Allo sportello

Venerdì pomeriggio mi chiama la mia assicurazione dicendomi che la quietanza del mio sinistro di Novembre 2019 è disponibile in agenzia. Mi viene un pochino da sorridere perché se mi dici che è disponibile in agenzia questo significa che è qualcosa di fisico.

Ed infatti lo è: è un assegno a me intestato.

Non esiste altra soluzione che prendere la macchina, farsi una novantina di chilometri per andarlo a prendere, andare in banca a versarlo, e farsi serenamente il viaggio di ritorno. Tre ore di tempo perso. Alla faccia della Digital Transformation.

Vado a riprendere il tanto atteso assegno e poi mi sposto per andare in banca. Credo che siano almeno cinque anni che non metto piede fisicamente in quella banca.

Infatti arrivo sul luogo dove mi ricordavo che fosse lo sportello della mia banca e mi ritrovo nella scena del film “Il marchese Del Grillo” dove, in via dei banchi vecchi, al banco del malcapitato viene sostituito un orinatoio.

“Eppure era qui!” diceva il poveretto.

Io ho fatto la stessa cosa trovando al posto della sede della banca un negozio WheelUp.

Ok, cerco su internet dove hanno messo la nuova sede e scopro che si trova a cinque chilometri di distanza, in un altro comune. Salgo in macchina e ci vado.

Arrivo intorno alle 9.30 ma la filiale non apre sino alle 10.00 perché pare che qualche sera prima abbiano fatto saltare in aria il Bancomat e quindi la filiale non apre prima di quell’ora “per via delle indagini delle forze di pubblica sicurezza”.

Non sono l’unico ad avere questa sorpresa. Fuori dalla filiale si forma la classica coda Italiana, disordinata, chiassosa e con un concetto del diritto di precedenza piuttosto dubbio. “Ho i miei figli a casa da soli”, “devo dare da mangiare al gatto”, “ho la macchina in doppia fila”.

Aspetto diligentemente il mio turno.

Si entra due alla volta. Uno raggiunge lo sportello e l’altro si tiene a debita distanza per via della privacy, ed ora anche per via del distanziamento sociale. Per entrare devi compilare un modulo dove attesti di non essere contagioso, di non avere la febbre o sintomi influenzali e di volere molto bene alla tua mamma. Tutto questo senza gel igienizzante vicino alla pila di moduli e con una penna condivisa. Bene, uso la mia penna ed il mio gel prima e dopo.

Lo spazio interno della banca è molto ampio ma è assolutamente vuoto. C’è una persona seduta ad un tavolo con sopra scritto “Clienti Privati” ed una sola persona allo sportello. La persona allo sportello si deve occupare di gestire il cliente che ha davanti, gestire le persone che continuano a citofonare per chiedere la qualunque e gestire l’apertura e la chiusura delle porte di sicurezza.

Per quanto uno possa essere ferrato in tema di multitasking questa non è certamente la situazione ideale tanto che, io sono il secondo cliente della giornata, la signora ha già sbarellato dopo il primo cliente.

Verso il mio assegno e devo apporre due firme digitali. Niente da fare, il tablet dedicato alla firma digitale non ne vuole sapere di chiacchierare con il computer a cui è collegato per cui di procede con la casa vecchia carta.

Ora ricordo benissimo perché ho smesso di andare allo sportello.

E’ abbastanza ovvio che tutto questo si sarebbe potuto evitare disegnando un customer journey degno di questo nome a partire dalla assicurazione della controparte.

Rimane sempre una area grigia su cui nessuno investe. I momenti di handover tra un servizio e l’altro. Questa è una questione pelosissima perché da un lato è uno snodo fondamenta della esperienza utente e dall’altro si trova in una zona di confine in cui non è chiaro chi ci debba mettere le risorse per farla funzionare.

Benvenuta trasformazione digitale.

5/89

Sono passati 31 anni da quando varcai la soglia della Caserma Camandone a Diano Marina per adempiere al mio servizio militare.

Dovevo spenderci una trentina di giorni per poi essere spedito a Vercelli ed invece ci rimasi per un anno intero.

Molti chiamavano la caserma Albergo Camandone per via del luogo in cui si trovava e per il trattamento che riservava ai suoi residenti fissi. Sì, perché era un Centro Addestramento Reclute, altrimenti detto CAR ed ogni mese arrivavamo circa 1300 giovani che ricevevano il loro primo addestramento prima di essere spostati verso la destinazione definitiva.

Ero appena uscito dall’università e quindi non avevo diciotto anni come la maggior parte di quei giovani. Questo rendeva tutto più facile. Affrontavi la cosa con un’altra maturità e ne subivi meno i limiti.

Se dal lato paterno provengo da una famiglia di ingegneri, dal lato materno provengo da una famiglia di militari di carriera. Molti di loro con grado elevato nell’esercito e nei carabinieri ed alcuni di loro coinvolti in vicende serie che hanno riguardato l’esercito.

Avrei potuto chiedere di essere aiutato ad entrare negli Allievi Ufficiali di Complemento ma non lo feci. Che andasse come doveva andare, come tutti i ragazzi come. Non fu una cattiva scelta.

