Personal backup strategy

Photo by Denny Müller on Unsplash

Come oramai io mi sono stancato di ripetere e, di conseguenza, voi di leggere non sono più un ragazzino. Per questa ragione sono cresciuto informaticamente parlando con la regola 3-2-1 per quanto riguarda i backup dei miei dati.

La regola dovrebbe essere oramai conosciuta: tre copie distinte dei propri dati su almeno due media differenti di cui una in uno sito fisico diverso.

Si tratta delle stesse regole espresse dal CERT (Computer Emergency Readiness Team) e che può essere facilmente consultata qui per chi di voi fosse particolarmente curioso.

Negli anni la ho sempre seguita pedissequamente e non ha mai fallito nel permettermi di recuperare informazioni fondamentali in quei rarissimi casi in cui ne ho avuto bisogno.

Per anni me ne sono completamente disinteressato.

Ho letto recentemente un articolo in cui si sostiene che una strategia diversa sarebbe migliore.

Va detto che di dati assolutamente fondamentali ne ho veramente pochi. In questo caso stiamo parlando di un volume modesto di dati se non consideriamo il mio archivio fotografico che negli anni ha continuato a crescere senza sosta, sebbene non ai ritmi ai quali ero abituato quando ero impallinato di fotografia.

Quella che viene suggerita è una strategia 3-3-2: tre copie dei dati su tre differenti media, di cui uno disco fisso, e di cui due copie in siti fisici distinti.

Alla fine mi sono reso conto che inconsapevolmente uso questa strategia praticamente da quando sono diventato utente di Apple. Forse addirittura ancora più diffusa geograficamente di quella che veniva suggerita dall’articolo.

C’è sempre un disco esterno collegato al mio personal computer principale mentre tutte gli altri computer sono satelliti di questo computer principale in termini di dati. Quel disco esterno viene usato solo ed esclusivamente da Time Machine e più o meno mensilmente vado a dare una occhiata alle sue statistiche per verificare se ci sono stati errori di lettura o scrittura o un qualche alert del sistema SMART. In realtà non è un disco vitale e posso tranquillamente permettermi di perderlo senza piangere grosse lacrime. Oramai i dischi esterni costano relativamente poco e sostituirlo sarebbe una passeggiata di salute.

Il resto dei miei dati viene automaticamente propagato sull’altro mio Mac satellite che, in un certo qual modo, assume una funzione di backup.

Allo stesso tempo, ed in maniera del tutto automatica, i miei dati vengono salvati su iCloud, Google Drive e, in parte, Dropbox. In realtà la copia sul mio Google Drive personale non è poi così automatica ma comunque automatizzata.

Per loro stessa natura qualsiasi informazione che risiede in cloud è automaticamente salvata in una location diversa da quella in cui il dato principale risiede.

In sostanza il mio backup è un sistema 4-4-4: quattro copie dei dati su quattro differenti media ed in quattro location differenti.

Ottimo e abbondante, direi.

Stiamo ovviamente parlando di un sistema che interessa un utente totalmente consumer. In ambiti professionali le logiche sono molto diverse.

Non possiedo nemmeno una procedura di disaster recovery. In altre parole, se si rompe qualcosa: “E adesso che cosa cavolo faccio?”. Fortunatamente tutto quello di cui sopra salva capra e cavoli.

Il costo alla fine è quello dello spazio aggiuntivo su iCloud e dell’abbonamento a Dropbox. Poca roba rispetto ai potenziali benefici.

Quindi la mia ricetta in sostanza si traduce in:

  • Disco esterno con Time Machine attivato sulla macchina principale.
  • iCloud configurato con lo spazio necessario sulla macchina principale e sulla macchina secondaria.
  • Google Drive come terzo backup
  • Dropbox come quarto backup.

Potrei eliminare Dropbox dalla equazione senza cambiare grandemente la sostanza. In realtà Dropbox mi torna utile per il backup delle foto che stanno sul mio iPhone e per la condivisione di file personali con altre persone che non riguardano attività di lavoro.

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