storie.

Ora sono in casa e mi cade l’occhio sulla fotocamera che è stata per lungo tempo del tutto inutilizzata. Avevo grandi programmi per lei ma non ne ho mai realizzato nessuno. Costretto in casa mi sono detto di fare un esperimento.

Perché non provare a mettere insieme tutto quello che serve per fare una diretta streaming su Facebook dalla pagine di Corrente Debole e provare a narrare qualcuna di queste storie?

In fondo credo di avere tutto quello che serve per poterlo fare anche se non se ne sono proprio sicuro. Il microfono funzionerà? La luce sarà decente? La connessione Internet avrà abbastanza banda in upload per poterlo fare? Sarai capace di mettere insieme tutto quello che serve? La batteria della fotocamera durerà abbastanza a lungo?

Non ne ho la minima idea, ma io ci provo lo stesso. La peggiore cosa che potrà succedere sarà il fallimento della impresa. Poco male.

Non garantisco che accadrà ma farò tutto il possibile perché accada.

Nel caso non ci riesca, riproverò!

Se non ho fatto casino nella programmazione del video in diretta questo dovrebbe essere il link:

unsplash-logoAnnie Spratt

Il locale dei rifiuti

Nel luogo in cui vivo il locale dei rifiuti si trova in un luogo molto poetico. Ad una decina di metri dal cancelletto che versa sulla strada si trova a poca distanza dalle rive del lago.

Questa mattina scendo a buttare la spazzatura, tutta puntigliosamente separata in umido, carta, plastica e resto del mondo.

Esco dal locale chiudo la porta. Dopo avere percorso cinque dei dieci metri che mi separano dal cancelletto che mi permette di rientrare in casa sento una macchina che si ferma. Non inchioda ma fa abbastanza rumore perché io mi fermi per osservare quello che sta succedendo.

Un signore sulla settantina abbassa il finestrino e mi apostrofa con un “Devi stare a casa, cazzo!”.

Scuoto la testa senza replicare e me ne torno in casa mia. Ho rispettato l’imperativo categorico che mi è stato imposto dal veccchietto e ho evitato una discussione che si sarebbe rivelata del tutto inutile.

Ma che vi prende?

Siete diventati tutti sceriffi?

Ecco, questa cosa a me comincia a fare più paura del coronavirus.

Certo è che se il governo continua a scrivere decreti ed ordinanze cerchiobottiste senza avere il coraggio di una posizione ferma e rigorosa questi sono i risultati. Sorrido mentre leggo le ultime norme. Mi sembrano scritte da qualcuno che cerca di salvare capra e cavoli. Non si può. La capra mangerà il cavolo e poi morirà.

La narrazione del Coronavirus

Sono ormai diverse settimane che sto vivendo questo momento complesso. Passata la fase emozionale del momento ora mi ritrovo in un momento di maggiore lucidità rispetto alla narrazione del Coronavirus che mi viene proposta dai media.

Abbiamo i decreti della Presidenza del Consiglio dei Ministri che impongono severe limitazioni alle libertà personali e che ritengo legittimi data la gravità del momento. Questo non toglie che, a bocce ferme, una analisi istituzionale di questi strumenti rispetto alla Costituzione andrà fatta. Questi decreti ci vietano di muoverci se non per una serie di motivi seri e comprovati.

Allo stesso tempo la stampa riporta notizie di diversi comuni Italiani che stanno inasprendo maggiormente quanto previsto dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri vietando le passeggiate, anche se rispettano le norme previste, vietando l’allontanamento dal propio domicilio per medie o grandi distanze se si possiede un animale domestico e via discorrendo. Cominciano ad essere molti i comuni che hanno intrapreso questa strada.

#iorestoacasa è il motto del momento e non sono rari i casi in cui i presunti trasgressori vengono messi alla gogna sui social media con tanto di invettive e relativa serie di improperi che gli vengono rivolti. Allo stesso tempo stanno spopolando su Internet i video di quei sindaci che strigliano i propri cittadini a starsene a casa.

Ripeto, tutto perfettamente legittimo data la situazione.

Con la razionalità che è arrivata dopo le prime settimane di reclusione guardo le immagini che vengono postate sulla numerosità delle persone che affollano la metropolitana milanese od i treni delle Ferrovie Nord. Parlo di questi perché sono quelli che ho visto ma immagino che la situazione sia la stessa in tutta Italia.