Molti hanno ritenuto quell’anno un anno perduto prima di iniziare una carriera. Se da un lato arrivai in caserma con quella idea, dall’altro dovetti ricredermi. Credo che sia stato uno dei passaggi fondamentali che mi ha reso quello che sono oggi. E questo non perché abbia imparato la disciplina o la capacità di obbedire a degli ordini. Niente affatto. Chi mi conosce sa bene che ho una naturale avversione verso l’autorità.

E’ stato utile perché mi ha fatto conoscere il paese reale in una età in cui non è facile rendersi conto della realtà. Ogni mese compilavamo le statistiche per il Ministero della Difesa e ti rendevi conto della fortuna che avevi avuto a potere studiare. I laureati erano meno del 4%, i diplomati stavano sotto il 10%, c’erano molti analfabeti e la maggior parte con un diploma di scuola media. Questa era la realtà. Tutte le persone che incontravi in aula in università erano una modestissima percentuale del totale dei ragazzi in quell’intorno di età.

Ogni mese all’arrivo dello scaglio si procedeva all’incorporamento. Ero un furiere e me ne occupavo. Scoprivi che c’erano persone che a diciotto anni erano saliti per la prima volta in treno, persone che non erano in grado di parlare in Italiano ma solo in dialetto, altre che non si erano mai allontanate dal paese nel quale erano nati. Fu un bagno di realtà ed in seguito mi ha aiutato molto a cercare di capire le persone che avevo di fronte.

E’ stato un anno sotto certi versi surreale. Il mondo militare ha proprie regole e molte di queste risalgono a decenni addietro. Il linguaggio che si doveva usare nelle comunicazioni era vetusto, ti trovavi a fare delle cose assolutamente insensate e spesso ti scontravi con un meccanismo che poco aveva di affine con il mondo da cui provenivi.

Sono centinaia gli aneddoti che potrei raccontare di quell’anno. Non passava giorno che non accadesse qualcosa di ridicolo o di drammatico.

Ricordo i pianti dei ragazzini che non riuscivano a stare lontani dalla famiglia o dalla fidanzata. Le code alle cabine del telefono con sacchetti pieni di gettoni telefonici. Le persone sedute sui gradini a scrivere lettere. Le simulazioni di coloro che tentavano di farsi inviare in ospedale militare auspicando di venire riformati. Surreale. Molto.

E quindi ti ritrovavi a parlare con un ragazzino barese che sentiva la mancanza della famiglia e te lo portavi appresso a cena per fargli un po’ di compagnia. Quel tipo di Ferrara che voleva scappare per raggiungere la ragazza. Ho decine di queste storie e ogni volta che ci penso mi viene da sorridere.

Ricordo i drammi delle persone che per una qualche mancanza venivano punite e quindi non potevano godere della libera uscita per qualche giorno. Capitava, spesso, anche a me e non ne facevo certo un dramma. Bastava sdraiarsi sulla branda con un buon libro ed il gioco era fatto. Come dicevo, altra età.

Ci furono grandi amicizie che resistono al tempo e che frequento con grandissimo piacere e grande stima anche oggi. Ho conosciuto persone di valore.

Mi ricordo il mio capitano, il Capitano Giuseppe Criscuolo, animo nobile e bravissima persona e con una indole artistica. Anche quello fu una conoscenza importante. Mi aiutò molto nel mio lavoro ed ancora oggi gli sono grato. Ci teneva, come pochi altri in quell’ambiente.

Si potrebbero scrivere pagine e pagine di quell’anno ripescando nei ricordi e nei volti delle persone che ho incontrato.

Come in qualsiasi gruppo sociale sufficientemente vasto ho incontrato persone di valore e persone di una stupidità assoluta.

Potremmo dire che è stato un anno sabbatico. Spesso ci ripenso con nostalgia. Credo che sia stato uno degli anni più leggeri che io abbia mai trascorso.

Credo che se fosse possibile, lo rifarei senza esitazione.

12 anni

Esattamente dodici anni fa nasceva mia figlia Beatrice.

Beatrice è sempre stata una donna che ha fretta. Ricordo molto bene quel giorno. Mi trovavo nel mio ufficio a Trezzano sul Naviglio e la data di termine della gravidanza non era vicina.

Ricevo una telefonata da mia suocera che mi avvisa del fatto che lei e mia moglie stanno correndo in ospedale perché si sono rotte le acque e sono cominciate le contrazioni.

Ricordo di avere mollata tutto e sono saltato in macchina. Credo che nella mezz’ora che ho impiegato per spostarmi dalla sede di H3G alla clinica Mangiagalli avrebbero potuto ritirarmi la patente almeno tre volte.

Salgo di corsa in corsia e chiedo alla caposala dove si trova mia moglie. Lei mi guarda con uno sguardo pieno di rimprovero e mi dice: “Siete sempre in ritardo. Sua figlia è nata dieci minuti fa!”

Mi sono innamorato di lei non appena la ho vista. Quegli occhi scuri ed i capelli che già avevano il colore di oggi mi hanno stregato all’istante. La ho presa tra le mie braccia ed anche ora che scrivo queste righe mi sembra di ricordare il .. profumo.

La ho vista crescere in questi anni. Sono stati anni meravigliosi e sono molto fiero di lei. Oltre che sempre di fretta è sempre stata una donna decisa, fin troppo. Il suo carattere è forte, in alcuni momenti sin troppo duro con sé stessa e con gli altri.

