Facebook, Instagram e WhatsApp…

blue and white logo guessing game
Photo by Brett Jordan on Unsplash

… sono scomparsi dalla rete per qualche ora nella giornata di ieri.

Mi sento decisamente in difetto a dovere confessare di non essermene accordo se non questa mattina mentre scorrevo il mio consueto feed di notizie. Oramai su WhatsApp circola poca roba, Instagram e Facebook non fanno più parte del mio ecosistema da più di un anno.

Eppurre un danno c’è stato. Facebook perde quasi sei miliardi di dollari in borsa per via di questo incidente.

Quello che mi piacerebbe sapere e se le aziende i cui dipendenti non hanno avuto accesso a Facebook, Instagram e WhatsApp hanno guadagnato altrettanto.

In alcuni casi potrebbe anche essere misurabile… Ad esempio, la numerosità di commit su un repository è aumentata? Il numero di ticket chiuse è aumentato?

Sarebbe interessante come valutazione. Denaro che esce dalle tasche di Mark Zuckerberg e finisce nelle tasche dei datori di lavoro dei suoi utenti.


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Mission impossible

private signage door
Photo by Dayne Topkin on Unsplash

Chi mi segue da qualche tempo sa che un tema che mi appassiona e mi affascina è quello della privacy.

Sono piuttosto sensibile all’argomento non tanto perché abbia qualcosa da nascondere ma perché non riesco a trovare ragioni particolarmente valide perché qualcuno abbia la possibilità di farsi gli affari miei senza darmi nulla in cambio.

Premesso che non ho particolari problemi a farmi profilare va detto che se mi profili mi devi rendere la vita migliore. In caso contrario il gioco non vale la candela.

Curarsi della propria privacy online non è affare banale.

Ultimamente, ad esempio sono passato da Brave a Firefox come browser principale. Non mi convincono fino in fondo le pratiche degli sviluppatori di Brave e le loro recenti difese su Reddit mi insospettiscono. “A pensar male si fa peccato, ma spesso si indovina” diceva qualcuno più autorevole di me.

Più o meno nello stesso periodo ho abbandonato ExpressVPN o, meglio, ho disdetto il rinnovo automatico. Lascio il discorso VPN ad un post ad hoc ma va detto che il mondo dei servizi VPN non è un gran bel mondo e, sopratutto, è nella sua stragrande maggioranza in mano a due società. Non buono.

Dai tempi di H3G so benissimo che più o meno ogni ventina di minuti il mio iPhone telefona a casa e chiacchera con una manciata di server di Apple. Ai tempi non avevo idea che che cosa si dicessero ma ora dei ricercatori hanno fatto un pò di luce e lo scenario non è confortevole. (Leggete qui)

Quindi possiamo dire che, tutto sommato, sono un utente al di sopra della media per quanto riguarda la tutela della propria privacy online.

Poi mi capita di guardarmi intorno e mi rendo conto che si tratta di una illusione.

Sto scrivendo questo articolo su un MacBook Air, ho al polso un Apple Watch, di fianco a me c’è il mio iPhone, sulla scrivania c’è un Google Hub e uno speaker Sonos che ha Alexa abilitato. Tutta la casa è governata con Home Assistant che chiacchiera con Google, Amazon, Philips, Nokia, Apple, Netatmo, Blink, TP-Link, Fritz! e non ricordo più quante altre integrazioni per l’automazione. In salotto c’è un Apple TV, un televisore Sony ed una PlayStation 4 che mi stanno ad ascoltare.

Non c’è speranza. Non è possibile sfuggire alla profilazione.

Che poi non è nemmeno vero. Puoi sfuggire ma la qualità della tua vita ne risente.

E’ quindi uno scambio che siamo disposti a fare. Forse andrebbe detta meglio. Sono disposto a cedere informazioni personali e pattern comportamentali in funzione dei benefici che ne ottengo in termini di qualità della vita.

Sufficiente?

Non lo so. Forse dovrei provare a condurre un esperimento. Comprare un dumbphone e spegnere per un mese tutto il resto della tecnologia che ho intorno per vedere quale differenza esiste con il regime attuale.

Solo al termine di quell’esperimento sarei in grado di dire se ne vale la pena o meno.

In questo momento sono un pochino sconfortato e mi sembra di essere un novello Don Chisciotte della Mancia che parte lancia in resto contro i mulini a vento.


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Un giorno dei più tristi

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Photo by Pierre Bamin on Unsplash

Ti svegli al mattino con il pensiero rivolto alle cose che devi concludere nel corso della giornata. Ti alzi e cominci la tua routine come se fosse un giorno come gli altri. Quell’insieme di piccoli gesti quotidiani che servono a rassicurarci e ad accompagnarci nel corso della giornata.

Fai la prima telefonata della giornata e poi il telefono ti avvisa che è arrivato un messaggio. Non ci fai molto caso perché stai guidando e non ti vuoi distrarre.

Una volta arrivato a destinazione apri il messaggio e la giornata cambia tenore. Terribilmente.

Ti raggiunge la notizia che una tua amica, e collega, è venuta a mancare.

Lo rileggi decine di volte. Forse non hai capito, hai letto male. Deve essere uno stupido scherzo.

E poi capisci che è vero. Silvia non c’è più.

Il primo pensiero è di cancellare tutto e prendersi del tempo per assorbire il colpo e metabolizzare la notizia. Poi pensi che ti sei sentito con lei pochi giorni fa ed è impossibile, ed innaturale, che oggi non ci sia più.

Viene invaso da un dolore e da una tristezza enorme.

Silvia, prima che una collega di lavoro, era una amica. Una di quelle che quando hai bisogno sai che c’è. Sai che c’è anche quando non ne hai bisogno.

Ho conosciuto Silvia dieci anni fare durante una avventura professionale che ricordo con molto dolore. Silvia è stata una delle poche positive che salvo di quei tre anni. Durante il tempo che abbiamo passato insieme non ricordo una singola occasione in cui non mi abbia accolto con il suo sorriso solare.

La sua risata era contagiosa ed il suo modo di affrontare le cose unico.

Quando qualcuno viene a mancare si spendono sempre parole positivi ma, in questo caso, non sono mai state così vere.

