Roma

E poi ti ritrovi a dovere spendere dieci giorni consecutivi a Roma. Deicidi che non hai voglia di tornare a casa per il fine settimana. E’ Ottobre, questo fine settimana i ragazzi staranno con la mamma ed il clima è semplicemente fantastico. Jeans e t-shirt sono la norma.

Decici quindi di spendere il tuo tempo camminando per la città senza una meta precisa. Dalla periferia al centro e viceversa per due giorni. In totale quasi quaranta chilometri passo dopo passo per questa città incredibile.

Ritorni vero quei luoghi in cui sei stato felice. Qualcuno scrisse: “Non tornare mai in quei luoghi dove sei stato felice. Non sarà mai la stessa cosa”. Ecco, non è vero. Ritornare in quei luoghi ti permette di fare pace con il passato. Annulla tutto e ti permette di tenerti la parte buona di quello che è stato. Se non altro posso dire che per me è stato così.

E poi cammini, e cammini, e cammini. Ti fermi ad osservare particolari. Quelli piccoli. Quelli che ti sfuggono quando sei in macchina. Ogni angolo ha un suo fascino.

Ti fermi ad ascoltare le persone che chiacchierano. Osservi una città in movimento più o meno lento e te ne innamori, nuovamente.

Roma è una città che ha una incredibile forza. Quelli fighi direbbero che è un luogo dotato di una resilienza naturale. Nonostante tutto quello che accade di negativo nel suo ecosistema, comunque resiste. In qualche modo reagisce. A modo suo.

E se è vero che i manti stradali sono un disastro, i rifiuti si accumulano, il traffico è impazzito e altre decine di cose fastidiosissime per la quotidianità ò altrettanto vero che c’è una forza che sostiene la città. Non ne riesco a percepire la natura ma la sento.

E così cammino ancora, e ancora.

Il sole comincia a tramontare e la luce diminuisce.

Ci sei stato dentro per due giorni. Due giorni veri. Due giorni come ce ne sono pochi perché ci dimentichiamo di viverli e semplicemente ci facciamo trasportare dalla nostra agenda personale e lavorativa.

Sono stanco ma questa notte dormirò come un fanciullo. E più sereno di quando ero arrivato.

Grazie Roma!

 

Sicurezza…

In questi ultimi giorni leggo molto di cybersecurity. E’ un argomento che mi ha sempre molto affascinato e che in passato ho praticato. Oggi la quantità di strumenti a disposizione è esponenzialmente più alta rispetto ad una quindicina di anni fa.

Rimane il fatto che la sicurezza fisica è forse una delle falle maggiormente sfruttabili da un attaccante e una delle cose maggiormente sottovalutata dalle aziende. Questo è dovuto al fatto che non è un tema legato alla tecnologia ma, piuttosto, alla cultura. Tutti sappiamo come cambiare la cultura aziendale riguardo un argomento sia un tema duro come il ferro.

Questa sera devo parlare in un luogo fighetto e sono stato invitato a presenziare all’evento per tutta la sua durata. Niente di che. Normale amministrazione.

Durante la pausa per il pranzo in una bellissima location storica mi avvicino alla finestra di un ufficio e vedo appoggiata contro il vetro la statola di un router. Il lato esposto alla finestra è quello con la classicissima etichetta di prodotto. Nome del vendor, modello del router, serial number, ESSID e, magia, password WiFi.

Prendo nota della password. Una password assolutamente sicura. Una sequenza decisamente casuale di lettere maiuscole e minuscole e numeri. Perfetta secondo i crismi della creazione di una password sicura.

Con il telefono in mano comincio a girare intorno e non ci metto molto a trovare la rete WiFi in questione. 5 secondi dopo sono collegato alla rete WiFi usando le credenziali di cui sopra. Ovviamente non mi sono spinto oltre per non finire in gattabuia ma da lì in avanti uno capace avrebbe potuto trovare cose interessanti sulla rete.