Fin da piccola è stata così. Come quella volta all’asilo dove ha mandato a stendere il tuo fidanzatino che era ritornato da lei dopo averla lasciata per una sua compagna, secondo lui, più bella.

La ragazza è sveglia. Aveva più di cinque anni e ci trovavamo nella mia auto. Lei mi chiese se uno più uno faceva due. Confermai. Subito dopo mi chiese se due più uno faceva tre. Io le risposi ancora una volta di sì. Rimase in silenzio per alcuni secondi e poi disse: “Papà ma se ad ogni numero posso aggiungere uno allora i numeri non finisco mai!”. Rimasi di sasso e, passato lo stupore, sorrisi.

E’ caparbia la ragazza. Ovviamente per ciò che le interessa e non per quello che interessa a noi genitori. A me questo tratto piace sin troppo.

Beatrice, se ne ha bisogno, sa essere feroce. Una volta mi disse che con le parole si può fare molto male e che lei ne è capace. Le dissi che è vero, ma che è altrettanto vero che con le parole si può fare del bene. Rimase perplessa, ma credo che capì quello che le stavo dicendo.

La mia ragazza ha la scorza veramente coriacea. Quando era piccina si è alzata di notte durante una vista a nostra suocera, è inciampata in un gradino e ha sbattuto violentemente il mento. Sangue ovunque e corsa al pronto soccorso. Non ha battuto ciglio e non ha versato una lacrima. Al contrario, si è lamentata perché non poteva vedere quello che stava facendo il chirurgo con il suo mento.

Se si riesce a superare la sua superficiale durezza si trova un cuore buono e un animo gentile.

Questi dodici hanno sono trascorsi come un battito d’ali. Non so se come padre ho fatto un buon lavoro. Sappi che non c’è stato un solo momento nel quale per te non ho dato il massimo.

Sei nata il 4 Luglio, ed un pochino porti dentro di te il significato di questa data.

Ragazza mia, buon compleanno! Ti auguro che la vita ti sorrida come tu fai ogni singolo giorno.

Tuning

Da quando ho portato a casa la tanto desiderata motocicletta ho deciso di fare qualche piccola modifica per renderla, a me, più appetibile.

Alcune cose standard non mi piaccio molto e dato che comunque è già di per sé un vero gioiello, perché non renderla esteticamente perfetta?

Chi è stato possessore di una motocicletta Harley Davidson ha probabilmente messo le mani sul catalogo delle parti custom che si possono acquistare. E’ un librone tipo elenco del telefono dal quale puoi attingere ad una infinità di parti di ricambio. Ci si può perdere nel customizzare la propria motocicletta e si possono spendere cifre folli per farlo.

Allo stesso tempo ache l’aftermarket è pieno di azienda che producono parti speciali per le moto Harley Davidson. Ce ne è davvero per tutti i gusti.

Torniamo a noi.

La prima cosa che ho fatto è stata cambiare le manopole. Le manopole di plastica di serie sono orribili e dato che la moto non è nuova mostravano decisamente i segni del tempo.

Memore del passato è stato inevitabile andare a dare una occhiata alle offerte di Kuryakyn. Alla fine la scelta è caduta su queste:

Spettacolari davvero. Ovviamente le ho montate da solo.

Ho montato un accessorio per bloccare il caso alla moto. Fondamentale. Non so mai dove metterlo e mi infastidisce girare con quel peso.

A questo punto ho deciso di usare il mio smartphone come navigatore e quindi ho cercato qualcosa che fosse bello, funzionale e, sopratutto, che avesse integrato un caricabatterie. In giro ci sono un sacco di cose, alcune belle ed altre meno belle. Poi la sorpresa. Quadlock rilascia un cradle e caricabatterie wireless per iPhone: questo. Installato in quindici minuti con un pochino di lavoro di montaggio e smontaggio. Funziona estremamente bene e la qualità di produzione è altissima. Decisamente consigliato!

Ho deciso di cambiare il tachimetro con qualcosa di più evoluto. Mi sono fissato a volere fare io il lavoro e quindi lo ordino da internet da un sito molto conosciuto e molto affidabile: Thunderbike.

Alla fine scelgo un grande classico:

Dopo qualche giorno il corriere me lo consegna e, terminata la giornata di lavoro, corro in garage ad installarlo. Grandissima delusione: non si accende. Nei prossimi giorni verificheremo la qualità del servizio di assistenza di Thunderbike.

L’ultima cosa che vorrei fare è cambiare la sella. Sto ancora decidendo cosa metterci.

Come ho già scritto sono interventi che ho fatto da solo. Non hanno grande impatto sulla meccanica della motocicletta e quindi non ho avuto modo di fare danni irreparabili occupandomene.

Ho provato comunque grande soddisfazione nel portare a termine queste modifiche in completa autonomia. Prendersi cura della propria motocicletta ti restituisce davvero delle grandi soddisfazioni.

Ho un video compromettente…

Nelle ultime settimane, probabilmente complice questo periodo di lavoro da casa, mi ritrovo a riceve degli strani messaggi. In fin dei conti tanto strani non sono dato che sono vecchi come il cucco ed il meccanismo è molto chiaro da tempo.

