La barchetta

Nonostante Giannutri sia sempre un paradiso quest’anno abbiamo deciso di affittare una barchetta. Niente di eclatante. Un Boston Whaler di 4 metri con un motorino da 15 cavalli che consuma poco e fa il suo dovere.

Devo confessare che non ne ero del tutto convinto ma ogni traccia di dubbio è scomparsa dal secondo giorno alla fonda in una delle calette vicino a Cala Spalmatoio.

Il silenzio che ti circonda, il rumore delle onde che si infrangono sugli scogli e lo sciabordio sullo scafo sono veramente impagabili.

Oltre a questo mi sono anche procurato una maschera graduato così che dopo secoli ho la possibilità di vedere davvero che cosa c’è la sotto invece di intuirlo.

Potrei passare delle ore a galleggiare osservando la vita sotto il pelo dell’acqua. Le occhiate che si muovono in gruppi, qualche orata solitaria, altri pesci che ti si avvicinano mentre nuoti. Certo non è un mare tropicale ma poterlo finalmente vedere è un soffio di vita in più.

E dopo tutto questo puoi addormentarti sui cuscini e riposarti come non hai mai fatto. Lontano anche dagli schiamazzi dei turisti che rimangono a terra quando ti muovi dal porticciuolo.

E la sera, quando ti sdrai nel tuo letto, il tuo cervello si ricorda ancora del cullare delle onde e ti fa credere di essere ancora lì.

Giannutri è sempre una vacanza abbastanza “estrema” ma ne vale sempre la pena, nonostante tutto.

La pesca è rilassante

Con l’occasione di questa ennesima vacanza a Giannutri e con l’età oramai abbastanza matura dei ragazzi ho deciso che quest’anno si poteva provare nuovamente ad andare a pesca.

Stiano tranquilli i vegani, i vegetariani, gli animalisti e qualsiasi altra categoria “in between”. Io sono un pescatore innocuo. Non ho mai davvero pescato nulla, nemmeno per errore. La cosa più vicina per me al pescato è il la pescheria del supermercato. In genere faccio pochi danni anche lì.

A me della pesca piace il fatto che te ne stai per ore ad osservare un galleggiante o la cima di una canna da pesca mentre pensi bellamente agli affari tuoi. Confesso che alcune idee brillanti mi sono venute proprio in questi momenti.

Ho quindi disegnato un parallelo tra quello che era e quella che poteva essere l’esperienza della pesca a Giannutri con Lorenzo e Beatrice.

Diciamo che non è andata esattamente come mi aspettavo.

Mi vedevo sugli scogli a scrutare l’orizzonte mentre ondate di pesci si facevano beffe di me e delle mie esche sotto il pelo dell’acqua. In questo totale assenza di attività io mi sarei crogiolato nei miei pensieri tornando a casa con la tipica soddisfazione di una giornata rilassante.

Diciamo che la presenta di Lorenzo e Beatrice ha leggermente modificato il risultato finale.

“Papà mi si è incagliato l’amo”

“Papà ho bisogno di una nuova esca”

“Papà il mulinello non funziona”

“Papà voglio provare ad usare un galleggiante diverso”

“Papà mi si è rotto il filo”

E questo è solo un distillato di quello che è avvenuto in due ore mezza di pesca dagli scogli.

Si aggiunga a questo il fatto che per evitare danni collaterali li avevo distanziati tra loro di una buona ventina di metri.

Ho quindi fatto il Martin Pescatore per tutto il tempo saltando da una postazione all’altra nel tentativo di aiutarli. In due momenti confesso di avere ceduto ad un pochino di nervosismo che ho cercato di nascondere il più velocemente possibile.

Alla fine si sono divertiti molto ed io credo di avere perso almeno un chilogrammo. Posso anche confermare che non abbiamo arpionato nessuno turista, tutte le natiche sono prive di ami confiscati e tutti gli occhi sono tornati a casa sani e salvi. Sani e salvi sono anche tutti i pesci di Cala Spalmatoio che ogni volta che ci vedranno tireranno un sospiro di sollievo.