Silvia era un essere umano unico nel suo modo di fare e di porsi. Una grande professionista con un cervello di un acume e profondità rari.

Quando si ricevono notizie come questa ti si riaprono un vagone di vecchie ferite. Pensi che con l’età che hai tu sia più forte e che tu abbia più strumenti per affrontarle. Purtroppo ti rendi conto che non è così e ti ritrovi in balia di una infinita tristezza che solo il tempo, forse, potà lenire.

Sono stato tentato di stare in silenzio ma alla fine ho deciso di salutarla pubblicamente. Confesso che le lacrime mi rigano il volto mentre scrivo queste righe e non credo di averne abbastanza, Silvia.

Ci sono poche persone che sono portatrici di una luce intellettuale unica. Silvia era, senza alcun dubbio, una di queste.

Io credo che tutti debbano sapere che mancherai molto come amica e come collega.

Oh, prima o poi ci si rivede. Fai buon viaggio, non posso credere che tutto sia finito qui.


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No! In palestra non ci torno!

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Photo by Risen Wang on Unsplash

Qualche anno fa ho preso la decisione di rimettermi in forma. Al compimento del mio cinquantesimo anno di età e complice una serie di accadimenti che non ho intenzione di rivelare avevo deciso di recuperare la mia forma fisica cercando di avvicinarmi il più possibile a quella che avevo alla mia età dell’oro.

Per questa ragione ho iniziato tutta una serie di buone pratiche per raggiungere quell’obiettivo.

Una dieta equilibrata, un giretto dal cardiologo per evitare di rimetterci le penne, e una grande quantità di attività fisica. Il tutto condito da grandi cambiamenti collaterali a sostenere l’iniziativa.

In quel tempo, circa Settembre, ho deciso di iscrivermi ad una palestra perché soffro il freddo ed andare a correre in compagnia dei pinguini non mi era sembrata una grande idea.

Alla fine ho raggiunto il mio obiettivo in poco poco più di dodici mesi. Meno trentaquattro chili, un ragionevole livello di grasso nell’organismo ed un grande benessere generale.

Nonostante questo quei dodici mesi di palestra sono stati una enorme rottura di palle.

A me la palestra non piace proprio. Ci ho provato diverse volte ma non sono mai riuscito a trovare il modo di farmela piacere. Lo so, è un problema mio e, con ogni probabilità, diretta conseguenza della mia crescente misantropia.

Innanzitutto non mi piacciono le persone che ci stanno dentro. In realtà non mi piace la maggior parte delle persone che le frequentano, ma questa è un’altra storia in stile Nanni Moretti. Anche in questo caso è ben evidente che tutto è legato al luogo che scegli ma, generalmente, la maggior parte delle persone non mi piace granché, figuriamoci quelle che stanno in palestra.

In secondo luogo non mi piace l’esperienza della palestra. Non appena varchi la soglia vieni raggiunto da un “Personal Trainer” che ha meno voglia di te di starti appresso. Si finisce sempre con la compilazione di una fantomatica scheda che è il passaggio per il paradiso. Ovviamente non funziona mai. Dopo due settimane smetti di usare la scheda e dopo quattro settimane smetti di andare in palestra.

Alla fine passavo il mio tempo in palestra con gli auricolari infilati nelle orecchie. Una playlist che mi permettesse di isolarmi dal contento, un audiolibro che avrei voluto leggere o qualche episodio dei podcast che seguo.

Detesto essere coinvolto nello stress fisico subito dagli altri frequentatori. Stress che in genere si manifesta durante ogni compimento di un esercizio con mugugni o latrati degni di un vero e proprio cavernicalo.

Allo stesso modo mi mandano fuori di testa quelli che alla fine di ogni ripetzione di mettono davanti allo specchio per ammirare il risultato spesso tastandosi, con estrema soddisfazione, i loro fasci di muscoli. Che poi, mi domando, ma davvero pensi che tirare su 50 chili per dieci volte possa avere un effetto immediato?

Ma cosa è, una magia?

Non mi piace assistere ai patetici tentativi di approccio cui si assiste nella maggior parte delle palestre. Goffi e assolutamente scevri di qualsiasi ortodossia gentilizia. Depreimento come il brodo di pollo.

Mi irritano tutte le “miss ce la ho solo io” che si fasciano in completini aderentissimi che nemmeno la salama da sugo potrebbe sopportare per più di dieci minuti. E tutto questo senza contare il fatto che solo una minima percentuale delle indossatrici potrebbe permettersi una simile mise.

Nel mio percorso ho cercato di istruirmi e sono andato avanti con un percorso fatto di “trial and error”. Se qualcosa mi offre dei risultati continuo, se non lo fa, smetto. Ha funzionato. Non era certo mia intenzione competere alla edizione di Mister Muscolo over 50 e quindi la mia strada era, relativamente, più semplice.

Non mi piacciono i discorsi da spogliatoio che per la maggior parte si articolano su argomenti quali il calcio, gli integratori e le donne, che generalmente non vengono chiamate donne ma soprassiedo.

Non mi piace lo sguardo da suprematista della maggior parte dei frequentatori che ti guardano come se tu fossi un esemplare vivente dell’omino Michelin a prescindere dalla tua forma fisica. Loro sono perfetti, tu no. E sticazzi. E poi, in tutta sincerita, all’alba dei cinquantacinque anni sono messo molto meglio della maggioranza dei miei coetanei e senza contare il fatto che ho ancora tutti i capelli in testa.

Mi danno fastidio tutti quelli che esagerano nel gesto dell’esercizio. Un conto è fare un esercizio nel modo giusto, un altro è dimenarsi e grugnire come se si fosse un tigre del circo Orfei. E poi, dai, nessuno ti guarda mentre sollevi un peso come in una coreografia di Don Lurio.

Non sopporto i superaccessoriati. Guanti, bottiglia di acqua, integratore, marsupio, cellulare, auricolari, asciugamano che ogni volta che devono fare un esercizio devono chiamare un traslocatore per spostare tutto l’ambaradam.

Mi fanno sorridere i piacioni che salivano davanti ai vetri delle sale corsi.