Su Instagram, LinkedIn, Twitter e, naturalmente, la posta elettronica si ricevono dei messaggi il cui tenore è sostanzialmente questo:

Ciao,

sono a conoscenza della tua password, nnnnn. Tu non mi conosci e ti stai probabilmente domandando perché hai ricevuto questo messaggio.

Ho installato un malware su dei siti per adulti che tu hai visitato per divertirti ed ho preso controllo del tuo browser. Ho avuto accesso alla tua webcam e ho registrato dei video compromettenti con te come protagonista.

Ho collezionato tutta la lista dei tuoi contatti su Facebook, posta elettronica e telefono.

Se non mi mandi 1500 dollari entro tre giorni con una procedura che ti indicherò in seguito invierò questi video a tutta la tua lista di contatti.

1500 dollari mi sembrano un prezzo equo per non rovinare la tua reputazione.

Considerato il fatto che la webcam del mio computer è sempre oscurata da una “peretta” tranne quando sono in videoconferenza direi che è piuttosto improbabile che esistano video compromettenti che mi ritraggono.

Questo senza considerare che considero il mio ambiente di lavoro sul computer piuttosto sicuro avendo messo in atto tutte le misure necessarie per prevenire gli accessi non desiderati ai miei documenti, webcam e microfono.

Una variante di questo messaggio è quella che ti raggiunge via Facebook, Instagram o Twitter.

La trama non è molto differenze. Ragazza giovane con un profilo creato da pochi giorni dietro il quale probabilmente si nasconde un uomo irsuto di sessant’anni.

Generalmente lascio perdere e blocco il contatto ma quando ho un pochino di tempo mi diverto un pochino.

lei: “Ciao come stai?”

io: sto molto bene, grazie. Tu come stai?

lei: bene ma mi sento un po’ sola

Un classico. Mi sento sola e desidero avere compagnia di un certo tipo. Approccio troppo diretto.

io: sono cose che accadono. Sono certo che hai una quantità di amici cui poterti rivolgere per avere un po’ di compagnia.

lei: in realtà non ho molti amici e mi piacciono gli uomini anziani!

No, non ci siamo. Se hai intenzione di fare leva sul mio ego e sul fatto che ho gli ormoni in disordine perché, secondo te, nessun essere femminile si interessa a me lo stai facendo male.

Mi dovresti lusingare, non offendere. L’ultima cosa che voglio sentirmi dire è che sono anziano. Lo so da me che non sono un giovincello di primo pelo.

io: Non esprimo giudizi, ma è vero che per alcune persone gli uomini maturi hanno del fascino.

lei: Cosa stai facendo?

io: sto parlando con te!

Tendo sempre ad essere irritante in queste conversazioni per vedere quanto questi personaggi sono disposti a tollerare prima di mandarmi a stendere.

lei: ti piace il sesso?

io: ovviamente sì. Esiste solo una piccolissima percentuale di persone che non è interessata al sesso in questo mondo.

A questo punto lo script varia a seconda delle persone. Ci sono quelli che ti chiedono di spostarti su una chat come Whatsapp, Kik o similari ed altri che ti spostano verso la posta elettronica.

L’obiettivo è di avere un contatto diretto attraverso il quale condurti ad una discussione a sfondo sessuale per poi indurti ad inviare delle immagini compromettenti di te.

A questo punto in genere cerco di sapere di più della persona con cui sto parlando. Carico una qualsiasi immagine presa da internet, la metto sul mio server e mando il link alla immagine. Aspetto che la persona la visualizzi e a questo punto riesco a sapere dove la persona si trova. Non entro nel tecnicismo perché è irrilevante ma bisogna dire che queste persone non sono poi così tanto evolute tecnologicamente e non fanno quasi nulla per nascondere il luogo da cui stanno svolgendo queste attività.

Nigeria, Filippine, Cina, Francia, Polonia sono tra i paesi più comuni.

A questo punto ho speso i miei dieci minuti di divertimento e dico alla persona in quale città si trova, spesso con un certo livello di dettaglio. In caso di grandi città si arriva al quartiere.

Magicamente la conversazione si interrompe.

Io compro cose usate…

… o, almeno, è usata la maggior parte delle cose che compro.

Credo che questa mia passione per le cose usate cominciò qualche anno fa con gli strumenti musicali. Chi mi segue da qualche tempo sa che sono un collezionista compulsivo di chitarre. Non riesco a resistere.

In passata avevo sempre comprato strumenti nuovi. Un giorno in un piccolo negozio di Milano che ora credo non esista più vidi in vendita una magnifica Fender Telecaster. Non era uno strumento nuovo e l’aspetto della chitarra diceva tutto della sua vita passata. Era vissuto e portava sul legno i segni dell’età.

Ne rimasi affascinato. Entrai nel negozio e chiesi di provarla. Mi ricordo che me la fecero provare collegata ad un amplificatore Fender Blues Junior III Tweed. Fu amore a prima vista. Dopo venti secondi sulle corde avevo già deciso che sarebbe stata mia. E’ stato il primo strumento usato di tanti altri.

Non vorrei sembrare melodrammatico ma quella chitarra aveva un anima o, se non altro, lei suonava benissimo insieme a me nonostante i tratti del tempo fossero ben visibili.