E’ chiaro che la maggior parte di queste persone sono persone che stanno andando a lavorare. Qualcuno andrà in ufficio, altri in fabbrica, altri al supermercato, altri in luoghi in cui si prenderanno cura di noi.

Esiste quindi una enorme porzione del popolo Italiano che è, più o meno, costretta a recarsi al lavoro. Certo i decreti emessi permettono di farlo perché ad alcuni negozi ed alle fabbriche è stato permesso di continuare a rimanere aperte. Quando dieci giorni fa sono andato a fare la spesa ho fatto un piccolo esercizio ed ho contato quanto personale fosse presente nel punto vendita. Esercizio futile, lo so. Ad ogni modo ho contato circa venti persone sulla superficie del negozio. Credo che sia lo stesso altrove e certamente in tutte le fabbriche che sono tenute aperte.

Se sei un pensionato che vive in campagna e che può fare un’ora di passeggiata senza incontrare anima viva non lo puoi fare e verresti sanzionato se lo facessi.

Se sei un operaio che lavora in fabbrica sei costretto ad andare a lavorare e frequentare luoghi in cui ci sono altre persone. Certo, il governo ha richiesto misure di sicurezza e sanificazioni ma la sostanza non cambia di molto.

Detto questo ho visto solo qualche articolo che parla di questo. A memoria ricordo uno scritto dei sindacati di Poste Italiane che chiedono la chiusura degli uffici postali dopo la morte di due sportellisti. Poco altro.

Per curiosità ho fatto una banalissima ricerca su Google: “coronavirus proteste fabbrica” filtrando solo le news della ultima settimana. La data della prima notizia che mi viene presentata è del 13 Marzo ed oggi siamo al 20 Marzo. Non si protesta più? Per quale motivo?

Concludo dicendo che non ho una soluzione per fare in modo che tutti si continui a ricevere alimentari, medicine e servizi in questo momento difficile. E’ chiaro che non è possibile farlo senza il lavoro delle persone nelle fabbriche e nei servizi.

Dico solo che qualcosa non mi torna nella narrazione del Coronavirus.

No, non mi torna.

Papà

Mio papà era un ingegnere, un ingegnere meccanico per la precisione.

Ricordo ancora quando nei primi anni di scuola elementare lo dicevo con grandissima fierezza quando mi chiedevano che lavoro facesse mio padre. Lo facevo senza avere alcuna consapevolezza di quel significato.

A quei tempi papà aveva il suo studio nella mansarda della nostra villa. Era un locale stipato dei suoi libri e dei suoi appunti. I computer non esistevano. Per me era una sorta di sancta sanctorum e, come tale, l’accesso me ne era precluso se non in sua compagnia.

Inutile dire che ad ogni opportunità cercavo il modo di sgattaiolare in quella stanza e conservo quattro rircordi molto precisi.

Il primo è legato ai suoi regoli. Per me erano degli strumenti magici ed affascinanti. Solo dopo che papà è mancato li ho presi e li conservo con grande cura. Grazie ad internet ho imparato ad usarli e per sono ancora degli strumenti meravigliosi.

Il secondo ricordo è legato al Manuale dell’Ingegnere. Era edito da Hoepli e non ho nemmeno idea se esista ancora in commercio. Anche di questo ne ho tenuto una copia rappezzata con il nastro adesivo ma contenente le sue prezione note. Ricordo queste pagine dense di formule che non comprendevo e la leggerezza delle pagine che sembravano di carta velina.

Ricordo in particolare un volume cui lui era affezionatissimo e che, addirittura, si portò in ospedale e che rimase sul suo comodino sino al suo ultimo giorno di vita. Si trattava di un volume dalla copertina rigida color amaranto, Strenght of materials di Sthephen Timoshenko. Mi dispiacque molto quando andai in ospedale a prendere le sue cose e quel volume era scomparso dal comodino. Ad un grande dolore se ne aggiunse un altro. Avrei voluto averlo tra le mie mani oggi.

Il terzo ricordo sono i suoi appunti. Papà aveva una calligrafia spettacolare che in parte ho ereditato. Precisa e puntuale. perfettamente allineata anche in foglie senza righe o quadretti.

L’ultimo ricordo sono i suoi disegni a china. Purtroppo è un tratto che non ho affatto ereditato e mi dispiace molto. Mi sarebbe davvero piaciuto disegnare come papà. Non ne sono mai stato in grado nonostante ci abbia provato infinite volte. Ora quei disegni sono a casa con me ed anche ora mi basta voltare lo sguardo a destra per vederli e sentirlo ancora vicino.