Infine, è vero che siamo tutti uomini negli spogliatoi, ma è davvero necessario aggirarsi per gli spogliatoi come un novello Adamo mostrando, urbi et orbi, le proprie grazie?

Eppure è stato più lo sforzo di convincermi a varcare la soglia di quel luogo che non il lavoro in sé e per sé.

Dopo un anno ho mollato il colpo e mi sono messo a correre. Il fatto che avessi deciso di andare a vivere sul lago di Como ha molto aiutato perché un conto è correre sul lungolago di Laglio, un altro correre tra le macchina di Buccinasco.

L’altro ieri, dopo una lunghissima pausa, ho deciso di ricominciare a correre. Non mi è nemmeno passato per l’anticamera del cervello di iscrivermi ad una palestra.

Oh, se ci volete andare per me va benissimo. Come ho detto ci sono andato anche io e per quello che era il mio obiettivo ha funzionato egregiamente.

Ora non ne sento il bisogno e non credo che ne sentirò il bisogno in tempi brevi.


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Sul design

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Photo by Med Badr Chemmaoui on Unsplash

Credo che sia ben evidente che tutti siamo convinti di fare il lavoro più importante del mondo.

“Se non ci fossi io a fare quello che faccio, l’azienda andrebbe a rotoli”. Dai, non siate timidi, confessate. Almeno una volta nella vostra carriera lavorativa lo avete pensato. Intensamente.

Inutile dire che si tratta di una cagata pazzesca. Nessuno è veramente indispensabile nel lungo periodo. Sì, la tua assenza può causare qualche turbolenza nel sistema ma a lungo termine tutto si aggiusta e si troverà certamente un degno sostituto che non farà sentire la tua mancanza.

La realtà delle cose è che da soli, e nella attuale organizzazione delle aziende, da solo puoi fare poco. Da un lato abbiamo una verticalità delle professionalità che ti rende incapace di raggiungere un obiettivo aziendale in totale autonomia, dall’altro il fatto che la complessità delle organizzazioni aziendali tende naturalmente ad aumentare.

Quindi non possiamo essere soli, e non dobbiamo esserlo.

Altrettanto vero che poche sono quelle professioni che, davvero, salvano la vita a qualcuno e anche quando questo è vero non è un lavoro che si può fare da soli.

Immaginiamo il caso di un chirurgo che, sì, per lavoro salva delle vite. Certo, deve essere bravo, ma da solo non può fare nulla. Se non avesse al suo fianco un anestesista non potrebbe operare e quindi non potrebbe salvare nessuna vita. Quindi l’anestesista ed il chirurgo salvano delle vite. Certo, ma non da soli. Scendendo nella catena della organizzazione di un ospedale ci deve essere qualcuno che ha costruito una sala operatoria, altri che hanno comprato le attrezzature fino ad arrivare, assolutamente non ultimo, il personale che si occupa di mantenerla sterile e, anche, di pulirla quando il chirurgo, quella vita, la ha salvata.

Divago per un paragrafo e vi parlo della importanza di chi pulisce i nostri uffici. Questo perché abbiamo appena dimostrato come anche il loro lavoro sia fondamentale per il successo. Senza le persone che si occupano di rendere i nostri uffici vivibili, lavoro che fanno sopratutto la mattina presto o durante la notte, non avremmo a disposizione il migliore ambiente possibile per fare quello che facciamo. Pensateci, non è banale. Tra l’altro, questa è la ragione per la quale queste persone meritano la il maggior rispetto possibile. Pensateci. Sul tema c’è un bellissimo video di Anderson Wright, filmaker: While you were sleeping. Guardatelo, sono sette minuti ben spesi.

Non è il singolo che salva la vita ma il sistema.

Allo stesso modo non è il singolo che fa un lavoro importante, è il sistema in cui il singolo si trova.

Mi capita quindi di incrociare un post di Don Norman su Linkedin in risposta ad un altro post di Charles Mauro.

Charles Mauro scrive:

The future belongs to professionals who can objectively deal with scientifically defined problems followed by solutions that demonstrate objective benefits. DESIGN currently is totally unequipped to enter these problem spaces.

Charles Mauro

A questa affermazioni Don Norman risponde:

Yes! Few designers are equipped to work in these problem spaces. That is precisely the reason we want to change design education. I am fortunate to have degrees in Electrical Engineering and Psychology and have been a professor of Psychology, Cognitive Science, Computer Science, and Design. I’ve also been an executive at a large computer company. This broad training is not possible for everyone, but a combination of a deep understanding of people, technology, world history, and business are all required. (With history providing a background in understanding the evils of colonization and the importance of recognizing the world’s vast array of cultures, both indigenous and recent.)

Don Norman

Io non posso che essere d’accordo con quello che scrivono Charles Mauro e Don Norman e questo mi conduce a fare qualche riflessione su quello che è il ruolo del designer.

Qualche anno fa, durante una sventurato percorso professionale, qualcuno mi disse: “Ricordati che questa è una azienda di design”. E sti cazzi. Sarà anche una azienda di design ma con il solo design forse fai arte, non risolvi problemi. Da quella singola frase avrei dovuto dedurre che avevo fatto una pessima scelta decidendo di lavorare per loro.

A questo punto credo che dovremmo citare il grandissimo Achille Castiglioni quando diceva:

… l’importante è sapersi prendere in giro come faceva Jacques Tati e anche non metterla giù troppo dura con questo design, prendere la società com’è.

Achille Castiglioni

Ora, nessuno mette in dubbio che il design abbia un enorme potere nel progettare il nostro futuro. Ne sono stato sempre assolutamente convinto e se così non fosse non lavorerei dove ho lavorato per gli ultimi nove anni.

Quello che sostengo è che il design, da solo, non serve assolutamente a nulla. Se il design è fine a se stesso abbiamo perso di vista il fine ultimo, ovvero progettare prodotti e servizi che abbiano un impatto sulla vita delle persone.

Se ripensiamo a quanto detto all’inizio di questo articolo il design ha bisogno di dialogare con un ecosistema complesso affinché quello che progetta possa divenire realtà. Non si può prescindere dalla relazione con coloro che designer non sono ed è necessario che il design conosca il linguaggio del non designer e viceversa.