Io ora ho bisogno di almeno cinque ore di sonno per potere recuperare.

Aspettate, sento Lorenzo che mi cerca… “Papà torniamo a pesca nel pomeriggio?” “Certo, Lorenzo, ci torniamo. Magari questa volta andiamo al molo”

Una fatica immane ma un divertimento totale.

Work Rules!: Insights from Inside Google That Will Transform How You Live and Lead

In questio giorni di vacanza sto leggendo un libro di Laszlo Bock: Work rules! Insights from inside Google that will transform how you live and lead

Lettura consigliatissima a chiunque debba trascorrere gran parte del suo tempo lavorando in organizzazioni più o meno complesse.

Ultimamente nei miei talk il tema della organizzazione di strutture complesse è diventato sempre più centrale e mi ha stupito molto ritrovare molti dei miei convincimenti espressi tra le pagine del libro.

Evidentemente un altro tipo di organizzazione del lavoro e del suo contesto è possibile.

Al di là della mia attività di speaker c’è un altro aspetto che mi rende particolarmente felice.

Quello che noi stiamo facendo in Sketchin, l’azienda per la quale lavoro, non è affatto molto diverso da quello che viene raccontato nel libro di cui sopra. Certo ci sono sostanziali differenze ma i principi guida sono esattamente gli stessi e credo che questo sia un grande risultato.

Ho collezionato qualche idea che vorrei perfezionare nel prossimo futuro e rendere reale all’interno di Sketchin al nostro ritorno dalle vacanze. Ci sarà l’occasione con Sketchin Restart, un evento interno di 3 giorni a Settembre. Mi piacerebbe davvero avere l’occasione di portare Sketchin ancora un passo avanti rispetto ai passi da gigante che già abbiamo fatto.

Io credo che lo possiamo fare e che ci possiamo anche divertire un mondo durante il cammino.

Dittatori

L’iconografia dei dittatori è sempre fonte di grande ispirazione e sonore risate.

Uno in particolare non finisce mai di farmi porre delle domande.

Kim Jong-un, leader supremo della Corea del Nord è uno di questi.

Ecco, aprite il browser e cercate su Google “Kim Jong-un”. Non appena avrete visualizzato la pagina dei risultati della ricerca cliccate su “Immagini” e guardate tutte quelle fotografie del dittatore nelle quali non è da solo.

Noterete che in tutte le immagini, al di là degli sguardi adoranti, noterete che c’è sempre qualcuno che sta scrivendo su un taccuino.

Ecco, ogni volta che vedo una di queste immagini io mi domando: ma che cosa starà mai scrivendo?

Davvero, pagherei per poterlo sapere. Almeno una volta.

100 Lire di caramelle al gusto di Coca Cola

All’età di otto anni scoprii che mia mamma aveva un conto aperto al supermercato del paese.

Supermercato per quei tempi era una parola un pochino fuori luogo. Questo era decisamente il negozio di alimentari più grande del paesello ma certamente non potrebbe competere con i supermercati di oggi. Prova ne è il fatto che venne acquisito da Esselunga quando questa decisa di aprire uno dei suoi punti vendita assorbendo il personale del piccolo supermercato.

Ricordo che rimasi particolarmente stupito dal fatto che si potessero avere dei generi alimentari semplicemente dicendo “Me li segni sul nostro conto, per favore”. Ovviamente mi sfuggiva il fatto che alla fine del mese quel conto andasse saldato con soldi veri e non con le parole. Lo imparai più in là negli anni.

Fatto sta che dopo questa scoperta più o meno ogni settimana io ne approfittavo.

Va detto che il supermercato di cui sopra aveva anche un piccolo reparto molto simile ad una drogheria. Agli occhi di un ottenne quello era il paradiso. C’erano caramelle coloratissime, cioccolatini, per i più grandi c’erano i Boeri che ti concedevano anche l’ebbrezza del gioco d’azzardo poichè scartandolo potevi vincerne altri.