Ecco un perfetto esempio di come un semplice gesto come appoggiare una scatola sul davanzale di una finestra possa diventare un rischio per la sicurezza dei proprio sistemi. Ovviamente non c’è robustezza o sicurezza che tenga quando ci sono errori di questo genere. Giusto per la cronaca ricordo di avere visto diversi video che mostravano red teams all’opera e, molto spesso, il loro lavoro partiva dall’aspetto fisico e sociale delle azienda prima ancora che con la solidità dei sistemi informativi.

Ancora una volta: la cultura fallisce molto più spesso della tecnologia.

Eventi

Ieri ho partecipato ad un evento per il quale mi è stato chiesto un intervento. Chiacchiere sul design e sulle cause del fallimento di progetti di design. Argomento interessante anche se non proprio strappamutande.

L’evento aveva, credo, sei stream paralleli con temi molto diversi. Alla fine nella sala in cui ero io ci saranno state una ventina di persone ad ascoltare le mie fregnacce. Poche.

Al termine dell’intervento tutti sono volati via.

Mi sono chiesto se questo genere di cose abbiano ancora un qualche genere di senso. Mi spiego meglio. Oramai gli eventi sono talmente tanti che, volendo, potresti non passare una singola giornata in ufficio e, spesso, mangiare e bere gratis. C’è una offerta enorme.

A questo punto viene da domandarsi se esista davvero una mole di speaker di alta qualità tale da soddisfare questa enorme richiesta di chiacchiere. Mi ci metto dentro anche io, ovviamente. Io, personalmente, cerco di ridurre al minimo gli interventi tra loro diversi. Generalmente ogni hanno sforno al massimo due presentazioni serie da usare in tutti gli eventi ai quali partecipo. Questo perché ci voglio mettere pensiero dentro e metterci pensiero richiede tempo e sudore. Non è parlare per parlare o soddisfare il proprio ego. E’ parlare per dire qualcosa di utile.

C’è da domandarsi se non sia il caso di cambiare la forma con la quale i programmi di questi eventi vengono comunicati. Forse non basta più il titolo dell’intervento, il nome dello speaker e la sua biografia. Bisognerebbe entrare più in profondità. Forse pubblicare il materiale in anticipo aiuterebbe le persone a capire se davvero quell’intervento vale il loro tempo. Idealmente mi immagino un programma interattivo con il quale le persone e lo speaker possono interagire prima dell’evento. Una forma nuova di ingaggio che non sia totalmente passiva come lo è oggi.

Credo che sia il caso di utilizzare in maniera migliore il tempo che abbiamo a disposizione ed io, in qualità di speaker, ho sempre molto rispetto del tempo che le persone mi dedicano.

Forse per questa ragione faccio un pochino il prezioso riguardo alla mia presenza.

Hack the box!

Una pioggia leggera mi toglie ogni desiderio di uscire di casa nella serata di ieri. Ho il computer sul tavolino davanti al divano e decido di farmi un giretto su YouTube.

Mi guardo un paio di talk dell’ultima edizione di Blackhat e mi dico che tutto sommato ci si potrebbe divertire un pochino. Data la responsabilità che l’età impone decido che è meglio evitare di trovarsi la Polizia Postale alla parta di casa e per questo cerco qualche alternativa altrettanto divertente ma che non richieda il compimento di nessun reato.

Dopo cinque minuti di ricerche mi ritrovo su hackthebox.eu. Esattamente quello che cercavo. Esploro il sito per qualche tempo e decido che sembra abbastanza divertente e, sopratutto, sicuro dal punto di vista legale.

A questo punto clicco sul link “Join” e subito la cosa diventa molto divertente. Per potersi iscrivere al sito è necessario un codice di invito. Ricordando gli insegnamenti del passato leggo la pagina con attenzione ed infatti: “Feel free to hack your way in :)”

Chiarissimo.