Ovviamente non è sufficiente. E’ condizione necessaria ma non sufficiente.

E’ altrettanto necessario che il designer abbia contezza del contesto di mercato in cui lavora od in cui il suo prodotto o servizio andrà ad innestarsi. Per questo deve possedere, almeno a livello di base, tutte quelle competenze di cui parla Don Norman nel suo intervento.

Se queste due condizioni non sono soddisfatte siamo destinati al fallimento. E sarà un botto fragoroso.

Questo è il motivo per cui sin dal mio ingresso in Sketchin ho spinto per avere al fianco di un Design Director uno Strategy Director. Consapevole del fatto che un designer, per via della sua formazione, non avesse gli strumenti necessari per affrontare un contesto complesso ho pensato che fosse necessario affiancargli qualcuno che quelle competenze le avesse e che, almeno a livello di base, fosse consapevole di cosa fosse il design.

La metafora utilizzata era quella del cervello umano. Il Design Director è il cervello destro mentre lo Strategy Director è il cervello sinistro.

Insieme a Luca ci abbiamo pensato nove anni fa ed è stata una scelta vincente nonostante tutte le difficoltà che tutt’oggi ancora incontriamo.

Quindi, cari designer, è vero che fate un lavoro importante ma se non siete in grado di essere umili e capaci di comprendere e relazionarvi con un ecosistema complesso che in massima parte non parla di design sarete destinati al fallimento. E ve lo meritate pure!

Baci e abbracci.


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Bella, Apple!

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Photo by frederik danko on Unsplash

Ieri pomeriggio ho aggiornato il mio iPhone ad iOS 15.

Dopo averlo fatto me ne sono completamente dimenticato fino a questa mattina. Stavo leggendo l’inserto Domenica de Il Sole 24 Ore e ho usato il mio telefono per fare una foto ad un articolo che stavo leggendo. Non avevo sottomano il mio taccuino e non volevo perdermi parte di quello scritto.

Sul mio telefono ho un album che si chiama “Ritagli” dove finisco tutte queste fotografie. Ogni tanto lo vado a riguardare e, spesso, mi ritrovo a trascrivere dei passaggi sul mio taccuino.

Non appena messe le mani sul mio taccuino ho aperto l’applicazione Foto per andare a ripescare la foto che avevo scattato qualche ora prima per potere trascrivere il pezzo che mi interessava.

Ed ecco la scoperta. Nella applicazione Foto, selezionando una foto che contiene del testo, è possibile ottenere una trascrizione di quanto contenuto nella fotografia e metterla nella clipboard del telefono per poi inserirla in qualsiasi applicazione si desideri.

Io la trovo una figata pazzesca.


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Ricordi, quelli belli

Oggi una amica ha postato il link a questo video nel nostro Slack.

In tutta sincerità non me lo ricordavo ma è stato un salto nel passato.

Un video pieno di bellissimi ricordi, di sorrisi e di aspettative. Una sorta di diario di viaggio che mi ha ricordato tante delle tappe fondamentali che abbiamo percorso in questi anni.

Ho rivisto tante facce che nel corso degli anni ci hanno affiancato lungo la strada per poi prendere strade diverse. Ricordo ognuna di loro con grandissimo affetto e poca piaggeria perché non ne abbiamo bisogno.

Molto è cambiato, molto cambierà. Quello che mi auguro è che si sia in grado di portare quel sorriso e quella voglia di cambiare sul volto di ogni persona in studio.


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Memorie

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Photo by Laura Fuhrman on Unsplash

Nella mia rubrica personale che si estende tra il telefono ed il cloud conto oggi circa 4500 contatti diversi. Immagino che molti di loro non siano più validi. Di altri mi domando per quale ragione si trovino nella mia rubrica perché di loro proprio non mi ricordo.

La colpa è della mia non più tenera età e quindi sono molto indulgente con me stesso riguardo questa dimenticanza. Li rimuovo senza troppi pensieri.

Ecco, oggi stavo facendo un pochino di pulizia e mentre scorrevo i contatti mi si è presentato sotto gli occhi il numero di persone che non ci sono più. Persone che, ovviamente, conoscevo. Alcune veramente molto bene.

Loro non li ho rimossi. Mi piace che stiano lì. Seduti nella mia rubrica a ricordarmi i momenti che abbiamo trascorso insieme che si ripresentano quando li sento nominare o quando, come oggi, la mia attenzione cade sul loro nome.

Ecco, loro, così, sono ancora un po’ con me.


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Un Kindle masticato

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Photo by felipepelaquim on Unsplash

Sono oramai anni che uso un Kindle per le mie letture. Sinceramente mi ci trovo benissimo e non ho davvero grandissima nostalgia per i libri di carta. Mi manca un pochino il fatto di annotare a margine con la mia matita ma sopperisco molto bene con la presenza del mio taccuino che è sempre a portata di mano.

Negli ultimi due anni il mio Kindle di riferimento è stato un Kindle Oasis che trovo semplicemente fantastico per dimensioni, peso e leggibilità. Qualche dubbio sulla durata della batteria ma niente di che.

Generalmente leggo sempre qualche decina di pagine prima di addormentarmi. Diciamo che la lettura fa parte del mio rituale di chiusura della giornata. Per questa ragione mi capita spesso di lasciare il mio Kindle nel lato vuoto del letto in cui dormo.

Lo stesso è avvenuto qualche sera fa. Mi sono addormenta e quando mi sono risvegliato grazie alla solita delicatezza di Buzz che si avventa con le sue zampe sulla mia schiena mi sono rifatto il letto e sono sceso in cucina per bere un caffè e nutrire la belva.

Erano le sei e mezza del mattino.

Subito dopo abbiamo l’abitudine di giocare un pochino insieme. Diciamo per una mezz’ora buona. Quando abbiamo finito di giocare Buzz si stende vicino a me per precipitare in un altro sonno ed io mi metto a scorrere le notizie del giorno in attesa di cominciare la giornata lavorativa.