Ciò a cui io non potevo resistere erano le caramelle a forma di bottiglia e al gusto di CocaCola. 

Questo è il motivo che mi spinse a delinquere.

Mi avvicinavo alla signora e chiedevo 100 Lire di caramelle al gusto di CocaCola. Con lo guardo basso e colpevole mi avvicinavo alla cassa e proferivo la magica frase “Me li segni sul conto di mamma, per favore”. Dallo sguardo della signora ero perfettamente consapevole del fatto che lei sapesse ma, in qualche modo, siamo diventati complici e non ha mai tradito il mio crimine di bambino.

Data la modestia della cifra neanche i miei genitori si sono mai accorti di nulla ma io vivevo ogni fine del mese con l’infinito terrore di venire scoperto.

Vinto dai sensi di colpa smisi e cominciai ad impiegare parte della mia paghetta settimanale per soddisfare il mio vizio.

Mamma, Papà, sappiate che sono stato io e sono in debito con voi di qualche migliaio di Lire. Purtroppo è un debito che non sarò più in grado di estinguere.

300

I 300 di cui vorrei parlare qui non sono certamente i 300 spartani della battaglia delle Termopili.

Sono le 300 persone che il Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano autorizza a sbarcare a Giannutri ogni giorno. Questo, a torto o a ragione, è il numero che è stato stabilito essere corretto per mantenere integro l’ecosistema dell’isola.

Puntualmente quel numero di persone ogni mattina sbarca sull’isola alle 11.00 del mattino e nel primo pomeriggio riparte alla volta di Porto Santo Stefano.

I residenti dell’isola li chiamano “I turisti”, con quella forma di dialogo un pochino elitario che li caratterizza.

Anche Lorenzo e Beatrice hanno cominciato a chiamarli “I turisti”. Evidentemente si sono integrati nella socialità dell’isola molto più velocemente del sottoscritto.

Giannutri è un isola che è grande 2,6 Km2, ed ha coste per circa 8km e mezzo. Di queste coste direi che al massimo un chilometro è raggiungibile a piedi senza rischiare di spezzarsi l’osso del collo cadendo dagli scogli. Ovviamente non ci sono spiagge, se non una piccola spiaggia di una ottantina di metri a Cala Spalmatoio.

1 chilometro sono mille metri. Provate a dividere 1000 metri per il numero di turisti che ogni giorno sbarcano sull’isola e avrete una idea della densità di persone che si trova sugli scogli durante la presenza dei visitatori.

Questo è il motivo per cui durante lo sbarco dei turisti i residenti si rintanano nelle loro abitazioni e aspettano pazientemente che l’isola torni alla quiete che la caratterizza.

Ora, ognuno è libero di spendere il proprio tempo in vacanza come meglio crede. Se desideri spendere una giornata aggrappato agli scogli come un riccio in compagnia di centinaia di altri ricci a me va benissimo.

Quello che mi domando è: perchè lo fai?

Il fascino di Giannutri è talmente grande da spingerti comunque a sopportare qualsiasi condizione? Alla fine mi sono convinto che questa sia la ragione. Una giornata mordi e fuggi in un paradiso è comunque meglio di una giornata in spiaggia a Porto Santo Stefano. Peccato che come te la pensino anche altre 299 persone che trasformano il paradiso in un inferno.

Ecco. La sirena della Maregiglio sta suonando. E’ ora di tornare a casa, caro turista. 

Spero che tu ti sia divertito e che tu abbia avuto cura di raccogliere tutta la porcheria che generalmente lasci in giro dopo che te ne sei andato.

Forse anche io comincerò a chiamarli turisti.

La corsia dell’infamia

Questa mattina all’alba siamo partiti per le vacanze. Abbiamo trascorso cinque solide ore in macchina da Milano a Porto Santo Stefano.

Non mi capita più di viaggiare tanto come una volta ma il comportamento degli automobilisti in autostrada continua ad affascinarmi, in senso negativo.