Sono quelli che stanno in cima a queste parole.

Barba

La routine quotidiana in questi giorni di isolamento è cambiata come per tutti.

Mi sono reso conto un paio di giorni fa che ho smesso di farmi la barba e che sto trascurando tutta la mia armata di rasoi a mano libera e tutte le truppe logistiche a supporto.

Mi ha stupito il fatto che non sia stata una scelta consapevole. Ho solo smesso di farlo senza pensarci. Forse inconsciamente ho realizzato che non avrei avuto alcuna interazione sociale fisica e che quindi la barba potesse non rappresentare un problema mentre sei a casa.

Mi sto quindi lentamente trasformando in qualcosa di molto simile al Grande Lebowski nonostante mi manchi l’accappatoio di spugna ed il cardigan che sono la sua cifra caratteristica.

E’ quindi evidente che i comportamenti stanno cambiando in maniera anche piuttosto radicale senza che noi ce ne si renda conto. Mi domando se al ritorno a quella che sarà la nuova normalità questi nuovi comportamenti ci rimarranno cuciti addosso o se passeranno come sono venuti.

Estremismi

Gli estremismi mi fanno sempre molta paura. Sono reazioni troppo di pancia perché possano fare bene.

Come sempre mi faccio il mio solito giro sul web e, con piacere, continuo a leggere inviti a rimanere a casa ed a rispettare quando prescritto dal DCPM. Sacrosanto.

Al contrario fatico a comprendere tutti quelli che postano video o foto di persone che sono a passeggio o a correre, spesso coprendoli di insulti.

Questo mi piace di meno. Mi sembra che si avvicini molto alla caccia all’untore. Per chi è di Milano posso dire che mi ricorda la storia di Gian Giacomo Mora e della colonna infame.

Ora, è indubbio che ci sono persone che se sbattono altamente delle prescrizioni che vengono emanate dalle autorità.

Dall’altro credo che non si debba banalizzare il fatto che restare a casa sia una cosa semplice per tutti. Una persona equilibrata e risolta, come direbbero quelli fighi, ci riesce benissimo. Peccato che non siamo tutti uguali e non tutti siamo equilibrati e risolti.

Chi stava già passando dei momenti non facili o soffre di disagio psichico o psicologico potrebbe non trovare così semplice passare un mese tra quattro mura in completa solitudine. Non parliamo nemmeno di chi soffre di depressione.

Ecco, io trovo che se queste persone escono di casa per farsi una passeggiata da soli, od addirittura una corsa, rispettando quello che viene prescritto dal DPCM non cagionano danno a nessuno e ne evitano a sé stessi.

Forse dovremmo capire che non siamo, grazie a Dio, tutti uguali.

Non dormo

In questi giorni dormo malissimo. Mi rigiro continuamente nel letto, aggiusto i cuscini, provo tutte le posizioni conosciute ma niente da fare. Non dormo.

Non dormo non perché ho paura del coronavirus. Oramai sono quasi dieci giorni che sono chiuso in casa. Esco una volta a settimana per comprare generi alimentari come da raccomandazioni. Il mio contatto con il mondo esterno si limita al tragitto casa- deposito della spazzatura. A questo punto dovrei essere quasi certo di non avere contratto il coronavirus.

E quindi che cosa non mi fa dormire?

Non dormo per la stessa ragione che da sempre, almeno negli ultimi 7 anni, disturba il mio sonno. Non dormo perché sento la responsabilità del fatto che dalle decisioni che prendo, non da solo ovviamente, dipende il futuro di più di cento persone che hanno dato l’anima per l’azienda per cui lavoro. Dormo ancora meno se mi metto a pensare alle economie domestiche che quelle persone sostengono con il loro lavoro.

Ecco perché non dormo.

Non dormo perché le restrizioni che ci sono state imposte, sebbene animate da buone intenzioni, sono decisamente in conflitto con quanto recita la nostra Costituzione. Non ho una soluzione alternativa al problema e quindi mi adeguo a quello che rutengo essere un comportamento corretto nell’interesse di tutti. Questo non toglie che a bocce ferme qualche domanda ce la dovremo fare.

Ecco perché non dormo.