Capita spesso che Buzz si svegli e si vada a fare un giretto esplorativo per casa. Sale e scende per le scale ed entra in ogni stanza per verificare se c’è qualcosa di nuovo. In genere tutto questo dura qualche minuto e poi me lo ritrovo ai miei piedi a russare sonoramente.

L’altro ieri questo non è successo. Non me ne sono reso conto perché stavo leggendo ed evidentemente ero distratto. Oltretutto non ho sentito alcun rumore che potesse farmi nascere il sospetto che Buzz stesse combinando qualche disastro in casa.

In questi mesi ho capito che il silenzio è un indizio fondamentale riguardo il fatto che Buzz sta facendo qualcosa che non deve fare. Non so come ma quando si dedica ad attività distruttive è più silenzioso di un ninja. Di solito è irruente e rumorosissimo ed è difficile non capire quale stanza stia visitando. L’altro ieri, invece, silenzio assoluto.

Finalmente mi rendo conto che non è vicino a me e che non sto sentendo alcun rumore. Sono certo che sta succedendo qualcosa.

Comincio ad esplorare la casa e me lo ritrovo nella mia camera ben disteso sul mio letto, cosa assolutamente vietata, che sta bellamente masticando il mio Kindle Oasis e relativa cover. Sta facendo un lavoro certosino perché non ha risparmiato un solo centimetro quadrato del display. Evidentemente la consistenza dell’oggetto gli piace parecchio.

Oramai il danno è fatto ed un rimprovero è inutile. Lo faccio scendere dal letto e osservo tristemente quello che rimane del mio Kindle. Decisamente inutilizzabile.

Mestamente torno al mio PC deciso ad ordinarne uno nuovo da Amazon. Purtroppo non c’è disponibilità di un Kindle Oasis. Il modello con la data di disponibilità più vicina viene stimato in consegna per il 24 Ottobre, gli altri in una data compresa tra il 23 Settembre ed il 24 Dicembre.

Confesso che non mi era mai capitata una cosa del genere con Amazon, sopratutto con prodotti con il loro brand. A questo punto desisto e mi dico che userò il mio iPad come succedaneo sino a che non riuscirò a rimettere le mani su un Kindle vero e proprio.

Mi domando però per quale motivo questo stia accadendo. Mi vengono in mente solo due motivazioni. Potremmo essere prossimi al rilascio di un nuovo modello e per queste le scorte scarseggiano o si potrebbe essere vittime della scarsità di silicio di cui tutti si lamentano in questo periodo.

Fatto sta che io sono senza Kindle e mi rode. Ho però un cane.


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Farewell Sir Clive Sinclair

Sinclair ZX80 – Wikimedia

Ho letto che Sir Clive Sinclair è passato a miglior vita dopo una lunga malattia.

La notizia mi rattrista molto perché molto di quello che sono oggi lo devo, in parte a lui.

Il primo, vero, computer sul quale riuscii a mettere le mani dopo una lunga opera di logoramento dei nervi dei miei genitori fu lo ZX80. Un computer basato su processore Z80 cui Sir Sinclair aggiunse una X per battezzare la sua creatura intendendo con quella X l’uso di un ingrediente segreto, il suo genio, immagino.

1 Kb di RAM, 4Kb di ROM, nessuna memoria di massa e, ovviamente, la necessità di collegarlo ad un tradizionale schermo televisivo come monitor. Si usava un registratore a cassette per caricare ed archiviare i programmi che scrivevi e prima di riuscire a trovare uno con una sufficiente sensibilità dell’ingresso del microfono dovevi richiedere l’intercessione di una schiera di santi in paradiso.

Per programmarlo si usava una versione ridotta di un interprete BASIC modificato per essere contenuto in 4 Kb di ROM. Limitazioni pazzesche: gli interi avevano valori compresi tra -32768 e 32768, avevi solo ventisei variabili a disposizione ed un massimo di 9999 righe di codice.

Nonostante questo fu amore, grande, a prima vista. Da quel piccolo aggeggio nacque un amore che ancora oggi splende così come allora.

Rimasi a lungo fedele ai prodotti di Sir Sinclair passando dallo ZX80 allo ZX81, poi ad uno ZX Spectrum e arrivando al Sinclair QL. Dopo questi abbandonai i suoi prodotti perché da un lato non rilasciò più nulla di nuovo e dall’altro mi innamorai del linguaggio C e per questa ragione comprai, o meglio mi feci comprare, un Commodore Amiga.

Lo ZX80 fu pubblicizzato nel 1980 e non ricordo esattamente quando ne venni in possesso. E’ passato troppo tempo. Ricordo solo che fu una grande emozione per un ragazzino che sino a quel momento aveva solo ed esclusivamente letto di computer sulla rivista MC Microcomputer e che scriveva i suoi programmi con carta e penna cercando di simularne il comportamento con un debugger sempre fatto di carta e penna.

Credo che quell’approccio, totalmente empirico, mi abbia insegnato molto e quando finalmente potei mettere le mani su un computer vero, per quanto limitato, ebbi la possibilità di provare quello che avevo scritto nel mondo reale e con una certa facilità dato l’esercizio cartaceo.

Mi sarebbe piaciuto avere l’opportunità di stringere la mano a Sir Clive Sinclair ma non ne ebbi mai l’occasione.

Questa notizia mi rende triste. Penso che Sir Sinclair abbia dato un contributo fondamentale alla democratizzazione ed alla diffusione dell’informatica.


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Posta elettronica

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Photo by Stephen Phillips – Hostreviews.co.uk on Unsplash

Anni fa avevo un capo, donna di grande carattere e new-yorker fatta e finita, che io avevo definito “one liner” per il modo in cui gestiva la sua posta elettronica.

In tre anni di frequentazione ricordo si e no tre o quattro messaggi di posta elettronica che fossero più lunghi di una riga e comunque sempre e solo contenenti una singola frase.

Personalmente non la ho mai considerata una mancanza di tatto, scortesia o arroganza. Era semplicemente un modo estremamente efficace per gestire il suo tempo.

Io non sono ancora arrivato a quei livelli ma mi sto esercitando.

I messaggi di posta elettronica dal mio account di lavoro sono appunto messaggi di lavoro e credo che debbano essere precisi, puntuali e devono evitare di fare perdere tempo a chi li riceve.

