Uscita di sicurezza

In questi giorni siamo impegnati in un offsite.

Sembra che gli offsite siano considerati cose molto fighe e divertenti e devo confessare che anche per il nostro è questo il caso.

Il nostro lo stiamo conducendo in un vecchio cementificio svizzero riqualificato. È un posto molto affascinante e decisamente molto strano, sebbene molto appropriato.

Essendo una ex struttura industriale l’area è stata completamente riqualificata e messa in sicurezza. Ovviamente ci sono cartelli che ti spiegano come comportarti nel caso di eventi catastrofici, tra i quali il fuoco.

Ecco, io oggi stavo guardando uno di questi cartelli Svizzeri e ho notato una sostanziale differenza con quelli Italiani:

  • Come prima cosa viene intimato di chiamare i vigili del fuoco. Fin qui tutto nella norma. Lo stesso vale per noi.
  • La seconda cosa che viene richiesta è di mettere in salvo coloro che non sono in grado di farlo da soli.

Ecco, questa cosa noi mica la abbiamo sui nostri cartelli. In realtà i nostri cartelli dicono “Ognun per se e Dio per tutti”.

Guarda tu questi Svizzeri.

 

Il brief

Ne ricevo a decine. Non smettono mai di arrivare nella mia casella di posta elettronica. Devo leggerli. Tutti. Fino all’ultima riga.

Faticoso, molto faticoso.

Più l’azienda è grossa e più è difficile capire che cosa vogliano da te.

Davvero, scrivere un brief di progetto è un’arte. Non ci si sveglia abili compilatori di requisiti e non lo si diventa in pochi mesi od anni. E’ come essere una maestro del Sushi. Passi tutta la vita nel tentativo di creare il Sushi perfetto, e sai che non ci riuscirai mai.

Lo stesso vale per i bief di progetto. Passerai la tua intera vita nel perfezionare l’arte della scrittura del brief e non raggiungerai mai la perfezione. La sfiorerai come una carezza solletica il viso di un bambino.

Sopratutto. Perchè io devo essere costretto a leggere le tue zozzerie? Per quale arcano motivo tu ritieni che io mi asterrò dal considerare le tue frasi delle imbecillità senza senso.

In primo luogo per scrivere un brief che possa illuminare qualche mio neurone tu devi essere in grado di comprendere quello di cui stai scrivendo. Se hai passato la tua vita lavorativa a scrivere brief che riguardano la costruzione di artefatti di legno è ben evidente che non hai nessuna competenza riguardo grattacieli di cemento armato, non trovi? Se sei sempre andato in bicicletta e qualcuno ti chiedesse di pilotare una nave spaziale tu avresti qualcosa da obiettare, giusto? Perchè non lo fai anche con quel brief? Ti prego, davvero.

Certamente a te è stato chiesto di farlo da qualcuno che ne capiva ancora meno di te e tu ti sei flesso per l’ennesima volta ai tre principi che governano le aziendeç ricatto, minaccia e corruzione.

Lo capisco e ti vorrei essere di aiuto. Ma per quale motivo coinvolgere anche me nel tuo abisso? Specialmente ora che alla soglia dei cinquanta anni dell’abisso non me ne può davvero fregare di meno?

Sono comunque una persona educata ed al tuo brief risponderò.

Sappi che noi coltiviamo mele. Se mi stai chiedendo una piantagione di oppio ovviamente ti dirò che non sono in grado di farlo e sarà inutile che tu ci rimanga male. Non sono quel produttore che ti dirà che coltiva la qualunque. A noi piae coltivare mele, lo facciamo benissimo e sono davvero molto buone. Chiedici delle mele, non dei papaveri. Grazie.

Se mi chiedi delle mele o, in alternativa, io capisco che tu mi stai chiedendo delle mele anche se nel tuo brief hai scritto qualcosa del tipo “frutto di colore verde che tende al rosso in fase di maturazione e che cresce sugli alberi”, io ti risponderò offrendoti delle mele.

Lo stesso accade se tu mi stai chiedendo delle pere ma è ovvio che tu hai bisogno di mele e non di pere. Io ti risponderò dandoti quello che io ritengo essere giusto per risolvere il tuo problema, non per soddifare l’ego tuo o del tuo capo.

Fidati. Così è meglio e saremo tutti e due molto più felici. Io di sicuro.

Vuoi essere mio amico?