Non dormo perché detesto coloro che si sentono superiori a tutto ed a tutti. Un ex ministro dell’Interno, con la m minuscola perché quella maiuscola non se la merita, passeggia per le strade di Roma mano nella mano con la propria fidanzata declamando di andare a fare la spesa e contravvenendo a tutte le raccomandazioni che vengono ripetute incessamente. Anche a questi personaggi andrebbe presentato un conto, se non altro politico, che consideri le loro azioni.

Ecco perché non dormo.

Non dormo perché un coglione totale, figlio della perfida Albione, dice che il coronavirus è una scusa che gli Italiani usano per non lavorare e contemporaneamente il suo primo ministro dichiara che la soluzione è l’immunità di gregge.

Ed a notte fonda mi alzo per farmi una tisana. La sorseggio lentamente mentre salgo le scale fino a raggiungere la mansarda dove ora dormono i miei figli. Mi fermo sullo stipite ad osservarli. Sono sotto le coperte e stanno riposando. Loro come sempre. Sorrido.

Ritorno nella mia camera e, forse, qualche ora di sonno riuscirò a metterla insieme.

Una Italia che mi piace

Insieme alle manifestazioni di poca responsabilità in questi giorni si sta scoprendo una Italia piena di valori ed umanità.

  • Ci sono musicisti che si mettono sul balcone e suonano per le persone. Chi l’inno di Mameli, chi canzoni popolari, chi semplicemente musica. (Ad esempio qui)
  • Ci sono persone che si affacciano sul balcone ed intonano canti coinvolgendo i vicini facendo sentire tutti meno soli. (Ad esempio qui)
  • Ci sono persone che organizzano serate tra amici in un salotto virtuale. Cito Stefano, un mio collega, che ha organizzato questo nella serata di ieri. Ci ho partecipato per qualche tempo ed è stata una figata pazzesca.
  • Ci sono persone che grazie alla tecnologia della stampa in 3D producono una valvola per uno strumento di rianimazione che si è rotta e la cui sostituzione era un problema. E con questo salvano delle vite. (Qui)

Giusto quattro esempi ma ce ne sono centinaia, se non migliaia.

Questo è il paese che è in grado di risollevarsi. Mi fanno specie coloro che nei loro commenti hanno dileggiato queste iniziative. Una sola domanda: perché?

In tutta sincerità mi auguro che tutto questo ci spinga verso un cambiamento vero ed autentico e che non si cada nel classico meccanismo “Passata la festa, gabbato lo santo”.

Mi auguro che ci si renda conto della iniquità della maggior parte della classe politica e della loro inadeguatezza. Che gli vengano fatte riconoscere le responsabilità di avere quasi completamente distrutto un sistema sanitario per interessi che niente avevano a che fare con il dettato della costituzione. Confesso che questo Giuseppe Conte comincia pure a piacermi. Dopo essere stato al servizio di quei due pinguini ha comunque rivelato un discreto carattere.

Non mi va nemmeno di ringraziare i medici, gli infermieri e tutti quelli che sostengono sul campo questo momento. Sarebbe davvero troppo facile farlo ora. Lo dovremo fare dopo, magari reagendo a quello che ho descritto nel paragrafo precedente.

Io credo che superato questo momento ci sarà un grande opportunità per tutti di rendere queste paese migliore e più coeso. Liberiamoci di chi si metterà di traverso per i consueti interessi. Ora stiamo vivendo un problema grosso ma altri, forse ancora più grossi e con effetti più di lungo periodo, ci aspettano. Eppure io credo che potremmo farcela.

Photo by Mauricio Artieda on Unsplash

Perché un blog?

In questi mesi in cui ho ricominciato a scrivere su questo blog mi è capitato di sentirmi chiedere per quale motivo il contenuto principale sta ancora su un blog.

Di fatto pubblico i contenuti su Corrente Debole e poi in maniera automatica li distribuisco altrove. La pagina Facebook, Twitter, la pubblicazione su Medium e LinkedIn.

In effetti ci sarebbe da domandarsi perché non limitarsi ad una pagina su Facebook, una pubblicazione su Medium o i semplici post su LinkedIn.

La risposta è semplice.

Desidero mantenere il controllo totale su quello che pubblico. Per una qualsiasi ragione al di fuori del mio controllo potrei venire bannato da Facebook, LinkedIn, Medium e Twitter e poco potrei fare a riguardo. In questo caso la storia di Davide contro Golia non funziona. Perderei in un istante tutto quello che ho scritto e che, in fondo, mi appartiene.