Se mi scrivi perché hai bisogno di informazione o di aiuto io quello ti devo dare senza menare il cane per l’aia.

Ritengo che la capacità di sintesi sia un tratto fondamentale del management e del lavoro in senso più lato.

Ovviamente tutto questo non prescinde dalla cortesia, dal tatto e dall’uso corretto di grammatica e sintassi.

Non uso mai imperativi. Uso spesso il condizionale e questo mi aspetto dal mio interlocutore.

Alla fine la posta elettronica è una forma di scrittura come un’altra e bisogna imparare a governarla. Partendo dalla lista dei riceventi, passando per l’uso del “reply” o “reply to all”, arrivando alla chiosa finale.

Purtroppo devo riconoscere che molte persone non hanno nessuna idea di come quello strumento possa essere usato in maniera efficace. Ancora una volta, se ti chiedo “Che ore sono?” mi devi dire che “Sono le sedici e ventuno” e quindi, non mi devi spiegare come funziona l’orologio.

Oltre a questo la posta elettronica può essere uno strumento molto efficace. In questi mesi di lockdown ho visto troppe volte un buon messaggio di posta elettronica sostituito da una riunione online. E che due palle. Tempo sprecato per tutti.

Se poi proprio volete dare animo alla vostra anima di scrittori date vita ad una porcheria come questa che state leggendo. Con un aggeggio come questo potrete sfogarvi come vi pare.


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Delle riunioni

group of people sitting beside rectangular wooden table with laptops
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Durante questa pandemia credo di avere utilizzato qualsiasi strumento conosciuto dall’uomo per potere parlare attraverso un personal computer, una webcam ed un microfono.

GoTo Meeting, Google Hangouts, Zoom, Skype, Microsoft Teams per non parlare di tutti questi sistemi che mi hanno permesso di intervenire a conferenze online.

Forte della esperienza delle riunioni fatte in presenza e con l’esperienza guadagnata con questi strumenti posso affermare con assoluta certezza che la maggior parte delle riunioni, se non tutte, sono un grandissimo casino e causano perdite di tempo, e di denaro enorme.

Dovendo fare una disamina dell’approccio corretto ad una riunione sono pronto a sostenere che:

  • Le riunioni hanno un’ora di inizio ed un’ora di fine e questi devono scrupolosamente essere rispettati. Non vedo perché debbano essere concesse delle eccezioni. Se non sei in grado di rispettare un orario io mi faccio delle domande sulla tua capacità di organizzare la tua agenda. Ora, intendiamoci, un imprevisto può essere capitare ma vedo troppo spesso la tendenza a presentarsi dopo l’orario di inizio per poi sforare dopo l’orario di termine. Mia nonna, che era una signora di gran classe, mi diceva sempre che ad un appuntamento si arriva sempre cinque minuti prima dell’orario fissato e ci si lascia dieci minuti prima del termine. Io penso che lei avesse ragione.
  • Quando si conducono delle riunioni online evitiamo di passare i primi dieci minuti con “Mi sentite?”, “Mi vedete?”. Oramai la vostra macchina dovrebbe essere abituata a queste cose e non vedo perché non dovrebbe funzionare. Assicuratevi di avere la webcam accesa ed il microfono aperto e cominciamo subito a parlare di quello di cui dobbiamo parlare.
  • A ruota segue il tempo perso nel consueto giro di tavolo per dire chi è chi e cosa fa. Tra l’altro le prime persone che parlano cominciano a rosicchiare tempo alla riunione mentre gli altri si fanno bellamente gli affari loro o pensano a cosa dire quando sarà il loro turno. L’effetto su tutti è che si perde la concentrazione sull’obiettivo del meeting. La soluzione è che l’organizzatore del meeting scriva nelle note la lista dei partecipanti, la loro funzione ed il motivo per cui saranno presenti.
  • Sempre nelle note della riunione facciamo in modo che sia chiaro quale è l’obiettivo da raggiungere durante quel tempo e, sopratutto, chi deve contribuire con che cosa affinché quell’obiettivo possa essere raggiunto.
  • Cerchiamo di limitare la presenza delle persone a quelle strettamente necessarie a raggiungere l’obiettivo della riunione. Tutti coloro che, in qualche misura, sono coinvolti potranno essere informati a valle della riunione via posta elettronica, magari con una minuta della riunione.
  • Facciamo in modo che quello che viene discusso nella riunione venga opportunamente tracciato con una minuta. La mia memoria lascia molto a desiderare e poi, verba volant, scripta manent.
  • Cerchiamo di essere concisi e di arrivare al punto nel più breve tempo possibile. Se ti chiedo “Che ore sono?” non voglio sapere come funziona un orologio.
  • L’organizzatore della riunione è il suo signore e padrone. E’ lui che detta i tempi e mantiene tutti in riga durante l’incontro.
  • Infine prima di organizzare una riunione si dovrebbe davvero chiedersi se questa è necessaria o se esistono modi più veloci, ed asincroni, per risolvere la questione.

Io penso che se seguissimo tutti queste semplici regole riusciremmo a gestire il nostro tempo in maniera più efficace ed eviteremmo di romperci le scatole oltre la misura tollerabile.


Shameless self promotion ahead…

Nel caso non ve ne foste accorti qui in giro c’è anche un podcast con il quale potrete intrattenervi.

Quello di seguito è l’ultimo episodio.

Qui, invece tutti gli episodi pubblicati sino ad ora: Parole Sparse – Il Podcast


Sempre più ricco!

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Photo by Michael Longmire on Unsplash

Nonostante il costante aumento delle inserzioni pubblicitarie tra un video e l’altro continuo ad essere un consumatore di video su YouTube. Finisco sempre per trovarci qualcosa che mi interessa. Qualche pezzo per chitarra che mi piacerebbe imparare a suonare, recensione di software sul quale sto facendo un pensiero di acquisto, nuovi strumenti di sicurezza e via dicendo.

Ora, io non so esattamente in che modo Google mi abbia profilato nel corso della nostra decennale relazione ma sono assolutamente convinto che si sia fatta una idea sbagliata di me.