Da quel momento ho cominciato a comprare solo strumenti usati. Uno strumento usato ha addosso una storia. Passioni, momenti, transizioni e passaggi di mano. E’ come noi che nel tempo evolviamo sempre. Se compri uno strumento usato compri anche questa storia.

Ovviamente c’è un risvolto economico. Uno strumento usato tende a costare molto meno di uno strumento nuovo e, se sei un collezionista compulsivo, nel lungo periodo questa caratteristica aiuta in maniera decisiva il tuo conto corrente.

Uno strumento usato guadagna nuova vita e smette di stare in un angolo a prendere la polvere. Anche in questo caso c’è un risvolto positivo. In fondo stai alla larga dai maghi del marketing che ogni anno sono costretti a fare salti mortali per comunicarti che il nuovo modello è migliore del precedente. Questo quando la stessa chitarra è rimasta la stessa per gli ultimi sessanta anni.

In alcune occasioni sono passioni passeggere, così come tante altre nella vita. Giri per negozi e trovi uno strumento usato. Lo provi ed in quel momento scatta qualcosa che ti induce a tornare a casa con lui. Ci passi del tempo, impari a conoscerlo e poi succede qualcosa. La relazione si incrina e cominci ad utilizzarlo di meno. Come nella vita reale è inutile tentare di aggiustare una relazione che non funziona. Meglio un taglio deciso. La vita dello strumento deve comunque continuare e quindi lo metti in vendita perché possa rendere felice qualcun altro.

Il discorso che ho fatto sugli strumenti musicali vale per qualsiasi altra cosa. Quasi tutte le mie passioni oggi vivono di oggetti usati: rasoi a mano libera, pietre da affilatura, libri, tecnologia e via dicendo.

Anche la moto che ho comprato recentemente è usata. Mi piace l’idea che sia stata il gioiello di qualcun altro e che ora sia parcheggiata nel mio garage a continuare la sua avventura ed a percorrere nuove strade.

In un certo qual modo comprare cose usate è un atto rivoluzionario. Ci allontana dalla spinta pressante del consumo e ci introduce in un universo che io ritengo essere molto più passionale.

Anche dal punto di vista dell’esperienza di acquisto il fatto di comprare cose usate cambia. Viene meno il meccanismo dell’acquisto compulsivo. Desidero qualcosa, la cerco su internet e leggo per poi andare in negozio, fisico o digitale, per comprarla e averla a casa in meno di ventiquattro ore. Gratificazione istantanea, e, generalmente, di breve durata sino a che non si passa all’oggetto successivo.

La ricerca delle cose usata è di per se una esperienza. Forum, Ebay, negozi di cose usate e mercatini. Spesso ci sono dei gioielli. Non è istantaneo. Devi cercare ed attendere il momento giusto. Spesso un oggetto ti sorprende quando meno te lo aspetti girando per un mercatino della domenica. Come quella volta che in un piccolissimo mercatino trovai un rasoio Filarmonica 14 Doble Temple praticamente nuovo. Lo comprai per un nonnulla e lo stavo cercando da tempo su internet.

Credo che valga la pena provarci.

Podcast?

Che il podcast sia diventato di nuovo rilevante è una dato di fatto.

Rispetto a qualche anno fa ora produrre un podcast è veramente semplice e richiede davvero un modesto investimento. Basta uno smartphone e, se si vuole strafare, un buon microfono esterno per essere pronti a produrne uno.

Cominciai ad interessarmi di podcast per un caso tantissimi anni fa. Durante un viaggio di lavoro in Corea mi ruppi una caviglia e questo incidente mi costrinse su un divano per un paio di mesi. Non sapendo cosa fare passavo tanto tempo su internet e scoprii i podcast.

Il primo in assoluto che scoprii fu, incidentalmente, Italiano. Era il podcast di Radio NK. Questi ragazzi mi hanno davvero tenuto tanta compagnia in quella occasione.

L’altro podcast che mi rapì e di cui ora vediamo ogni tanto qualche gradito ritorno è Pendodeliri, di Antonio Pavolini. E’ un “must listen”!

Preso dall’entusiasmo scrissi anche una applicazione per MacOS, che allora si chiamava OSX, per la creazione del file RSS 2.0 necessario allora per la pubblicazione di un podcast. Era il 2006. Da qualche parte è ancora disponibile sebbene non sia utilizzabile sul sistema operativo annuale. Per pura curiosità ho fatto qualche ricerca e allora fu scaricato da qualche migliaio di persone. Non me ne ero mai reso conto.

In questi giorni, e dopo l’esperienza delle favole in streaming, mi sto domandando se per Corrente Debole avrebbe senso affiancare un podcast. Forse un’altro pezzo di esperimento che varrebbe la pena provare.

Diciamo che le opzioni sono sostanzialmente due:

  • Riprendere in forma audio il contenuto pubblicato e rilasciare, diciamo ogni settimana, una puntata con la lettura di quanto pubblicato.
  • Affiancare quanto pubblicato con qualche contenuto in più e diverso da quanto già pubblicato.

A me l’idea attira.

Voi che ne pensate?

Manutenzione

Tanto tempo fa mi piacque molto leggere Lo Zen e l’Arte della Manutenzione della Motocicletta di Robert M. Pirsig.

Certo è che quando questo libro è stato scritto la complessità della motocicletta era decisamente molto inferiore a quella che possiamo trovare nelle motociclette dei nostri giorni.