Dopo circa quindici minuti avevo il mio codice di invito per registrarmi. Alla fine per rendere le cose un pochino più divertenti, almeno per questa prima challenge, ho scritto l’algoritmo per la decodifica di una stringa Base64 in Python. Dopo tantissimi anni andare a rileggersi un RFC per capire come funziona una cosa mi ha dato grande soddisfazione. (Per la cronaca: https://tools.ietf.org/html/rfc4648)

Livello di difficoltà 0–

Una mezz’ora di relax e distanza dalle menate quotidiane.

Se domani sera trovo qualche oretta, e la voglia, comincio a mettere le mani sulla mia prima “machine”.

Comunque capisco, un argomento decisamente “scacciafiga“. Tollerate con pazienza un nerd anziano.

P.S. Il sito ha un tier free che trovo perfettamente adatto al mio desiderio di giocare. In caso contrario dovete smollare 10 GBP al mese.

La password

Sono anni che uso una applicazione per gestire tutte le mie password e l’insieme dei miei dati sensibili. Questo mi permette di dovermi ricordare una sola parola chiave per avere accesso alle quasi 2500 password che nel corso degli anni si sono accumulate. Data l’età anagrafica non è poco.

Proprio per via della età ogni tanto faccio comunque casino e mi perdo qualche cosa. Oggi mi sono trovato nella condizione di dovere fare un pagamento dal mio conto Widiba e la password memorizzata nel mio password manager non era corretta. Evidentemente devo avere compiuto un accesso da mobile tempo addietro, mi deve essere stato richiesto un cambio di password e lo ho fatto senza utilizzare la mia applicazione per la gestione delle password. Sintesi: non posso accedere al mio conto proprio nel momento in cui devo fare un pagamento entro oggi.

Ho sempre considerato Widiba come un servizio ottimamente progettato e una sorta di benchmark in Italia per la categoria. Questo sino a che non ho dovuto recuperare la password.

Procedimento:

  • Vai sul sito di Widiba e dalla finestra del login selezioni “Recupera dati di accesso”.
  • Ti viene chiesto di inserire il tuo codice fiscale e, una volta fatto, vieni informato che la tua richiesta di recupero della password è iniziata.
  • Non ricevi nulla via posta elettronica.
  • Ricevi una telefonata da un numero che non hai in rubrica. (Va detto che è mio costume non rispondere mai a numeri che non ho in rubrica).
  • Il signore, o la signorina in questo caso, ti dice che per eseguire un cambio della password devi mandare un messaggio (ho scelto WhatsApp) al numero che lei ti fornisce e che contenga la parola chiave segretissima che lei ti dice.
  • Una volta che qualcuno avrà visto questo video ti verranno inviate le istruzioni per cambiare la password.

Non vi sembra un pochino complicato? Va bene la trasformazione digitale e che tutti abbiamo WhatsApp e ci piace un casino fare video e siamo tutti molto gggiovani e cazzi e mazzi… Sta di fatto che nel 2019 per cambiare password non ci posso mettere 8 ore…

Oltretutto cara Widiba sai benissimo quale è il mio numero di cellulare e quindi uno straccio di OTP me lo puoi anche mandare là senza tutte queste menate.

Anche nelle cose migliori manca sempre quel quid che potrebbe renderle perfette.

Cara INPS, se non pago i contributi della babysitter entro stasera è colpa di Widiba, non mia. Sappilo!

Compiti

Aiuto Beatrice con i suoi compiti.

Questa settimana abbiamo a che fare con il completamento di un esercizio per l’Ora di Codice e con la creazione di grafici sul computer.

Arriva con il suo portatile e la vedo scioltissima nel collegarsi al sito sul quale deve eseguire l’esercizio sull’Ora di Codice. E’ venuta da me chiedendomi aiuto ma vedo che procede spedita in autonomia nella soluzione dei problemi che le vengono sottoposti. Evidentemente il lavoro che ha fatto durante i vari eventi Coderdojo cui ha partecipato in passato ha dato i suoi frutti. Completa il tutto in una decina di minuti. Non ha mai avuto bisogno di aiuto e le riconosco delle discrete doti di astrazione nella soluzione dei problemi. Qualche osservazione ben fatta mi fa sorridere.