Se, al contrario, i miei contenuti vivono su uno spazio che controllo, quasi, totalmente non corro questo rischio. Mi faccio delle copie digitali dei miei contenuti su Google Drive e Dropbox ed anche se il data center di Mediatemple salta per aria quei contenuti saranno salvi.

Non perché siano perle di cui l’umanità non possa fare a meno ma, piuttosto, perché sono cose mie e mi piace conservarle. Di fatto sono perfettamente conscio che di quello che scrivo non importa nulla a nessuno ma, comunque, voglio avere la libertà di scrivere quello che mi pare al di là di restrizioni più o meno giuste imposte da altre piattaforme.

Rimane il tema che sto regalando contenuti a LinkedIn, Facebook e Medium e che questi, sebbene marginalmente, contribuiscono al loro modello di business. E’ vero. Diciamo che in questo momento mi importa poco.

ISO 9001

Ed alla fine Sketchin è riuscita ad ottenere la certificazione ISO 9001.

Sono stati momenti decisamente complessi e frenetici data la scadenza di una gara che ci imponeva di avere questa certificazione per potere partecipare.

Confesso in tutta serenità che in prima battuta avevo classificato questa richiesta come un livello 9 della scala Schiavone, ovvero una enorme rottura di coglioni. Mi sono letto la norma e ho continuato a ritenere che fosse del tutto inutile per una azienda come la nostra.

Ho speso sette giorni a scrivere per 10 ore al giorno 150 pagine di documenti diversi e tutti tra loro strettamente collegati.

Mentre scrivevo i documenti mi sono dovuto ricredere sul beneficio che se ne può ottenere.

Mi spiego meglio.

Se l’obiettivo è culturale e non quello di ottenere il bollino Chiquita il beneficio esiste ed è enorme. Ho avuto modo di focalizzare il funzionamento intrinseco della nostra azienda a livello di processi, di metodi e di pratiche e mi sono reso conto che esiste un enorme margine di miglioramento in quello che facciamo.

Spiegare agli auditor il funzionamento di Sketchin mi ha aiutato a capire ancora più profondamente quello che può essere migliorato e snellito. Quello che in effetti è superfluo o ridondante e quello che deve essere ripensato in maniera radicale.

La rottura di coglioni alla fine è scomparsa lasciando lo spazio ad una consapevolezza maggiore di quello che siamo e di come possiamo migliorare in futuro.

Mi sento di dire che sarebbe un esercizio utile a tutte le aziende, di design e non.

E comunque ora abbiamo anche il bollino Chiquita.

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Ciao Maria!

Nella giornata di ieri ho ricevuto almeno quattro telefonate da numeri sconosciuti. In genere non rispondo mai a numeri sconosciuti ma il fatto che questi non fossero stati filtrati da TrueCaller mi ha spinto a non declinare la conversazione.

In tutti e quattro i casi si trattava di persone anziane che avevano sbagliato numero.

Un signore con un forte accento meridionale che esordisce con “Ciao Maria!”. Gli dico che non sono Maria e che, in verità, non credo di conoscere nessuna Maria. Mi dispiace farlo perché dal tono della conversazione percepisco che c’è apprensione nella sua voce. Gli spiego di nuovo che ha sbagliato numero e di controllare meglio il numero che deve chiamare. Prima di chiudere la telefonata gli chiedo se ha bisogno di aiuto e se posso fare qualcosa. Si chiama Luigi.

Non so esattamente perché lo ho fatto. In quel momento mi sembrava la cosa giusta da fare. Ho immaginato che potesse volere chiamare Maria per chiedere aiuto. Niente di tutto questo. Lui sta bene e Maria, che è sua figlia lavora a Milano e voleva solo assicurarsi che lei stesse bene.

Ci salutiamo.

C’è la chiamata della signora Marta che cerca sua sorella Cecilia che ha 80 anni e vive da sola a Milano mentre lei si trova a Mantova. Mi trovo a pensare che tutto sommato questo isolamento sta creando delle connessioni spontanee che in tempi normali non accadrebbero mai.

La conversazione usuale sarebbe “Pronto, Cecilia?”, “No, ha sbagliato numero, buongiorno”, “buongiorno”. Click.

E invece so il suo nome e so chi sta cercando e perché. Anche a lei chiedo se sta bene e le dico che tutto andrà per il meglio.