Lo stesso discorso vale, ovviamente anche per le macchine. Quando mi capita di andare in una officina Mercedes per il tagliandi della mia auto mi sembra di entrare in una sala operatoria. Tutti in camice e con una serie di strumenti elettronici da fare impressione.

Oggi le motociclette hanno una grandissima componente elettronica che le governa e che interagisce con la meccanica della moto. Tanto per fare un esempio la mia moto non ha un cavo dell’acceleratore ma la manopola del gas funziona con il principio “throttle by wire”. L’acceleratore non chiacchiera direttamente con il carburatore ma con la centralina che governa il funzionamento del motore.

Nonostante questo da quando sono in possesso della moto mi sono divertito ad apportare qualche modifica. Ho cambiato la batteria con una batteria al litio, ho installato un caricabatterie e cradle per il mio iPhone, ho cambiato le manopole del manubrio, ho cambiato il contagiri con un altro modello.

Nonostante provenga da una famiglia che di meccanica dovrebbe saperne parecchio dato che nell’albero genealogico c’è una quantità impressionante di ingegneri meccanici, io di meccanica non ne so nulla.

Ho voluto comunque provare a prendere il cacciavite in mano e provare a fare da solo quei modestissimi interventi.

E’ stato davvero un enorme piacere. La prima cosa che mi ha colpito è la complessità del sistema motocicletta. Esiste una infinità di parti che la compongono ed ognuna di essere deve essere smontata e rimontata in un ordine preciso. Questa cosa mi affascina. E’ un puzzle da scomporre e ricomporre con criterio. Richiede attenzione e concentrazione.

Mi colpisce anche la quantità di utensili che si deve avere a disposizione. Non so se sia un tratto peculiare di Harley Davidson ma ci sono una infinità di viti e bulloni di forme e dimensioni diverse ed ognuno di essi richiede l’utensile giusto per essere maneggiato. Se non li hai è meglio evitare. Rischi solo di rovinare qualcosa.

E poi ci si sporca le mani, ed i vestiti. La sensazione di fisicità che si prova durante queste operazioni è impagabile. Fino ad ora mi è piaciuto spendere quel tempo nel garage di casa mia. In quel posto non c’è campo per il cellulare e sono completamente isolato dal mondo.

Io e la mia moto. C’è qualcosa di bello in tutto questo.

Ovviamente non mi sono spinto ad interventi più profondi. Non ne sarei davvero in grado ma sino ad ora mi sono davvero divertito un sacco.

In un certo qual modo dopo avere smontato e rimontato alcuni pezzi della mia moto e avere compreso come alcuni parti di essere lavorano era loro in armonia la sento più mia.

180

E con questo poso sono centottanta post consecutivi da quando ho ripreso questo esperimento esattamente sei mesi fa.

Un piccolo record. Oramai scrivere qui sopra è diventata una abitudine giornaliera che infilo in quegli spazi residui tra una cosa e l’altra.

Non ho idea se vi sia piaciuto o meno sino ad ora ma, come ho detto in passato, queste pagine servono più a me che a voi.

Adesso vediamo di arrivare ai trecentosessantasei post di quest’anno bisestile.

Minimalismo

Quando mi sono trovato a dovermi trasferire in questa nuova casa ho deciso di renderla del tutto adatta a me. Il momento era particolarmente propizio dato che era il culmine di un percorso di crescita personale.

Minimale e funzionale sono i due aggettivi che mi hanno guidato in questa scelta.

Come ho già scritto in passato oramai cerco di rifuggire qualsiasi complessità che non sia assolutamente necessaria e cerco in ogni modo di rifuggere dal superfluo.

La mia nuova casa è quindi costruita intorno a me. Con qualche compromesso, ovviamente. In primo luogo la casa era già arredata sebbene con il minimo essenziale. E’ stato un ottimo punto di partenza sebbene alcune scelte proprio non mi appartenevano. La sistemazioni di questi aspetti sono dei progetti futuri.

Ho quindi costruito tutto in modo che fosse essenziale e funzionale. Tutta la casa è completamente automatizzata ma tutti i componenti sono nascosti alla vista ed il sistema è perfettamente invisibile. Nel caso specifico ho scelto la voce come strumento principale di interazione con il sistema. Niente tablet da raggiungere quando devi attivare qualcosa ma oggetti voice enabled in ogni stanza della casa.

Per quanto riguarda gli oggetti che la compongono ne ho scelti pochissimi. A me piace avere spazio libero intorno a me. Non sovraffollare lo spazio con cose inutili. Linee semplici e pulite. Questo non toglie che quei pochi oggetti che ci sono, siano questi accessori o mobili devono essere di pregevole fattura ed usabili per la funzione per cui sono nati. Devono possedere una loro eleganza e devono essere tra il meglio della loro categoria.

Per questo ho scelto con grande attenzione ogni singolo componente. Pochi in verità perché lo spazio vuoto deve regnare sovrano.

Unica eccezioni è la cucina che richiede una certa complessità nell’insieme di oggetti che la compongono. Coltelli, taglieri, pinze, stoviglie, bicchieri, pentole, casseruole e ogni genere di accessorio necessario per le più diverse preparazioni. Cucinare mi piace e si deve cucinare bene con le cose giuste.