Un trend che emerge negli ultimi mesi si Facebook e che non accenna a diminuire di intensità e quello che vede avvenenti ragazze chiederti amicizia su Facebook.

Il profilo tipo è generalmente così strutturato:

  • La foto del profilo è sempre quella di una giovane avvenente tra i 20 ed i 30 anni.
  • Non ci sono post che non siano altre fotografie in pose più o meno ipoteticamente affascinanti.
  • In genere il profilo non ha mai più di una decina di amici, tutti appartenenti al genere maschile e con una età tipicamente superiore ai quaranta anni.
  • Il profilo ha una data di nascita online di poche settimane al massimo.

Lo confesso, io non resisto ed accetto sempre queste amicizie.

Non appena accetti queste amicizie si scatena una dinamica rodata:

  • “Ciao”
  • “Ciao”
  • “Come stai?”
  • “Benissimo, grazie” (Notare che non fornisco mai risposte aperte proprio per sondare l’esplicita volontà di mantenere attiva la conversazione da parte della nuova amica)
  • “Io sono una studentessa [francese|inglese|olandese] di [medicina|psicologia|veterinaria] e lavoro come [estetista|modella|commessa] per mantenermi agli studi.
  • “Bravissima. I tuoi genitori saranno molto fieri di te”
  • “I miei genitori sono lontani e mi sento molto sola”

Da qui in avanti si dipanano due varianti:

  • La variante sentimentale/romantica: sono alla ricerca dell’amore della mia vita, un uomo forte e responsabile che sia in grado di sostenermi e aiutarmi ma che allo stesso tempo sia in grado di appagarmi. Segue strizzatina d’occhio d’ordinanza.
  • La variante sensuale/erotica: ho visto la tua foto e sei bellissimo. Mi piacerebbe passare del tempo con te in intimità. Davvero questa affermazione devono averla copiata dai romanzi di Liala perchè io non sarei mai in grado di uscire con una affermazione del genere.

A questo punto segue richiesta di contatto su Skype.

Non sono mai andato oltre perchè se da un lato mi diverto a trollare dall’altro è una perdita di tempo totale. Mi limito a togliere l’amicizia, bloccare e segnalare a Facebook.

Ovviamente l’obiettivo è ben chiaro. Trascinare il fesso in una video conferenza su Skype durante la quale sarà invitato a mostrare le sue pudenda. Cosa che egli farà senza alcuna riluttanza per due ordini di motivi:

  • Il primo è che si sente un gran conquistatore ed il suo ego lo sta trascinando verso il baratro.
  • Il secondo è che ormai gli ormoni sono decisamente arrivati oltre il livello di guardia e difficilmente riesce a trattenersi. La fine è vicina anche in questo caso.

Come documentato dalla Polizia Postale la nuova amica sta registrando la conversazione ed il video nel quale fai bella mostra di te. Al termine della tua prestazione non esiterà un istante a minacciarti di pubblicare le tue gesta su tutti i Social Networks conosciuti all’uomo ed in particolare su quelli maggiormente frequentati dai tuoi familiari, amici e datori di lavoro. Ti potrai salvare solo inviando del denaro alla tua nuova amica. E poi ancora, e ancora.

Amico caro, come sempre e’ sempre meglio YouPorn.

Posti fighetti

E’ oramai un trend assodato il fatto che a Milano nascono posti fighetti.

Ci sono posti fighetti che durano lo spazio di una estate, posti fighetti che tirano fino al panettone, posti fighetti che durano qualche anno, posti che non nascono fighetti ma che alla fine lo diventano grazie alle frequentazioni.

Oggi mi sono fatto trascinare a pranzo in un posto diventato fighetto.

Non tanto fighetto da essere esclusivamente vegano e vegetariano ma sufficientemente fighetto da avere nel menu piatti tipici di quelle “religioni”.

Io non ho nulla contro i posti fighetti, ci mancherebbe.

Se ti piace condire un insalata con i fiori della valle immacolata per me va benissimo. Se insieme ad una battuta di Fassona mi proponi un gazpacho senza aglio lo accetto senza battere ciglio.

Lo stesso accade se mi offri da bere la tua acqua purificata… i più la chiamerebbero “l’acqua del sindaco”. Ci sto.

Detto questo non mi puoi guardare come un conclamato assassino se oso chiederti se nel menu ci sono delle patatine fritte. Dai. Sono patatine fritte, non filetti di balena protetta dell’artico.