Ho la sensazione che Google ritenga che io abbia assolutamente bisogno di entrate extra per potere condurre la mia vita.

Deve essere questo il motivo per cui continua a propormi, senza soluzione di continuità, dei video che mi promettono di farmi diventare ricco in men che non si dica. Sino a qualche tempo fa era LinkedIn ad avere questa opinione di me ma ora YouTube lo ha scalzato alla grande.

Ogni tanto mi fermo a guardarli questi video, sopratutto per fare spendere quattrini agli inserzionisti senza che ne possano guadagnare nulla. Non mi sento particolarmente in colpa. Se sei già ricco, mettere qualche migliaio di dollari nelle tasche di Google non dovrebbe crearti particolari problemi.

La cosa che mi stupisce è che la struttura dei video è sempre la stessa. E’ come se tutti facessero capo ad un unico format. Sempre quello.

Se dovessi riassumere le caratteristiche principali di questo video potrei dire che:

  • Le location scelte come sfondo sono sempre esotiche e sfavillanti. Certo, se prometti di farmi diventare ricco devi dimostrarmi che lo sei tu per primo. Per questo come sfondo devi scegliere Dubai, le Hawaii o le Seychelles. Non puoi certo farti riprendere nella cameretta della casa nella quale vivi ancora con i tuoi genitori.
  • Molto spesso nella narrazione compaiono delle macchine costosissime. Lamborghini, Ferrari, Maserati e chi più ne ha più ne metta. Non puoi certo farti immortalare con la Panda 4×4 che ti lasciato in eredità il nonno.
  • Sempre in tema di location esiste la variante acquatica. Il soggetto che tenta di intortarmi è placidamente immerso in una piscina alla stregua di un leone marino. Vale la stessa considerazione di cui sopra.
  • L’età media dei soggetti è, quasi sempre, al di sotto della trentina. In effetti questa cosa un pochino mi lascia l’amaro in bocca. Ho sprecato la mia gioventù quando avrei potuto diventare milionario. Diciamo che, sotto certi aspetti, questa cosa è anche vera.
  • Al polso dei protagonisti ci sono sempre orologi di rilievo. Rolex, Audermas Piguet, Movado. Roba seria. Qualcuno si spinge verso l’Apple watch, ma solo quando il contenuto di quello che stanno cercando di vendermi ha qualcosa a che fare con la tecnologia.
  • Ognuno di questi personaggi dice che il resto dell’offerta nel suo mercato è fuffa. Loro sono gli unici che hanno un sincero interesse a farti diventare ricco e che mai si permetterebbero di metterti le mani nel portafogli senza darti la garazia del successo.
  • Lo show off della propria ricchezza spesso continua con la narrazione della sostanza dei loro conti correnti (Guardi di Finanza, ve lo dicono loro…), grandezza degli uffici, numero di collaboratori, quantità di auto possedute, numero di clienti soddisfatti e via dicendo.
  • In genere la supponenza di queste persone è oltre la misura tollerabile. Se li avessi davanti a me li prenderei a schiaffi, virtuali ovviamente, dopo quattro secondi netti.
  • Lo zoccolo duro della narrazione è sempre lo stesso: Ti rendi conto che stai spendendo la tua vita con un lavoro che non ti piace e che non ti assicura un futuro di indipendenza economica? Se tu comprassi il mio corso/libro/webinar io ti potrei insegnare il modo per diventare ricco senza spendere una goccia di sudore.
  • Ecco, lo sforzo minimo necessario per diventare ricco è un altro tema ricorrente. Per diventare ricco non devi farti un mazzo tanto e ereditare i quattrini dalla tua famiglia. E’ sufficiente che tu ti siede davanti ad un computer e che tu prema tre quattro tasti e poi premere il tasto INVIO. Fatto questo ti siedi e aspetti che i quattrini comincino a fluire verso il tuo conto corrente come se stessero seguendo il pifferaio magico.
  • Stranamente, e fortunatamente, il genere femminile non viene usato come rappresentazione del successo. Niente mogli o fidanzate trofeo in questo video. Diciamo che, se non altro, non c’è questo sfoggio sessista (Anche se il resto del contesto è decisamente sessista)
  • Sessista perché nella presentazione dei loro casi di successo non ho mai visto una donna che fosse una. Sono tutti ragazzetti fotocopia del protagonista principale. E’ chiaro che se non sei figo non puoi diventare ricco. Essere brutti è una condizione che ti preclude qualsiasi successo finanziario, evidentemente.

Qualche volta mi viene la tentazione di registrarli per farne una sorta di bestiario post medievale a mio uso e consumo. Poi vince la pigrizia e mi trattengo.


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1Password ed Electron

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Photo by Dan Nelson on Unsplash

Da anni utilizzo 1Password per memorizzare le password dei sistemi cui devo accedere e per archiviare tutta una serie di dati che per me sono sensibili. Ad esempio su 1Password ci sono i codici di recupero di tutti quei siti su cui utilizzo 2FA, i dettagli delle mie carte di credito, le chiavi crittografiche di alcune applicazioni, i certificati SSL dei miei siti e via dicendo.

La ho sempre trovata una applicazione molto utile e molto ben fatta, sopratutto nella sua penultima versione.

Recentemente è stata rilasciata una nuova versione, la versione numero 8 che ha segnato il passaggio da una applicazione nativa ad una applicazione basata sul framework Electron.

In sostanza Electron permette agli sviluppatori di utilizzare una codebase simile e generare applicazioni che sono multi piattaforma. E’ un framework che va molto di moda ultimamente. Tanto per fare un esempio su Electron sono basate le applicazioni desktop di Microsoft Teams, WhatsApp, Twitch e tantissime altre.

Da un puro punto di vista tecnico la scelta non mi pare del tutto sbagliata. Usando lo stesso framework la vita degli sviluppatori si semplifica. Essendo basato su tecnologie che provengono dal web gli sviluppatori sono molto di più rispetto a quelli che sviluppano applicazioni native su Linux, Windows.e MacOS tanto per citare i tre sistemi operativi più diffusi.

Dopo il rilascio di questa nuova versione c’è stata una sorta di ribellione da parte degli utenti.