Ai miei tempi queste cose non c’erano e chi appartiene alla mia generazione ha seguito tutt’altre strade per arrivare, con grandissimo ritardo rispetto ai coetanei di Beatrice, alla stessa consapevolezza. Io ho consumato tre o quattro copie del Kernighan e Ritchie qualche anno dopo la sua età e con difficoltà molto maggiori. Questo senza contare il fatto che avere a portata di mano un compilatore nel 1980 non era proprio una cosa facilissima.

Stessa scioltezza con la creazione dei grafici. Il libro di testo è evidentemente orientato a realizzare il compito usando Excel ma Beatrice usa un Mac. Si è quindi mossa per capire come gli stessi concetti potessero essere trasposti su Numbers. Rimango stupito anche in questo caso. Sciolta e veloce. Oltretutto con un discreto senso estetico e una chiara consapevolezza del valore degli spazi negativi.

Non mi ha mai chiesto aiuto ma mi ha solo voluto vicino in caso di necessità. Tutto sommato dovrebbe questa la funzione di un padre.

 

Leggerezza perduta, forse.

E poi ti svegli tardi in una mattina di Ottobre. Gli ultimi quattro giorni spesi a letto con la febbre alta, la bronchite e troppo, troppo tempo per pensare.

Una di quelle mattine in cui ti piacerebbe risentire la voce di tua madre dal piano di sotto che ti esorta a darti da fare: “Alessandro, non sarebbe il caso di alzarsi e fare qualcosa di utile?”.

Scendere in cucina per fare una colazione tardiva, quasi un brunch come direbbero quelli fighi. Incrociare lo sguardo di tuo padre in salotto nella sua solita poltrona ed il suo solito giornale. Il sopracciglio alzato, massimo segno della sua disapprovazione.

Assenza di consapevolezza nei riguardi delle proprie responsabilità. O, forse, totale assenza di responsabilità che non siano quelle di portarsi a casa un anno scolastico con dei voti decenti. Nulla di più. La leggerezza di questa situazione e, ancora, l’infinita serie di opzioni che hai davanti a te. Tu non lo sai.

Avere la consapevolezza dei miei 52 anni e la leggerezza dei miei 18 anni.

Un abbraccio in più a mio padre che, troppo spesso, aveva ragione e non lo ho mai riconosciuto. Piuttosto, il contrario. La determinazione di mia madre nei nostri confronti che ho troppo spesso confuso con troppo rigore.

Eppure non tutto è perduto. Quella leggerezza è ancora lì. E’ semplicemente sepolta nel quotidiano, nei doveri più o meno stringenti. Nella normalizzazione che ci viene imposta dai ruoli e dalla società.

E infine ti ritrovi a cucinare una crostata con tua figlia ascoltando i rumori del lago. La farina, il burro e lo zucchero che si spargono sul tavolo e sul pavimento. Sporcano i nostri vestiti e noi ce ne freghiamo ridendo come due ragazzini. Lei una ragazzina lo è. Io sono tornato indietro a quella leggerezza che pensavo perduta per sempre. In fondo, è solo una convenzione imposta. Nulla di più, nulla di meno. E’ davvero tutto inventato.

E anche il pensiero dei coglioni che ti circondano diventa più leggero. Non sanno, non sapranno mai. E va bene così.

Ora vado, ché la crostata è quasi pronta.

Metterla giù dura…

“… l’importante è sapersi prendere in giro come faceva Jacques Tati e anche non metterla giù troppo dura con questo design, prendere la società com’è.” – Achille Castiglioni

Ecco! Questa è esattamente la sintesi del mio pensiero quando penso al design, qualunque tipo di design.

Da un lato la necessità di fare le cose per bene. A regola d’arte come si usava dire un tempo. Essere dei professionisti con delle basi solide che poco lasciano alla improvvisazione.

Al centro la necessità di non prendersi mai troppo sul serio. Chi mi conosce mi ha spesso sentito affermare che “non faccio il neurochirurgo. Non salvo la vita a nessuno”. Questo mi lascia lo spazio necessario, e abbondante, per non prendermi troppo sul serio e per non prendere troppo sul serio quello che faccio.