Ho capito che vuoi fare il fighetto, ma c’è un limite e ti vorrei fare notare che qualche decina di anni fa nello stesso posto venivano serviti busecca e casoeula.

Diapositive

Nonostante tutti i selfies vacanzieri devo ammettere che da qualche anno a questa parte i Social Network hanno un effetto benefico.

Al ritorno dalle vacanze ci evitano lo strazio del rito pagano della visione delle fotografie dei viaggi, nei casi peggiori delle diapositive. Queste ultime per quelli che sono ancora più fissati con aspirazioni fotografiche e che implicano tutta una coreografica dedicata, chè il tavolo della cucina non basta più.

Dai dite la verità, dopo la decima diapositiva vorreste già tirarvi un colpo di rivoltella alla tempia. Io me lo ricordo bene, volevo farlo io stesso quando ero il protagonista del viaggio. 

Mai più.

Mai sottovalutare il valore della funzione “Non seguire più Pinco Pallino”. Grazie Mark, di cuore.

Design world

Il mondo che circonda l’industria del design, digitale e non, è estremamente variegato e, in molte occasioni, fuffoso nella migliore delle ipotesi, criminale in altri casi.

Capitano due episodi.

Il primo è una discussione che nasce su un famoso sito che chiacchiera di design e che chiameremo grandesitodidesign.com . Uno dei tanti sedicenti guru della disciplina afferma che tutto ciò che scrive grandesitodidesign.com non ha alcun valore e che sono solo dei prezzolati pennivendoli.

Il secondo episodio vede lo stesso guru esaltare grandesitodidesign.com quando parla molto benevolmente di una delle creazioni del grande studio di design cui lui appartiene.

Diciamo che tra i due, per esperienza diretta, io tenderei a salvare grandesitodidesign.com e butterei dalla rupe guru e grande studio di design.

I due episodi sono avvenuti molto tempo fa e a grande distanza l’uno dall’altro.

Terremoto (reprise)

Pensavo che il picco di stupidaggine postate sui social network si fosse esaurito con la giornata di ieri.

Purtroppo devo constatare che non è così. Il trascorrere del tempo e la sua evidente disponibilità oltre che la prossimità ad una tastiera e ad una connessione internet hanno generato nuovi mostri.

Persone che si indignano e si scagliano lancia in resta contro i bersagli più disparati. Questi, in fondo, potrei anche capirli. Creare notizie artefatte può essere utile per i proprio scopi personali. Bassa strategia, sebbene comprensibile.

Quello che mi lascia veramente perplesso è lo stuolo di persone che si aggregano senza manifestare spirito critico, fosse anche qualche semplice ricerca su Google.

Mi sono convinto che l’importante è indignarsi, ma indignarsi su Facebook che se la propria quotidianità viene coinvolta poi è un casino.

Che cosa triste.

Il terremoto

Ancora una volta la terra si è scossa e centinaia di persone hanno perso la vita e migliaia sono rimaste senza casa.

Anche in questo momento terribile i Social Media, ed i media in senso più generale, hanno dato il meglio di sè.

Qualche mia osservazione su quello che ho letto e visto o, non letto e non visto.

Cose che mi hanno lasciato perplesso e inorridito:

  • I grandi giornali online hanno dimostrato per l’ennesima volta la loro totale inutilità. Se mi capitasse di volere informazioni su un evento catastrofico sarebbero i primi siti che tenterei di visitare per avere informazioni aggiornate. Sui loro siti non è comparso nulla se non ore dopo l’accaduto. I siti stranieri sono stati addirittura più reattivi di quelli nostrani.
  • Lo stuolo di quelli che si sono precipitati ad affermare “siete nelle nostre preghiere” si è subito manifestato. Tentativo inutile di dire che “ehi, ci sono anche io nonostante ci siano centinaia di persone realmente sofferenti”. Datti da fare, dona il sangue, manda generi di prima necessità o metti semplicemente mano la portafoglio. Sarebbe più efficace.
  • I vari politici non hanno perso tempo a strumentalizzare l’accaduto secondo le necessità del momento. 
  • I media televisivi hanno raggiungo livelli di bassezza mai visti prima. Lasciatemi dire che tentare di intervistare una persona sotto le macerie merita la deportazione immediata in qualche landa desolata e dimenticata da Dio. Lo stesso vale se chiedi “E adesso cosa farete?”.
  • Qualche genio, idiota e ignorante, ha sostenuto che i terremoti sono una punizione divina dovuta alla approvazione della legge sulle unioni civili. 
  • Qualcuno ha avuto il coraggio di farsi dei selfie con alle spalle le macerie di un paese distrutto.
  • I siti del governo sono risultati irraggiungibili a causa dell’elevato traffico che hanno dovuto sostenere. Ma va, davvero? Ecco io ritengo che questa sia una cosa davvero criminale.
  • I soliti fessi criminali del “si poteva prevedere” si sono manifestati in tempo prossimo allo zero.