In particolare non riesco a comprendere il motivo per cui vale il seguente teorema:

Data una autostrada ad n corsie, gli automobilisti tenderanno ad utilizzare solo ed esclusivamente le n-1 corsie alla loro sinistra.

La corsia più a destra non se la fila nessuno. E’ una landa desolata di solitudine e spazi aperti. In questi anni sono arrivato a definirla “La corsia dell’infamia” dato che nessuno la vuole percorrere.

Mi domando quale ne sia il motivo.

Forse dati i potenti mezzi oggi a disposizione anche di una vettura di media cilindrata l’automobilista non la vuole umiliare facendola scorrere in una corsia che dovrebbe essere più lenta.

Potrebbe essere una manifestazione dell’ego del conducente che comunque non si vede relegato nella corsia di destra essendo lui un novello Nuvolari.

Un retaggio della scuola guida i cui dettami hanno ora la stessa forma fumosa di quello che si è imparato a catechismo?

Detto questo io confesso che la corsia di destra la uso e ne traggo enorme soddisfazione.

È ormai la corsia più veloce e che scorre meglio e, da qualche hanno puoi anche superare a destra. Nota bene, superare, non sorpassare come recita il Codice della Strada:

L’art.143 Cds prescrive che sulle strade a due o più corsie si debba circolare sulla corsia libera più a destra. Le inosservanze sono sanzionate con il pagamento di una somma di € 38,00 e la decurtazione di 4 punti.

La manovra di colui che circolando sulla corsia centrale trova l’ostacolo di un veicolo ed effettua il sorpasso a destra è sanzionato dall’art.148, comma 15, Cds con la somma di € 74,00 e la decurtazione di 5 punti. Se la manovra di sorpasso a destra è ripetuta nell’arco di due anni, si applica anche la sospensione della patente da 1 a 3 mesi.

La manovra di colui che prosegue la marcia sulla corsia di destra, nonostante la presenza di veicoli sulla corsia o sulle corsie di sinistra, non integra la manovra di sorpasso a destra, ma solo quella di superamento da destra che non è sanzionata.

Nonostante questo c’è chi suona, chi rabbiosamente lampeggia con gli abbaglianti ed uno che mi ha inseguito, tempo fa, fino in una area di servizio accusandomi di delitti contro l’umanità. A questo signore ho suggerito un ripassino del codice della strada o, in alternativa, una veloce ricerca su Google.

Viva la corsia dell’infamia! Adotta una corsia anche tu!

Giannutri

Domattina si parte alla volta di Giannutri per un paio di settimane di vacanze.

È uno dei momenti dell’anno che aspetto con maggiore entusiasmo nonostante Giannutri sia, ormai, una meta ricorrente.

Giannutri e’ un’isola, piccola, anzi piccolissima.

Durante l’inverno ci sono qualcosa come 11 residenti e durante l’estate si arriva più o meno un centinaio di persone.

Sull’isola non ci sono strade e, di conseguenza, non ci sono veicoli. Non ci sono negozi a parte un piccolo spaccio di generi alimentari che, anche lui, si adatta alla natura dell’isola. Puoi provare a ordinare qualcosa da terra, ma non è detto che arrivi. Puoi ordinare della pasta con un brand particolare, ma arriverà solo della pasta. Giannutri è fatta così, ed è questo che mi affascina.

Per certi versi è una esperienza estrema.

Non avrai a disposizione nulla che tu non ti sia portato dalla terraferma.

In genere alle 11.00 arriva una barca con un pieno di persone che, in classico stile mordi e fuggi, visiteranno l’isola sino alle 14.00 quando la barca li riporterà ai loro hotel.

I residenti li chiamano “i turisti” e badano bene a starne alla larga. Come animali sospettosi si rintanano nelle loro case sino a che “i turisti” non se ne sono andati lasciando dietro di loro i resti della loro permanenza.

A Giannutri il tempo rallenta e senti tutti i rumori dell’isola.