All’altro confine di Achille Castiglioni: “… non metterla giù troppo dura con questo design.”

Lo dico con cognizione di causa. Ho avuto modo di lavorare con qualcuno che la metteva veramente giù dura, durissima, con il design. Vi assicuro non porta nulla di buono se non una insana esaltazione del proprio ego. Ripeto. Non facciamo i neurochirurghi e non salviamo la vita di nessuno. Avrei dovuto lasciare una stele: “Alexander hic fuit”.

Abbiamo la grande fortuna di fare un lavoro affascinante e non vedo per quale motivo dobbiamo vestirlo di qualcosa che non è. Perché dobbiamo renderlo greve e difficile?

Quindi: “in medio stat virtus”

Ricerca della bellezza, della utilità, della funzione, della leggerezza e dell’equilibrio.

Tutto il resto sono cazzate, davvero.

Malsane abitudini

Ho avuto uno scontro piuttosto acceso, almeno per quanta riguarda la mia controparte, sull’uso di uno strumento di e-banking.

Use Case: Sono una delle due persone che ha credenziali dispositive sui nostri conti aziendali in Svizzera ed in Italia. In Italia usiamo una banca, di cui non farò il nome, che ha uno strumento di e-banking tanto usabile quanto un carro armato in un negozio di cristallerie ungheresi. Per questa ragione ricevo messaggi dalla mia amministrazione che mi chiede di eseguire dei pagamenti più o meno programmati. Ogni volta perdo tra i quindici e i trenta minuti alla ricerca dei pagamenti in questione. Questo perché i pagamenti sono divisi in una ventina di categorie diverse sepolte in altrettanti voci di menu.

Siamo nel 2019 e la mia osservazione è stata che questo è inaccettabile. Ho chiesto al mio CFO di mettersi in modo per trovare un altro istituto di credito che mettesse gli utenti in grado di creare valore con il loro tempo invece di perderlo navigando nei loro sistemi.

Dall’altro lato della barricata abbiamo i nostri azionisti di maggioranza che con l’istituto di credito esistente hanno sempre convissuto felicemente.

Alla mia rimostranza mi è stato detto che se non in grado di capire dove si trova un pagamento forse sarebbe il caso che lo facessi fare a che ne è capace.

Mi è cresciuta una grande rabbia e confesso di avere risposto male.

Ripensando a quanto accaduto ho riflettuto su degli aspetti che sono chiave nel mondo fisico/digitale di oggi.

1. Ci sono persone che sono nate con una certa ondata digitale, più o meno vecchia, ed il cui cervello ha imparato a superare tutti gli errori di progettazione commessi. Il loro cervello ha oramai imparato dei percorsi standard e si limita a replicarli.

2. Questo li rende assolutamente impermeabili al fatto che è possibile una progettazione intorno all’utente e non intorno al servizio. Qualsiasi iniziativa digitale ed esperienzale è un fallimento con questi soggetti. Il rischio di un rigetto totale rispetto alle abitudini consolidate è enorme.

3. Sorge il sospetto che una certa farraginosità sia costruita ad arte per fare in modo che il processo sia lungo e tortuoso. Una sorta di job generator.

4. L’abitudine che si crea a questi orrori di usabilità è da combattere con tutte le forze e tu, da utente, la combatti con il tuo portafoglio e le tue scelte. Se l’usabilità di un servizio fa cagare, fallo notare e cambia fornitore. Se continuiamo a giustificare questi orrori non cambierà mai nulla. (Considerazione di carattere più generale, ovviamente)

5. Cazzo, un pagamento è un pagamento. Per quale motivo me li devi frammentare in settecento opzioni diverse. Il mio cervello assume semplicemente che devo dare dei quattrini a qualcuno e poco mi frega del tecnicismo relativo al pagamento. Di questo si occupi la piattaforma.

Fine della tirata.

Rancori

Alla mia veneranda età sono giunto alla conclusione che serbare rancore è una attività del tutto priva di senso e decisamente poco raccomandabile per una vita equilibrata.