Le altre due hanno seguito il cliché più tradizionale di cui sopra.

Nonostante questo Luigi e Marta mi hanno fatto sentire bene.

Grazie.

Lavoro da casa e social network

Molti di noi si trovano nella situazione di dovere lavorare da casa ed in tanti sentiamo la necessità di fare sapere che funziona benissimo.

Direi che si tratta certamente di un impulso positivo. Comunicare che sia possibile portare a termine il proprio lavoro senza la necessità di una presenza fisica sul posto di lavoro.

Mi sono fatto un giro veloce sui social media per vedere il tenore dei post a riguardo. Tutti positivi e questo mi sembra una ottima notizia.

Ora, forse io ho una sensibilità particolare sull’argomento ma mi ha colpito il fatto che molti postano immagini del proprio laptop, desktop o altri strumenti di lavoro come blocchi di appunti, post-it e via dicendo.

In ordine sparso ho notato:

  • Credenziali di accesso a VPN, sistemi e servizi.
  • Immagini di schermate con informazioni più o meno confidenziali. Anche solo il nome di un cliente basata a rompere un Non Disclosure Agreement.
  • URL che contengono informazioni sensibili e che sono pubblici.
  • Appunti che contengono informazioni riservate.

Credo che sia il caso di fare un pochino di attenzione. Va bene l’entusiasmo ma cerchiamo di non fare più casini di quanti già non ce ne siano.

Martedì

E’ martedì. Le direttive del decreto della Presidenza del Consiglio del 9 Marzo sono entrate in vigore ed ora l’Italia è un’unica, enorme, isolata zona rossa.

Mi attengo a quanto viene prescritto. La dispensa di casa è, come sempre, ben nutrita e quindi non ho nessuna necessità di muovermi da casa. Mi preparo il caffè come ogni mattina e vado a berlo in giardino. Si sentono le onde del lago e la tranquillità è la solita. Qui non sembrano esserci differenze.

Anche oggi lavorerò da casa come ho fatto ieri.

Finisco di bere il caffè e mi collego al mio stand-up meeting. Prendiamo un paio di decisioni e ci lasciamo. Alle 10.00 avremo un board meeting che anche in questo caso faremo da remoto con Google Meet. Alle 11.30 un punto della situazione con il Leadeship Team seguito da una review della pipeline su Salesforce, sempre da remoto. Nel primo pomeriggio devo fare un colloquio ad una persona.

Negli intermezzi il lavoro come al solito. Slack per essere sempre collegati con tutti i componenti di Sketchin e la posta elettronica per i contatti esterni.

La cosa che mi colpisce è che noi abbiamo sempre lavorato così negli ultimi anni. Questa è una nostra giornata tipica e le limitazioni del governo la hanno forse resa più rigida ma non sostanzialmente diversa dalla norma.

Ieri Luca, il nostro luminoso leader come io lo chiamo prendendolo in giro, scriveva su Facebook che i nostri team stanno attivamente lavorando su tutti i progetti in tutti i paesi nei quali siamo ingaggiati. Ed è la realtà delle cose. Certo, per il tipo di lavoro che noi facciamo è possibile. Per altre attività è più difficile, se non impossibile.

Sì, oggi rimarrò in casa. Farò qualche chiamata ad amici per scambiare due parole. Una videocall con i miei figli e per il resto mi godrò questo momento nonostante le preoccupazioni e l’insicurezza che, inevitabilmente, monta.

Medium

Sono un grandissimo fan di Medium. Credo che sia uno dei siti che visito con maggiore frequenza quando ho del tempo libero che voglio dedicare a leggere qualcosa online.

Oltretutto dopo qualche tempo di utilizzo sembra avere anche un discreto algoritmo di raccomandazioni. Questa è una cosa positiva anche se rende la serendipità un pochino più difficile da raggiungere.

Da sempre, ma particolarmente da quando Medium ha introdotto la possibilità per gli autori di monetizzare il loro lavoro, sono presenti una enorme quantità di post del tipo:

  • Tre modi per …
  • Dieci cose da fare per …
  • Dieci cose da non fare se …

e così via. Immagino abbiate capito il genere.

Ecco, a me piacerebbe che l’algoritmo di profanazione e, in seguito, quello di raccomandazione evitasse di mostrarmi questi post dato che non li leggo mai, ma proprio mai.