Cose che mi hanno colpito:

  • I social media hanno giocato comunque un ruolo decisamente notevole in termini di organizzazione della raccolta di aiuti. Il loro fattore di amplificazione in questo caso ò stato molto utile.
  • I social media hanno dato quelle informazioni che i siti istituzionali non sono stati in grado di dare. Vedi sopra.
  • Siamo un popolo usualmente indifferente a qualsiasi cosa ma in questi casi la macchina umana che si attiva è sempre di una generosità assoluta.
  • Alla fine, nonostante tutto, i radioamatori hanno contribuito sostanzialmente nel mantenimento dei collegamenti.
  • Twitter non è morto, anzi. E’ stato il primo a reagire in tempo praticamente zero.

Non ho volontariamente fatto nomi dei responsabili dei misfatti di cui sopra per scelta. Nel caso vogliate trovarli Google vi sarà di grande aiuto. Io personalmente non volevo contribuire a generare altro rumore.

La chitarra in albergo

Durante queste vacanze mi ero ripromesso di suonare un pò di più.

Non sono riuscito a portarmi la chitarra a Giannutri per evidenti problemi logistici e quando sono rimasto chiuso fuori di casa ho pensato che non avrei potuto metterci mano prima del ritorno del resto della famiglia.

Sono arrivato in ufficio e ho visto la mia Stratocaster “Blackie” che faceva bella mostra di sè insieme all’amplificatore Bugera e ho pensato che avrei potuto usare quelli.

Me li sono caricati in macchina e ora stanno nella mia stanza d’albergo.

Alla fine e nonostante tutto riesco anche a suonare un pò.

Sbranato vivo (da Internet)

Antefatto: un amico lontano scrive una emerita fesseria, sessista ed offensiva, sulla ricevuta della carta di credito di un bar. Gesto decisamente inqualificabile dato il tono ed il contenuto dello scritto. Io stesso non esiterei a censurarlo e cancellare la persona dal novero delle mie amicizie se non lo conoscessi personalmente.

Anche io ho scritto e detto cose di cui mi sono poi pentito, sebbene non al livello raggiunto dalla persona di cui sto parlando.

La persona di cui sopra vive in una piccola cittadina e la destinataria del messaggio lo racconta ad una sua conoscente e le mostra il corpo del reato, la ricevuto con tanto di nome e cognome dell’autore.

Si scopre che la comunità di baristi della piccola cittadina è una piccola gilda molto ben organizzata che si dà sostengo vicendevolmente in supporto a chi ha bisogno di aiuto. Ovviamente, e giustamente, la gilda si attiva a protezione della persona offesa e viene pubblicato un post su Medium che riporta tanto di nome e cognome della persona, foto della ricevuta incriminata e località in cui è avvenuto il misfatto.

Medium stessa interviene e chiede di rimuovere il post che viola Termini e Condizioni del servizio pubblicando informazioni sensibili su una persona.

Purtroppo il post è già diventato virale e comincia a diffondere. Lo tsunami di materiale organico si sta già alzando e dopo solo 24 ore è inarrestabile.

La visibilità dell’accaduto diventa nazionale e le reazioni sono evidenti.

Giustamente le persone sono esterefatte dal comportamento della persona e tutti si ergono in difesa della parte offesa. Sacrosanto direi. Io stesso non ho esitato a confermare alla persona che è stato un gesto di maleducazione assoluta e del tutto fuori luogo per una persona della sua levatura.

Ecco, in questo preciso momento succede qualcosa di interessante.

I vari commentatori cominciano a scavare nella vita della persona. Scoprono una vicenda che riguarda una causa in corso, rilevano la lista di tutti i datori di lavoro della persona, ne scoprono i familiari ed i legami di amicizia ed intervengono direttamente.