Nonostante questo, ne conservo gelosamente un paio. Li coltivo quasi giornalmente e sono diventati una sorta di hobby. Questi due proprio non voglio lasciarli andare e me ne prendo gran cura. Di fatto essi non condizionano certo la mia esistenza ma studio incessantemente il modo in cui in giorno pareggerò i conti.

Sicuramente non ne otterrò alcun vantaggio personale, professionale od economico. Sarà semplicemente il momento in cui mi gusterò il sapore della rivincita. Sfida di lungo periodo. Ma di quelle che mi appassionano di più.

Estote parati.

Fragilità

Fràgile

fràgile agg. [dal lat. fragĭlis, der. di frangĕre «rompere»]. – 1. Che si rompe facilmente, spec. per urto: il vetro è f.; recipienti, ninnoli f.; il f. stelo d’un fiore; le ossa dei vecchi sono f.; fragile, scritta posta su casse di spedizione, e sim., che contengono oggetti fragili, come avvertimento a usare cautela nel trasporto. 2. fig. a. Che oppone scarsa resistenza al male fisico e morale, quindi debole, gracile, poco fermo: salute f., costituzione f.; animo f.; una giovinetta f. e delicata (o, determinando, fisicamente, psichicamente fragile). b. Che non resiste alle tentazioni, che cade facilmente in colpa: una volontà, una virtù f.; la f. natura umana. c.Debole, inconsistente, riferito a teorie, ipotesi, argomenti. d. letter. Instabile, di poca durata: speranze, propositi f.; i f. beni mondani. ◆ Dim. fragilino, alquanto fragile. ◆ Avv., raro, fragilménte, con fragilità, debolmente, senza energia.

C’è stato un tempo in cui sono stato molto fragile e questo tempo è stato molto lungo. Lentamente mi sono indurito, sono divenuto più cinico, ho sviluppato degli anticorpi molto efficaci e ho capito che di molte cose potrebbe non fregarmi di meno.

Ora sono sufficientemente corazzato per resistere ad urti consistenti.

Rimane il fatto che ci sono due effetti collaterali da non sottovalutare.

Il primo consiste nel fatto che la corazza è oramai talmente impenetrabile che veramente poche persone sono in grado di attraversarla. Conseguenza di questo è che perdi qualcosa di valore a favore di un minore rischio di provare delusione e dolore.

Il secondo è che in realtà la corazza ha qualche smagliatura. Una sorta di tallone di Achille. Se si tocca quel punto l’incantesimo si rompe ed è sempre piuttosto doloroso.

 

Affilare

Oramai da quasi un anno coltivo una passione per i rasoi a mano libera.

Mi piace la manualità che trascinano con sé e l’idea che ci siano delle persone che in mondo oramai sempre più digitale ancora di dedicano alla creazione di oggetti come questi. Finora ho scelto quasi sempre rasoi creati da artigiani piuttosto che di provenienza industriale.

Il rasoio a mano libera è un oggetto tutto sommato semplice da maneggiare ma richiede cura e attenzione. L’uso quotidiano consuma il filo della lama e richiede una affilatura di tanto in tanto.

L’affilatura dei rasoi è un arte. Questa avviene per mezzo di pietre sulle quali scorre la lama del rasoio.

Esiste una varietà infinita di pietre per l’affilatura dei rasoi a mano libera. Ci sono pietre diverse per ogni fase della affilatura. Pietre per bisellare, pietre per affilare, pietre per lucidare, pietre per finitura e via dicendo. Come per qualsiasi altra cosa esistente sul pianeta non esiste un limite di spesa per le pietre da affilatura. Ci sono pietre che arrivano molto semplicemente a qualche migliaio di euro di costo.

Affilare è una cosa che mi diverte perché richiede conoscenza, pensiero, sensibilità e attenzione.

Ogni rasoio è fatto di acciai diversi nella loro natura e devi imparare a conoscerli. Con il tempo, la pratica ed i fallimenti impari a riconoscere quali sono le pietre migliori per ogni rasoio nel tuo arsenale.

