Un nuovo modo di lavorare… davvero?

Photo by Kristin Wilson on Unsplash

In questo ultimo anno pare che tutti siano saliti sul treno del “nuovo modo di lavorare”. Tutti ne scrivono e tutti ne parlano.

Sempre più spesso mi vedo comparire immagini di persone che lavorano dalla spiaggia o dal bordo di una piscina. Nella realtà dei fatti non sono persone vere che lavorano. Sono immagini stock che vengono appiccicate ad un qualsiasi articolo sul tema. Sì perché vorrei vedervi a lavorare con il riflesso di un sole tropicale sullo schermo di un personal computer.

Diciamo che sono profondamente convinto che ogni cosa è perfettibile, compreso il modo con il quale svolgiamo il nostro lavoro quotidiano. Come sostengo sempre, tutto è inventato e come tale può essere inventato nuovamente da un giorno all’altro.

Rimango comunque perplesso dalla narrazione ed in seguito dalla realtà dei fatti.

Se da un lato un nuovo modo di lavorare è certamente possibile dall’altro esiste uno status quo che per la maggior parte della aziende, in particolar modo quello medio-grandi, rema in senso contrario.

Esiste quindi un problema culturale che deve essere affrontato e risolto e che sostanzialmente attiene alla capacità delle aziende di fidarsi dei propri collaboratori. Cosa questo che Italia non mi sembra abbia raggiunto vette particolarmente alte.

Potremmo leggere quanto dichiara il ministro (sempre e comunque con la m minuscola) Brunetta per comprendere quanto sia alto il livello di fiducia che viene concesso ai lavoratori pubblici, salvo poi fare marcia indietro quando il Consiglio dei Ministri si dirige in altra direzione. Le dichiarazioni del Ministro Brunetta sono pubbliche ma lo stesso genere di commenti me lo immagino in qualsiasi altra azienda.

In sostanza il pensiero è: “Ma siamo davvero sicuri che se facciamo lavorare i nostri dipendenti da casa questi lavorino davvero?”. Tutto questo si basa sul fatto che il lavoro si tende a misurarlo in tempo e non in efficacia. Poco conta poi se in ufficio ti bevi ventisette caffé in un giorno o fai una pausa pranzo di tre ore per poi uscire dall’ufficio alle venti e dire che ti sei sbatutto come una pelle di daino.

Il nuovo modo di lavorare dovrebbe, in prima istanza, essere basato sui risultati e non sul tempo.

Il secondo tema importante riguarda il tipo di lavoro. E’ ben evidente che se io mi occupo di design digitale posso lavorare su una spiaggia di Lampedusa senza grandi difficoltà. Ben diverso è se lavoro alla catena di montaggio di una azienda automobilistica. Direi che è piuttosto difficile che una linea di produzione di un’auto possa essere spostata nel salotto di un lavoratore.

Il nuovo modo di lavorare non è quindi per tutti.

Esiste poi il tema del middle management. Chi di voi si è occupato di “agile transformation” sa benissimo quanto questo sia un tema critico. In una modalità di lavoro prettamente agile il middle management rischia di perdere la sua ragione di essere, ammesso che ne abbia ancora una.

Lo stesso vale per una nuova modalità di lavoro. Se il middle management svolge solo ed esclusivamente una funzione di controllo, in questo nuovo scenario non ha ragione di esistere.

Tutti comunque sembra che si siano imbarcati in questa definizione del nuovo modo di lavorare. Così come per Agile non esiste la ricetta perfetta che si può applicare a qualsiasi realtà. Ogni azienda deve valutare la sua cultura epoi disegnare la sua strada per raggiungere l’obiettivo. Così come è avvenuto per Agile mi aspetto una enorme proliferazione di azienda che si dichiareranno in grado di accompagnare nella trasformazione verso un nuovo modo di lavorare. Quello che mi domando è quanto queste siano davvero pronte per aiutare nella trasformazione o stiano semplicemente mettendo le mani nel portafoglio dei loro clienti.

Esiste infine il tema normativo. Non è possibile progettare un nuovo modo di lavorare se le norme che lo governano non si adattano ai nuovi scenari. In questo caso ritengo che la classe politica non sia in grado di comprendere in autonomia le questioni legate a questi temi. Rivedere il caso Brunetta nel caso si avessero dei dubbi a riguardo. La politica è troppo lenta rispetto alla evoluzione del mercato del lavoro. E’ necessario un cambio di passo affinché si possa parlare di un nuovo modo di lavorare.

Ultimamente Airbnb ha dichiarato che i suoi dipendenti possono decidere di lavorare da remoto per sempre. In questo parliamo di legislazione americana che permette spazi di manovra, nel bene e nel male, molto più ampi di quella Europea o Svizzera.

In Sketchin abbiamo molte persone, me compreso, che godono dello stato di frontaliere. In sostanza: se vivi in un comune entro la fascia di confine, l’unica tassazione cui sei sottoposto è quella Svizzera. Questo però è vero se e solo se non lavori al di fuori del territorio Svizzero per un determinato numero di giorni. Se superi quella quota sarai comunque sottoposto a doppia imposizione e quindi pagherai le tasse sia in Svizzera che in Italia. Vero è che esiste un nuovo accordo bilaterale che dovrebbe entrare in vigore, pare, nel 2023 e che elimina lo status di frontaliere per i nuovi contratti ma, per il momento, è come ho scritto sopra.

Quindi Sketchin potrebbe permettere ai suoi dipendenti di lavorare sempre da remoto e per farlo noi siamo pronti da sempre. Il nostro metodo di lavoro è costruito sin dalle origini per permetterlo. Nel caso in cui lo facessimo, e la persona decidesse di farne uso metteremmo la persona nella sfortunata condizione di pagare più tasse di quante non ne pagherebbe ora. E questo al di là di qualsiasi altra considerazione che riguarda la fiscalità aziendale.

Le norme quindi non ci permettono di farlo.

Io penso che sia un tema che richiede tempo e studio. Non si può e non si deve improvvisare. Non fatelo perché tutto lo stanno facendo ed è figo raccontarlo. Fatelo perché è sensato e, cavolo, cercate di farlo bene.

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