Esiste il rischio di cadere nella misoginia ma è abbastanza chiaro che a cinquantatré anni sei misogino di natura.

Girando per casa mia risulta abbastanza chiaro a chiunque quali siano le mia passioni. La cucina, la musica, la lettura, la magia, la rasatura tradizionale, un certo tipo di vestiti. Quando rientro a casa da una giornata di lavoro mi piace essere circondato dalle cose che mi ricordano quelle passioni e mi piace indulgere in una di queste in ogni momento che posso.

Alla resa dei conti il contenitore richiedere ancora dei lavori piuttosto importanti che farò nei prossimi anni ma l’impianto c’è ed è esattamente quello che volevo.

E’ un isola che mi protegge dal mondo esterno e che mi accoglie senza fare domande od esprimere giudizi.

Qualsiasi paradiso…

… dopo sei mesi diventa un inferno.

Per quanto tu possa spendere le tue energie per fare funzionare qualcosa in un gruppo di persone è naturale il fatto che qualcuno non sarà contento.

Questo è vero sopratutto quando una struttura diventa tanto grande da contenere un elevato numero di persone.

Quello che è necessario fare è stroncare sul nascere qualsiasi commento che non sia esplicitato in maniera costruttiva.

Con l’età sono sempre più disturbato dal mormorio e dal malcontento che non vengono resi espliciti.

Parole, ancora…

A quanto pare Giulio Gallera ha, per l’ennesima volta, proferito parola senza valutare il peso delle proprie affermazioni e senza avere rispetto alcuno per la scelta delle parole.

Ancora una volta. Le parole sono importanti e non andrebbero scelte a caso, sopratutto se sei un personaggio pubblico con responsabilità cruciali per la tua regione.

Il buon Gallera ha quindi affermato che:

Gli ospedali privati vanno ringraziati perché hanno aperto le loro terapie intensive e le loro stanze lussuose ai pazienti ordinari

Giulio Gallera

Ci sono due aggettivi che mi urtano i nervi.

Il primo è “lussuose”. Ora, è ben evidente che ci ne ha la possibilità possa decidere di farsi curare in strutture private e “lussuose”. Detto questo non mi piace l’accostamento implicito tra “lussuoso” e “migliore”. Il lusso non è, di per sé, indice di qualità.

Il secondo è “ordinari”. Questa è una pura follia. Non aggiunge nulla al contenuto della frase ed, al contrario, compie un distinguo di classe tra coloro che possono permettersi cure private e coloro che non ne hanno la possibilità. Detto da un funzionario pubblico che ha la responsabilità di consegnare ai pazienti “ordinari” una sanità efficace ed efficiente mi sembra assolutamente fuori luogo.

Se si fosse limitato a dire:

Gli ospedali privati vanno ringraziati perché hanno aperto le loro terapie intensive e le loro stanze ai pazienti.

non avrebbe forse ottenuto lo stesso effetto? Avrebbe ringraziato le strutture private e avrebbe evitato di fare la figura dell’imbecille.

L’uso di quei due aggettivi è inopportuno ed è indice chiarissimo del fatto che Giulio Gallera, nel suo retrocranio, che qui si manifesta in tutta la sua evidenza, ritiene le strutture private migliori di quelle pubbliche.

Io rimango sempre dell’idea che un politico, quale che sia la maglia che indossa, dovrebbe essere guidato, prima di tutto, dal criterio della opportunità. Nel momento in cui si trova davanti ad un microfono il suo cervello dovrebbe essere abituato a guardare avanti per almeno tre quattro frasi in modo da evitare di dire scemenze e trovare il miglior modo di esprimere un concetto senza cadere in errori marchiani.

Qualsiasi parole manda un messaggio e questi deve sempre essere quello giusto. Se non ne sei capace forse è meglio se ti dedichi ad altro che ti sia più affine e maneggevole.

La necessità delle API

Da sempre Sketchin non ha mai utilizzato sistemi che dovessero risiedere presso i nostri uffici. Tutti i nostri sistemi sono ospitati in cloud e facciamo grande uso di servizi cloud per la gestione dell’azienda.

Google Cloud Platform, Xero, Harvest, Expensify, Salesforce e Qlik tanto per citarne alcuni.

I criteri di selezione di queste piattaforme sono essenzialmente l’usabilità del sistema, l’aderenza ai nostri requisiti che spesso sono decisamente peculiari e, assolutamente fondamentale, la presenza di API con le quali sia possibile interloquire con i sistemi senza la necessità di un essere umano.

La presenza delle API è davvero un requisito fondamentale. Molti sistemi tra quelli che ho elencato si sovrappongono in alcune funzione e per noi è necessario avere a disposizione un metodo che ci permetta di tenere allineati tra loro i sistemi.

Il nostro processo di sviluppo della architettura dei sistemi di Sketchin non è ancora completo ma la strada è tracciata. I processi sono stati tutti mappati ed i vari sistemi cominciano a chiacchierare tra loro in maniera efficace.

Ad alto livello possiamo dire che in ogni sistema abbiamo identificato quali dati autoritativi esso possiede. Ad esempio Salesforce contiene l’elenco delle opportunità ed è il luogo in cui vive l’informazione master per essere poi distribuita ai vari sistemi slave. (Ho letto che la classificazione Master/Slave sta subendo diverse critiche in queste settimane per via della sfumatura decisamente razzista. Sinceramente non mi viene in mente nessuna altra sana classificazione per cui per il momento tengo questa).