A Giannutri c’è scarsa connettività e anche una sola telefonata e decisamente una impresa. Anche questo gioca a favore del clima dell’isola.

Di notte, fa buio. Quel buio vero, scuro e profondo che rivela una quantità enorme di stelle. Quelle stelle che sono sempre lì ma che in città ti dimentichi che esistono.

Giannutri ti costringe a staccare quali che siano le tue intenzioni. È questo il fascino dell’isola.

Anche io ho intenzione di staccare la spina. Telefono riposto nel cassetto, niente computer se non il mio iPad per potere continuare questo esperimento. Farò come se la posta elettronica non fosse mai stata inventata. Andrò a pesca con i ragazzi e mi girerò l’isola in barca lasciandomi cullare dalle onde.

Ozio, questo è l’obiettivo.

Domenico Mondelli

Capita di imbattersi in vite incredibilmente straordinarie che hanno il pregio di farti guardare al tuo paese con occhi diversi e di farti chiedere dove sia finito lo spirito vissuto durante quegli eventi.

Domenico Mondelli è stato un Generale di Corpo d’Armata del Regio Esercito. Iniziò la sua carriere militare con i Bersaglieri, conseguì il brevetto di pilota nel 1914 e fu la duecentesima persona ad ottenerlo nel mondo. A quel tempo l’aeronautica militare ancora non esisteva e i pochi piloti, con i loro apparecchi, erano inquadrati tra le fila del Genio Militare.

Con la costituzione del Corpo Aeronautico Militare nel 1913 divenne comandante della 7a Squadriglia di Bombardamento al momento della sua costituzione nel 1916.

Si guadagnò sul campo tre Medaglie d’Argento al Valor Militare, due Medaglie di Bronzo al Valor Militare, una Croce di Guerra al Merito e altre onoreficenze.

Si oppose più volte alla discriminazione subita dal governo fascista facendo ricorso ben quattro volte al Consiglio di Stato ottenendo esito favorevole in ogni occasione.

Fin qui nulla di strano. Sembrerebbe la specchiata carriera di un militare di prim’ordine.

Certo, non foss’altro che Domenico Mondelli, nato Wolde Selassie, era un uomo di colore adottato (in realtà non fu mai adottato, ma questa è un’altra storia) da un Tenento Colonnello di Parma, Attilio Mondelli.

Al momento della sua uscita dalla Regia Accademia Militare di Modena servì nei Bersaglieri che ancora una volta si dimostrarono capaci di superare qualsiasi ostacolo di carattere razziale, così come avevano fatto con Michele Amatore, altro militare di colore.

Ecco, mi domando, quel paese dove è finito?

Per chi volesse approfondire è uscito l’anno scorso un libro scritto da Mauro Valeri intitolato “Il generale nero. Domenico Mondelli: bersagliere, aviatore e ardito”.

Che poi, “bersagliere, aviatore e ardito” sono di già una avventura in tre parole.

L’algoritmo

In questi giorni monta la protesta degli insegnanti contro i trasferimenti della scuola dovuta alla normalizzazione dei loro contratti di lavoro.

Mentre sono in macchina e guido verso lo studio sento su Radio24 che:

“Il processo di scelta delle destinazioni è gestito da un algoritmo che in funzione di una serie di variabili e parametri decide le destinazioni dei docenti. Certo è che con un insieme di 200.000 (sic. duecentomila) posizione da analizzare e incrociare l’algoritmo può avere dei problemi”

Non proprio testuale ma questo era il senso. Oltretutto in un momento della trasmissione l’algoritmo è diventato logaritmo.

Sorrido tristemente.

No, davvero un sistema che deve gestire 200k record attraverso un algoritmo, per quanto complesso, possa avere dei problemi? Nel 2016?

Dai, su. Siamo seri.

Non tutti possono avere una laurea in informatica e comprendere la dimensione farsesca di questa affermazione ma, se sei un giornalista, magari informati se questa può essere una tesi sostenibile.