Comincia a fare scorrere lentamente la lama sulla pietra facendo attenzione a non esercitare una pressione eccessiva. Senti nelle mani l’attrito che si sviluppa e puoi sentire il rumore durante il movimento. Durante il processo ci sono cambiamenti, spesso quasi impercettibili, che con il tempo impari a riconoscere. E’ come se la lama e la pietra si incontrassero e cominciassero a conoscersi per poi avvicinarsi sempre di più sino al risultato finale che è la perfetta affilatura.

Non esiste una ricetta generale per l’affilatura. Al momento dei primi approcci con questo mondo cercai di documentarmi e utilizzai diverse ricette preconfezionate. Tante passate sulla pietra x, tante sulla pietra y e via dicendo.

La realtà delle cose è che devi imparare a leggere il comportamento degli oggetti che stai maneggiando e capire la relazione tra di loro. Comprendere quali coppie sono efficaci e quali lo sono meno o, addirittura, dannose.

E’ una sensibilità che si guadagna con il tempo e la soddisfazione è grande quando trovi una combinazione che funziona.

Lo stesso processo è incredibilmente appagante. La ripetizione continua del gesto ti porta in uno stato di grazia che è molto vicino alla meditazione.

Alla fine ti ritrovi a sviluppare una manualità che è difficile trovare altrove. Le dita che sono abituate a muoversi su una tastiera per più di otto ore al giorno imparano a relazionarsi con oggetti delicati.

Finalmente arrivi ad avere un rasoio affilato ed una serenità che spesso è difficile raggiungere.

Pochi giorni…

Ancora pochi giorni e saranno 52 anni.

Mi volto ad osservare gli ultimi anni ed un brivido percorre la schiena. Che incredibile giro di giostra sono stati.

Facendo un breve riassunto:

  • Ho realizzato che si può cambiare, anche radicalmente, in qualsiasi momento della propria esistenza. Oggi sono la migliore versione di me stesso mai esistita. Questo vale sia personalmente che professionalmente.
  • La necessità del cambiamento deve nascere dentro di te. E’ impossibile che possa essere stimolata da fattori esterni. Al più è possibile che fattori esterni la decelerano o la accelerano. Niente e nessuno può spingerti a cambiare se non decidi tu di farlo.
  • E’ sbagliato pensare di cambiare in funzione di un qualsiasi obiettivo che non sia sé stessi. Se questo è l’obiettivo il fallimento e la delusione sono dietro l’angolo.
  • Sono finalmente riuscito ad eliminare quasi completamente la rabbia ed il rancore. Questo non toglie che esistano momenti in cui prenderei volentieri a pugni in faccia in paio di soggetti. Un giorno potrei togliermi la soddisfazione. Giusto per.
  • Sono riuscito a dare un senso più compiuto a quello che faccio ogni giorno eliminando distrazioni e dedicandomi a quello che mi piace.
  • Non desidero più cose ma esperienze.
  • Continuo a fare le mie cazzate come un tempo. Forse ora le faccio avendo la consapevolezza ex ante che sono cazzate.
  • Alla fine ho perso 35 chili, e si vede.
  • Persone che sono state importanti si sono allontanate, altre si sono avvicinate, altre sono in stato “non pervenuto”. Sti cazzi…
  • Sono perfettamente consapevole del valore del mio tempo e non sono disposto a perderlo.
  • Posso dire, e dico, quello che mi pare avendo ben chiare le conseguenze delle mie parole. Se dico qualcosa lo dico perché lo penso e perché ci ho riflettuto.
  • Dico pochissime bugie, e quello poche sono bugie bianche.
  • Corro quasi tutti i giorni e mi diverto pure.
  • Lettura, musica e codice sono strumenti fondamentali,
  • Ho due figli che sono una meraviglie e che, nonostante tutto, stanno venendo su molto meglio di quanto potessi mai aspettarmi.
  • ed infine… sono seduto sulla riva del fiume a prendere il sole, sicuro del fatto che qualche cadavere passerà. Gli regalerò un sorriso.
  • tutto il resto non esiste.