Di questo ho evidenza diretta. La persona ha lavorato per noi in passato ed è stato un mio riporto diretto. Ricevo una mail che mi chiede se sono a conoscenza del fatto che questa persona si è comportato in questo modo. Nel caso specifico rispondo che la persona si era comportata in modo integerrimo quando era alle nostre dipendenze e che mi dispiace molto che sia comportato in questa maniera. Cosa del tutto aderente al mio pensiero. Nulla di politico in questo caso.

La cosa che mi turba è che dai commenti che vedo sui vari post su Facebook capisco che questa cosa è sistematica. C’è qualcuno che si è preso la briga di scrivere ai diversi contatti e ex datori di lavoro per raccontare loro l’accaduto e, praticamente, distruggere la reputazione della persona.

Ripeto, la reprimenda ed il pubblico ludibrio ci stanno, ma questa volontà di annientare totalmente uno sconosciuto non la capisco.

La persona si è cancellata da qualsiasi Social Media e credo che non stia passando un bellissimo periodo. 

Ecco, a me questa cosa fa un pochino paura. In questo caso parte della reazione è comprensibile e giustificata ma il livello che ha raggiunto lo trovo assurdamente fuori luogo. Potrebbe accadere a chiunque là fuori anche del tutto estraneo a qualsiasi errore. Chiunque potrebbe scrivere una nefandezza sul sottoscritto e sono ragionevolemte sicuro che subirei lo stesso tipo di trattamento.

Forse questo è uno dei limiti che hanno i Social Media. Chiunque può scrivere qualsiasi cosa ed è difficile limitare o contenere una reazione spropositata. Oltre a questo rimane il marchio dell’infamia sui database di Google.

Amico mio, hai fatto una cavolata di dimensioni abissali ma credo che il prezzo che tu stai pagando sia troppo alto. Davvero.

Ti chiamerò non per farti un cazziatone per quello che hai fatto ma per capire che cosa ti ha portato a reagire in quel modo e capire se posso fare qualcosa. 

Il treno sbagliato

Stavo viaggiando su un treno tutto sommato comodo. Erano ormai una decina d’anni che stavo su quel treno. Conoscevo tutti i passeggeri ed il personale che lo faceva muovere. La destinazione era certa ed il viaggio tutto sommato ancora entusiasmante nonostante il passare degli anni.

Ad una stazione si avvicinò un amico e mi disse che se volevo stava per passare un altro treno. Un treno molto più bello, veloce ed efficiente. Su quel treno potevano salire solo passeggeri di alta classe e lo stesso personale che lo guidava veniva reclutato solo ed esclusivamente tra i migliori talenti nel mondo. 

Passai diverso tempo a guardare quel treno da fuori ed in qualche occasione mi fu permesso di salire a bordo per capire come fosse fatto al suo interno.

Confesso che mi sembrò magnifico tanto che quando risalivo sul mio venivo assalito dalla tristezza.

Alla fine mi decisi. Il treno nuovo era troppo bello per essere perso. Dovevo salire a bordo a tutti i costi.

Quando salii a bordo la prima volta con il titolo di Capotreno ero molto eccitato e molto fiero. Qualcuno aveva scelto me per condurre quel treno verso nuove stazioni. Era certamente l’inizio di un viaggio meraviglioso. E così fu, almeno per i primi chilometri del viaggio.

A bordo del treno capii realmente come funzionava. Il treno era sì un bellissimo treno, ma lo era solo dall’esterno. La forma del treno era innovativa e futuristica ma al suo interno il motore era la solita vecchia ferraglia comune a tutti gli altri treni. Anche gli interni erano posticci nonostante il tentativo di renderli lussuosi e luccicanti.

Cercai di fare in modo di condurre quel treno nel migliore dei modi nonostante le sue condizioni e per qualche tempo ci riuscii. Fu un grande successo tanto che pensai di esserci riuscito. Non era così.

Un giorno di Giugno venni abbandonato in una stazione in mezzo al deserto. Mi lasciarono da solo in mezzo al nulla.

Confesso che fui disperato. Mi sedetti lungo i binari e piansi. Come farò ora? Non ho più un treno da condurre e non ho stazioni vicine. Come potrò trovare un altro treno su cui salire?

Sentii un rumore lontano. Sembrava essere un altro treno che si stava avvicinando. 

Ne fui sorpreso perchè pensavo che quei binari fossero dedicati esclusivamente al treno luccicante dal quale mi avevano appena fatto scendere. Non era così. Un treno si stava davvero avvicinando, lentamente.