Non più tardi di un anno fa parlavo con un amico che si trovava a gestire degli ipercubi contenenti informazioni sulla gestione di parti di ricambio di una casa automobilistica non Italiana e ho visto come quel motore fosse in grado di gestire decine di milioni di recordo in tempi sotto il secondo. E questo con tutte le regole di riclassificazione impostate per l’ipercubo.

200000 record oramai li gestisce anche il mio foglio Excel sul mio Mac, e non devo nemmeno andare a prendere un caffè nell’attesa.

Diciamo piuttosto che chi doveva scrivere l’algoritmo e implementarlo su un sistema non è stato in grado di farlo secondo gli standard del 2016.

Classificazione: fregnacce e disinformazione.

Il manuale dell’ingegnere

Quando ero un nano settenne uno dei miei passatempi preferiti era quello di raggiungere lo studio di mio padre e mettere le mani sulla sua copia del Manuale dell’Ingegnere.

Ho un ricordo molto preciso di quel volume edito da Hoepli.

Era pesante per le mie mani di bambino, una copertina marrone in similpelle e una sovracoprtina rigida. Era molto grande, aveva una quantita’ infinita di pagine di una carta meravigliosamente leggera che faceva un rumore sottile quando giravi le pagine.

Vedevo scorrere pagine intere di formule, simboli e grafici e avevo la convinzione che attraverso la loro conoscenza avrei potuto costruire qualsiasi cosa immaginavo.

Lo ho cercato nuovamente online nella sua versione corrente e confesso che ha perso tutto il suo fascino. Forse sono io che sono cresciuto e certamente i materiali sono cambiati ma, maneggiandolo in libreria, mi ha dato tutt’altre sensazioni.

Per fortuna una delle copie che erano nello studio di mio padre si e’ salvata e ora fa bella mostra di sé sulla scrivania del mio ufficio. Insieme a lei c’è un pochino di papà.

La circolazione delle idee

Sono sincero quando dico che il Movimento 5 Stelle non gode particolarmente dei miei favori. Le motivazioni esulano dal contenuto di questo scritto e quindi vado diritto al punto che mi interessa.

Virgina Raggi, neo sindaca di Roma, ha utilizzato fonti esterne nella stesura del suo programma per il governo della Capitale. Qui la “notizia”: Corriere della Sera

In particolare viene accusata di avere copiato da:

  • atti della conferenza programmatica della Federazione dei Verdi.
  • atti e pubblicazioni della Agenda Digitale.
  • atti e pubblicazioni degli Stati Generali dell’Innovazione.

Quindi? Dove sarebbe il problema?

Cito testualmente dall’area “Il progetto editoriale” del sito della Agenda Digitale:

Lo scopo è creare un luogo per accompagnare i passi dell’Italia verso la necessaria rivoluzione digitale. Agendadigitale.eu non seguirà quest’evoluzione nel day by day, perché lo scopo non è l’aggiornamento puntuale sui fatti bensì la ricostruzione di un senso complessivo. Può servire a capire quello che sta cambiando davvero, nella struttura del nostro Paese che cerca di abbracciare il digitale. L’ambizione, anche attraverso i nostri Protagonisti che credono nel progetto, è provare a incidere sull’agenda politica. Per migliorare la normativa e individuare gli intoppi nella sua realizzazione.

Le idee sono fatte per circolare e per essere adottate. Lo scopo e’ farne perdere la proprietà a favore della comunità.

Il resto sono chiacchere strumentali.

Io stesso quando parlo a conferenze che trattano di innovazione spero che le mie idee vengano adottate da altri che le facciano proprie.

Se proprio vogliamo essere puntigliosi diciamo che la mancanza della neo sindaca è non avere citato le fonti e dato il credito che le idee meritavano. Certo, cosa non da poco.

Pescare

Da ragazzo andavo a pesca con i miei amici. A occhio e croce direi che sono passati una trentina d’anni dall’ultima volta che lo ho fatto seriamente.