La nostra idea è che da qualsiasi punto di contatto con i nostri dati una persona sia in grado di avere visibilità completa dello stato di quel dato. Questa è per esempio la ragione per cui il reporting dell’effort speso su un progetto viene propagato su Salesforce. Osservando una opportunità su Salesforce la persona avrà la possibilità di verificare lo stato del progetto comparando l’effort pianificato rispetto a quello effettivo.

A margine di tutto questo c’è un sistema di Business Intelligence, Qlik, che ci permette di fare qualsiasi tipo di analisi ci possa mai venire in mente nel mare magnum di informazioni che abbiamo a disposizione.

La colla che terrà insieme tutta la baracca è stata identificata in Apache Airflow. Questo oggetto è fantastico e ci permette di creare dei workflow anche estremamente complessi di estrazione, modifica e caricamento dei dati sui vari sistemi. E’ un oggetto relativamente complesso ma estremamente robusto e potente.

Il razionale che ci guida è questo: permettere alle persone di focalizzarsi sulla loro attività principale, ovvero quella che consegna valore a Sketchin od ai suoi clienti, evitando di spendere più tempo del dovuto nell’inserire dati sui vari sistemi.

Se vogliamo questo razione è una declinazione del principio chiave che ci ha sempre guidato: costruire il migliore posto in cui potere praticare la propria disciplina, quale questa sia.

In giardino

Sono seduto nel mio giardino e ascolto i rumori che provengono dal lago a pochi metri da casa.

Ho un paio di documenti aperti e che devo finalizzare prima di un incontro virtuale che avrò domani per presentare uno strumento nuovo sul quale abbiamo lavorato nei mesi scorsi.

Oggi sarebbe stata una giornata perfetta da spendere in motocicletta ed invece mi sono ritrovato e sistemare un pochino di codice che avevo scritto qualche tempo fa e sul quale ho dovuto spendere più tempo del necessario per ricordarmi perché diavolo lo avevo scritto in quel modo.

Da sempre commento poco o nulla il mio codice e ammetto che è certamente un grave errore.

Sento le onde del lago che si infrangono e vedo il solito falco che volteggia in cielo. Lavorare da casa è una meraviglia ma, talvolta, riuscire a metterci la giusta concentrazione è piuttosto difficile.

La concentrazione svanisce anche quando ti fermi a pensare a che cosa stia diventando la tua azienda in un momento complesso come questo. Se da un lato abbiamo l’evidenza dei numeri, dei report e delle varie cerimonie dall’altro mi domando come stanno tutte le persone. Si sentono ancora parte di qualcosa di bello? Sono mai state parte di qualcosa di bello?

Non ho la risposta a queste domande e la cosa, un pochino, mi infastidisce.

Guardo il mio orto che ho appena innaffiato. Mi è piaciuto sporcarmi le mani per metterlo insieme con Beatrice. Pochi metri quadrati ma che hanno il sapore del tangibile.

Ecco, forse questo è il tratto peculiare di questo periodo. Avere la sensazione di fare cose poco tangibili. Un conto è essere su un progetto e vederlo crescere giorno dopo giorno, un altro è fare il general manager e prendere decisioni che nel breve periodo non ti danno alcuna occasione di essere verificare nei risultati.

In qualche momento vorrei che questa diventasse la nuova normalità perché sono stato in grado di recuperare spazi prima del tutto impossibili. Mi rendo conto di quanto mi faccia bene non dovermi più spostare continuamente da un posto all’altro.

In altri momenti vorrei incontrare di nuovo il sorriso dei colleghi e sì, dai, anche di qualche cliente.

Come tutte le cose in fondo non è altro che un sottile gioco di equilibrio. E, fortunatamente per la mia natura, si tratta sempre di un equilibrio instabile.

La prima passeggera

Per la prima volta, quest’oggi, una bellissima ragazza si è seduta sul sedile del passeggero della mia moto. Inutile dirvi che è uno schianto questa ragazza.

Oramai la conosco da quasi dodici anni e ogni giorno riesce a stupirmi ed a farmi sorridere come nessun altro al mondo.

Incredibilmente era la sua prima volta su una motocicletta e non ha nascosto quel poco di ansia che stava provando mentre indossava il casco e saliva a bordo.

Guidando la ho sentita un pochino tesa nelle prima tre curve e poi ho percepito i suoi muscoli rilassarsi e godersi il breve tragitto. E’ stato un battesimo che è durato una trentina di minuti ma è stato semplicemente meraviglioso.

Quando siamo rientrati a casa la ragazza era molto felice di avere vissuto una esperienza come questa.

Sarà un piacere portarla a spasso quando ne capiterà l’occasione.

Inutile dire che la ragazza è Beatrice, mia figlia.

Anche io avrei voluto che a dodici anni mio padre mi portasse in moto. Purtroppo mio padre non ha mai posseduto una moto se non una lambretta ricevuta in regalo da Enzo Ferrari in occasione della sua laurea in ingegneria.

Io, al contrario, non vedevo l’ora di farle provare l’emozione delle due ruote e farla innamorare di uno stile di vita.

E’ stato molto bello.