E ora vado a leggermi la Domenica de Il Sole 24 Ore.

 

Ribrezzo

Questo governo mi fa veramente ribrezzo da qualsiasi punto di vista io lo osservi.

Un’armata Brancaleone (tra)vestita da salvatori della patria ed equipaggiata con la peggiore dose di populismo che si sia mai vista.

Un ministro dell’interno, sì, decisamente minuscolo, che svicola da un tribunale pur sentendosi in diritto di farci andare chi ha osato criticarlo (non cogliendo nemmeno il paragone implicito e superbo nella definizione che gli è stata data).

Una summa di pressapochismo e incompetenza condita da una arroganza inaudita.

Mala tempora currunt.

Chapeau per la capacità di usare gli strumenti di comunicazione in maniera sin troppo efficace. Del resto era già stato fatto in passato. In questo caso hanno copiato bene.

E dire che sarebbe sufficiente usare la testa…

Eri grande, papà

Questa mattina mi sono svegliato con il ricordo di te, papà. Credo che sia per via della giornata di festa che oggi è dedicata a noi papà.

Ho un ricordo di quando, ragazzino, ti vedevo nello studio chino sui tuoi libri di ingegneria a prendere appunti con quella calligrafia minuta e scrupolosa che poi è diventata anche la mia. Certo, la mia è un pochino meno scrupolosa. Più veloce e nervosa rispetto alla tua.

Ricordo quel libro che stava sempre in cima. E’ buffo come mi sia rimasto impresso questo ricordo. “Strenghts of materials” era il titolo e, pensa, tanto mi colpì in quegli anni che ricordo anche il nome dell’autore: Stephen Timoshenko. Fu il libro che ti portasti in ospedale anche in quegli ultimi giorni.

Un giorno mi dissi che se nasci ingegnere, morirai ingegnere. Credo tu avessi ragione.

Questa mattina ho ripreso lo scatolone con i tuoi appunti. Non c’erano ancora i computer e facevi tutti i tuoi calcoli a mano. Li ho scorsi lentamente dal primo all’ultimo anche se non sono in grado di comprenderne il contenuto e, sopratutto lo scopo.

Ancora una volta avrei voluto essere come te.

Ricordo di come ti raggiungevo appena scendevi dallo studio chiedendoti di darmi carta e matita perché dovevo progettare qualcosa e ricordo la tua pazienza mentre mi ascoltavi raccontare delle macchine fantastiche che disegnavo. La matita. Tu mi dissi che si usa la matita finché le idee non sono fissate e pronte per essere condivise. Solo quello è il momento della penna.

Abbiamo litigato. Spesse volte in maniera molto dura e mi rincresce non avere l’opportunità di dirti che su alcuni temi avevi ragione. Mi dispiace non poterti dimostrare che su altre faccende avevo ragione io. Questo confronto da adulti mi manca ed è il più grande rimorso che ho.

Volevo essere come te.

Alle elementari raccontavo ai miei compagni di classe che il mio papà faceva un lavoro così importante da permettere a tutti di accendere le luci in casa propria. Anche io volevo fare qualcosa che facesse accendere le luci. Oggi non faccio accendere le luci ma credo di fare un lavoro in cui costruisco qualcosa, sebbene di meno tangibile della corrente elettrica.

Oggi mi piacerebbe portarti con me in studio e farti vedere quello che faccio e quello che ho fatto. Sono certo che tu saresti asciutto come tuo solito ma vivo con la convinzione che saresti fiero di me o, almeno, della maggior parte di me.

Perché sai, papà, ci sono delle parti di me di cui non sono affatto fiero e mi manca l’opportunità di parlartene.

Eri grande, papà. Non te lo ho mai detto, ma eri grande.

Spero che solleverai lo sguardo dal luogo in cui ti trovi ora e che tu sorrida.

Ho fatto del mio meglio come tu mi hai sempre chiesto,