Vi dico come la penso, sopratutto in relazione ad una applicazione come 1Password.

La prima osservazione che faccio è che non è così vero che usando Electron mantengo una sola codebase. In parte è decisamente così ma 1Password utilizza alcune caratteristiche native dei sistemi operativi che necessariamente richiedono uno sviluppo dedicato che non può essere condiviso con altri sistemi operativi. Ad esempio su MacOS puoi sbloccare 1Password usando l’impronta digitale. E’ ben evidente che questo può funzionare solo su macchine Apple e non su altri sistemi operativi.

Come conseguenza dovrai comunque avere a disposizioni degli sviluppatori che conoscono profondamente il sistema operativo di destinazione.

E’ oramai circa un mese che uso la nuova versione e dal punto di vista dell’utilizzo non ho trovato particolari differenze che mi facciano rimpiangere la versione nativa.

C’è solo un punto che non è un problema ma più una sensazione.

Psicologicamente da una applicazione nativa mi aspetto una interazione ed un feeling che sia quello del sistema operativo per cui è stata sviluppata. Potremmo dire che quando quello è il caso mi sembra di essere a casa. Con Electron non ho questo feeling e, piuttosto, mi sembra di essere una pagina web incastrata in una finestra del sistema operativo. Nota margine: tecnicamente è proprio così anche se detta in questo modo è una semplificazione.

Se penso alla destinazione d’uso di una applicazione come 1Password io credo che non dare all’utente la sensazione di “essere a casa” è una perdita. Mi sembra ben evidente che l’applicazione è sicura tanto quanto lo erano le versioni native ma la mia sensazione di utente non è proprio la stessa.

Ad ogni modo non è per una spinta sufficiente ad abbandonare l’applicazione. In fondo ci si sono accumulati negli anni quasi 1.500 credenziali di accesso e portarli altrove sarebbe una rottura di scatole di cui non ho bisogno in questo momento.


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Anche WhatsApp sa!

Diciamo la verità: quanti di noi leggono davvero, e fino in fondo, il documento “Termini e Condizioni” di tutti i servizi che usiamo sul nostro personal computer o sul nostro smartphone?

Se faccio un rapido conto posso dire di avere una trentina di applicazioni installate sul mio telefono e più o meno un centinaio sul mio personal computer. Al giorno d’oggi, giustamente, la lunghezza di un documento di quel tipo è mediamente compresa tra le 15 e le 30 pagine.

Questo significa che per essere tranquillo mi sarei dovuto leggere qualcosa come 3300 pagine di documenti per essere sicuro di cosa posso fare, o non fare, di quali sono i miei diritti, quali i miei doveri e capire come vengono maneggiati i dati dalla applicazione.

No, non lo ho mai fatto.

A questo punto vi consiglierei di dirigervi verso il sito di ProPublica e leggere questo articolo: “How Facebook Undermines Privacy Protections for Its 2 Billion WhatsApp Users“. Diciamo che dovreste avere almeno una mezz’ora di tempo per arrivare fino in fondo e metabolizzarlo.

Se siete arrivati fino in fondo andate sulla home page web di WhatsApp. Scorretela e troverete questo:

Alcuni dei momenti più personali vengono condivisi su WhatsApp, motivo per cui abbiamo costruito la crittografia end-to-end nelle versioni più recenti della nostra app. Quando crittografati end-to-end, i messaggi e le chiamate sono protetti in modo tale che solo tu e la persona con cui stai comunicando possano leggerli o ascoltarli, e nessun altro in mezzo, nemmeno WhatsApp.

Come fa osservare ProPublica nel documento di Termini e Condizioni viene scritto questo:

WhatsApp riceve i messaggi più recenti che ti sono stati inviati da un contatto o un gruppo segnalati, nonché informazioni sulle tue recenti interazioni con l’utente segnalato

https://faq.whatsapp.com/general/security-and-privacy/about-blocking-and-reporting-contacts

E’ chiaro che le due cose non sembrano parlarsi molto tra di loro.

Da quello che si capisce dal report di ProPublica WhatsApp ha a disposizione uno strumento di Intelligenza Artificiale che si occupa della scansione dei messaggi e dei metadati degli utenti ed in parallelo un team di persone che si occupano di analizzare le segnalazioni ricevute da un lato dallo strumento di cui sopra e dall’altro delle segnalazioni ricevute dagli utenti.

A questo punto sembra che in entrambi i casi il povero cristiano che è costretto per otto ore al giorno a leggere le fesserie degli utenti riceve gli ultimi cinque messaggi della chat incriminata per poi prendere una decisione sul da farsi.

E’ ben evidente che non tutto il male viene per nuocere. Se due delinquenti, per essere gentili, si scambiano online fotografia di pornografia infantile sono ben felice che il signor Zuckerberg gli mandi a casa una squadra SWAT armata di tutto punto e pronta a fare fuoco ma il tema rimane comunque delicato.

Potremmo quindi dire che nel caso di un crimine il tema della privacy decade a favore del bene comune. Questa la compro e mi sembra ragionevole.

Rimangono due elementi da considerare: la fallibilità dell’algoritmo di IA e la segnalazione da parte degli utenti.

Partiamo con il primo caso. Diciamo che sono una mamma che ha appena partorito l’erede così tanto atteso. Ho portato a casa l’infante e sto tempestando l’universo creato con le immagini del pupo. Diciamo anche che sto organizzando una festicciola a casa mia e lo scrivo ai nonni. Subito dopo avere mandato quel messaggio il pupo deve fare il bagnetto e tutti sappiamo che il bagno si fa senza vestiti. Colta da pulsione irrefrenabile mando ai nonni la foto del bagnetto del bimbo. L’algoritmo pensa che tu possa essere un pedofilo e segnala. L’omino che deve controllare il post si rende conto che si tratta invece di una cosa innocente e non procede a nessuna azione. Peccato che questo omino abbia avuto accesso ai cinque messaggi precedenti e che ora conosca l’indirizzo di casa della mamma.

Non mi sembra una cosa del tutto trascurabile.

Il secondo caso potrebbe portare a situazioni del tutto simili al primo.


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