Era un piccolo trenino Svizzero tutto rosso. Nonostante il suo passo lento aveva un aspetto seducente. Il motore non era nascosto da una lucente carrozzeria ma era visibile ad occhio nudo. Faceva rumore e spingeva il treno con costanza e dedizione nonostante le continue salite. 

Dal finestrino della locomotiva si affaccio colui che quel treno lo aveva costruito e mi disse: “Senti, io questo treno lo ho costruito. Non so dove andrà a bordo c’è posto e abbiamo bisogno di un nuovo capotreno. Ci vuoi salire?”

Non esitai un istante e salii a bordo.

Quello sì che era un treno di tutto rispetto. Piccolo ma di una solidità eccezionale. Il personale di bordo era quanto di meglio si potesse immaginare di avere ed anche i passeggeri nutrivano per noi un rispetto totale. 

Mi compiacqui di questa differenza rispetto al treno che mi aveva abbandonato.

Da allora quel treno ne ha fatta di strada. Il motore è sempre ben visibile dall’esterno. È diventato un motore potente che permette al treno di aggredire le salite più impegnative senza la minima difficoltà. Il personale di bordo è andato via via aumentando e abbiamo raggiunto insieme stazioni che non avremmo mai immaginato di potere visitare.

Il treno è sempre in viaggio e si appresta a cambiare scartamento e destinazioni. Il motore è sempre in vista ed è più luccicante di prima. Si tratta di luccichio di materiale pregiato, non di materiale di scarto pitturato di una vernice lucente.

Sono sempre il capotreno e ne sono molto fiero. Non posso fare altro che ringraziare coloro che mi hanno abbandonato nel mezzo del nulla nonostante continui a pensare che siano ferrovieri di poco spessore.

Cogl…e, Cogl…e, Cogl…e (cit.)

Quanti voi ricordano il film Quattro Matrimoni ed un Funerale?

C’è una scena nella quale Charles si ritrova a dire:

Perdonami, Signore. Perdonami per le parole che sto per pronnciare nella Tua dimora. In questo sacro luogo di venerazione e preghiera… Coglione… Coglione… Coglione coglione coglione coglione.

Ecco, se la ricordate non faticherete ad immaginare me davanti alla porta di casa intorno all’una di notte mentre pronunciavo esattamente la stessa serie di epiteti verso mè medesimo.

Salgo sul traghetto alle 4 del pomeriggio, arrivo a Porto Santo Stefano alle 17.15 e subito mi dirigo verso Milano. Viaggio tranquillo fino a Viareggio dove inizia la coda per entrare sulla A12. Altra coda sul raccordo tra la A12 e la A1 come da manuale e finalmente parcheggio la macchina davanti casa intorno a mezzanotte.

Acchiappo la borsa pregustandomi il frescuccio del mio letto, comincio a salire le scale che mi portano alla porta di ingresso di Fort Knox e vado ad aprire le varie serrature.

Terminato con l’ultima afferro la maniglia della porta, la giro e spingo per aprire. Nulla, non si apre.

Guardo le chiavi, guardo la porta e poi la vedo. La serratura dimenticata… quella che si chiude una volta all’anno. Quell’unica volta che è esattamente questa.

Ed io non ho la chiave!

Ora, è lecito domandarsi per quale motivo io non abbia copia di tutte le chiavi di casa mia. Ve lo starete domandando e soddisfo immediatamente la vostra curiosità. I motivi sono principalmente due:

  • Il primo è che abbiamo una quantità di chiavi enorme. Non so quale ne sia la ragione ma sospetto che il precedente proprietario fosse un emulo di San Pietro. Le chiavi sono tante, pesano ed anno la naturale tendenza a deformare le tasche dei pantaloni e delle giacche. Cosa che io detesto.
  • Il secondo motivo risiede in un regalo di Natale. Anni fa mi è stato regalato un portachiavi. Quando lo vidi dissi subito tra me e me: “In quest’affare tutte le chiavi di Fort Knox non ci stanno”. Avevo ragione. Ho così fatto una selezione delle chiavi strettamente necessarie a garantirmi l’accesso a casa in tempi “normali” e ho depositato il resto in cassaforte. Ovviamente la chiave necessaria a sconfiggere l’ultima barriera tra me ed il mio letto è tra queste. Immagino vi starete chiedendo perchè non hai lasciato nel cassetto il portachiavi che non andava bene. Il motivo è semplice. Era un regalo di mia moglie e non volevo dare l’impressione che non mi fosse piaciuto. Questo vale 100 punti moglie ma è parte del problema che ora devo risolvere.