Allora ricordo chiaramente che c’erano due o tre tipi di canne di pesca, altrettanta poca varietà di fili ed ami e lo stesso per quanto riguarda i mulinelli.

Si tornava comunque a casa con la soddisfazione di buone catture e tanto divertimento.

Tra poco tornerò a Giannutri per le vacanze con i bambini. Loro hanno espresso il desiderio di provare a pescare.

Sono quindi andato in un negozio specializzato per comprare un pò di attrezzatura.

Un incubo. Oramai la specializzazione è totale.

Ci sono una infinità di canne da pesca dei più diversi materiali e per ogni tipo di condizione d’uso. Dalla spiaggia, dalle rocce, per lo spinning, il bolentino, il carp fishing, il rock fishing e altre decine di cose di cui ho dovuto documentarmi su internet per capire di cosa si trattava.

Lo stesso per ogni singolo altro accessorio. Dalla lenza, al terminale, al mulinello, agli ami. Per non parlare delle esche artificiali che sembrano costruite per un singolo pesce a cui, forse, puoi anche dare un nome di persona.

Pensavo di cavarmela in una mezz’ora e invece ci sono rimasto per due ore.

Uscendo consideravo che comunque anche 30 anni fa si pescava senza grosse specializzazioni verticali e mi sono domandato quanto fosse innovazione e quanto, invece, fosse marketing.

Vedremo a Giannutri se il paniere sarà più nutrito di quando ero ragazzo.

La chitarra

Quella Fender Telecaster la avevo cercata a lungo. La volevo usata perchè mi sono convinto che gli strumenti usati hanno qualcosa in più. Una storia fatta di note e colori, sogni e aspettative.

Dopo qualche mese di attesa la ho trovata e non ho esitato un attimo a portarla a casa. È diventato il mio strumento preferito per qualche tempo per poi lasciare il passo ad altre chitarre che sono arrivate nella già numerosa famiglia.

Una sera la ritrovo scheggiata da un colpo di aspirapolvere. Per qualche secondo mi ritrovo a pensare a chi sia il colpevole e quale sia la punizione migliore da infliggere per questo oltraggio.

Mi passa subito.

Penso che alla fine questo non è altro che un altro evento nella storia di questo strumento e che lo caratterizza per il suo vissuto.

Ritorna ad essere il mio strumento preferito, fino al prossimo innamoramento.


Le scarpe e zio

Mio zio era un colonnello dell’Esercito Italiano in congedo.

Senza ombra di dubbio era il mio eroe preferito. Aveva fatto la guerra, era stato prigioniero degli inglesi in India, era stato sfiorato dallo scandalo della Rosa dei Venti per poi dedicarsi ad avventure professionali altrettanto eccitanti per un ragazzino di sei anni.

Per quello che potevo cercavo di frequentarlo il più possibile spingendolo a raccontarmi quelle sue storie fantastiche.

Ricordo che aveva una cura maniacale per le sue scarpe.

Le posava sul tavolo della cucina deopo avere disposto un foglio di giornale a proteggere la superficie e cominciava ad occuparsene.

Una spazzola per togliere la polvere, spazzole di colore diverso per ogni tipo di cuoio. Un lucido da scarpe di marca inglese cui si doveva dare fuoco nel barattolo per sciogliero un pochino prima di usarlo. Un panno per ogni colore da usare dopo avere steso il lucido. Il controllo finale per verificare il buono stato dei lacci e le forme tendiscarpe che, secondo la sua opinione, erano fondamentali per l’eleganza della calzatura.

Io ho passato tanto tempo osservandolo compiere questo rito ogni sabato mattina.

Adesso faccio lo stesso con le mie scarpe, almeno quelle che me lo permettono.

In quei minuti mi immagino che zio Rolando sia lì ad osservarmi. Chiacchieriamo e ci lasciamo con il nostro consueto abbraccio.

Quando ripongo le scarpe all’interno della scarpiera, sorrido sempre.