Realizzo che sono chiuso fuori di casa.

Le uniche chiavi che possono aprire quella porta si trovano a Giannutri con mia moglie, in Sardegna con mio cognato e nella cassaforte di casa.

Mi siedo con la schiena contro la porta ed inizio una liturgia che credo sia il caso di non riportare tra queste righe.

Terminata la funzione, che ovviamente non ha prodotto alcun risultato tangibile, analizzo le possibili soluzioni:

  1. Risalire in macchina, tornare a Porto Santo Stefano, salire sul traghetto e andare a Giannutri a prendere il mazzo di chiavi e fare lo stesso procedimento al contrario.
  2. Aspettare la mattina e vedere se qualcuno da Giannutri oggi si muove verso Milano e chiedere la cortesia di portarsi appresso le chiavi.
  3. Cercarsi un albergo e aspettare tranquillamente che arrivi Venerdì quando tornerò a Porto Santo Stefano a riprendere moglie e prole.
  4. Chiamare un fabbro e fare scassinare la porta blindata.
  5. Acquistare un bazooka sul mercato nero ed abbattere la porta.

Considero pro e contro di ogni opzione con tanto di swat analisys e alla fine convengo che la soluzione 3 sia la migliore.

In fondo vestiti ne ho, non ho incontri particolarmente formali nella settimana, ho con me il mio iPad Pro con la tastiera che sopperisce egregiamente alla mancanza del mio Mac ed evita sbattimenti inutili.

Ora sono a Como sul bordo della piscina dell’albergo e credo di avere fatto la scelta giusta.

Tutto sommato è quasi un’altra settimana di vacanza. Almeno sembra.

Non è sempre un paradiso

Giannutri ha sempre quest’aura di paradiso in terra in cui tutto è perfetto.

Succede che un anziano signore venga colto da un malore durante la notte e non ce la faccia a superare la nottata.

Anche in questo caso sull’isola tutto si amplifica e, per assurdo, rallenta. L’attesa di un medico legale dalla terraferma e tutto il circo equestre che circonda qualsiasi decesso anche in contesti più preparati.

Uno strano silenzio sull’isola. In particolare quando per l’ultima volta quella persona sale sulla barca che lo riporta sulla terraferma.

Tutta l’isola sul molo, gli occhi bassi. Tutte le barche in silenzio e con il motore spento.

Il traghetto parte e, dopo qualche centinaio di metri, si ferma davanti alla abitazione della persona. Rimane immobile per un minuto, quasi volesse dargli il tempo di salutarsi un ultima volta. Prima di ridare potenza ai motori un lungo suono di sirena. Oggi la sirena ha un suono molto triste.

Guardo la barca allontanarsi e casualmente penso che anche la mia vacanza è finita.

Oggi non è stato un giorno in paradiso.

Di turisti ed indigeni

Dopo qualche anno durante il quale ho frequentato l’isola di Giannutri non posso certo affermare di conoscere tutti i residenti dell’isola.

Ho comunque elaborato un metodo infallibile per distinguere i turisti dagli indigeni.

I turisti li riconosci dal fatto che sono perennemente di corsa e costantemente a caccia. A caccia del migliore spicchio di scoglio, del minuto in più da trascorrere sull’isola, dell’ultimo tramezzino offerto dall’unico esercizio presente sull’isola. E’ come se dovessero fare il pieno di cose ed emozioni durante quelle poche ore che gli vengono concesse sull’isola.

Gli indigeni sono invece caratterizzati dalla lentezza. Sanno che comunque dopo poche ore l’isola tornerà loro e potranno fare tutto quello che desiderano senza l’affanno di dovere risalire su un traghetto che li riporta sulla terraferma.

Esiste comunque un momento nel quale anche il comportamento indigeno si approssima a quello del turista. Quel momento in cui anche l’indigeno deve abbandonare l’isola perché le vacanze sono finite. In quel momento egli si trasforma in una scheggia impazzita che lo avvicina del tutto al comportamento del turista.

Gli unici che rimangono imperturbabili sono gli undici residenti fissi dell’isola. Loro sanno che da Settembre in avanti saranno gli unici padroni delle chiavi del paradiso.

Il grande amore muore

Negli ultimi anni sono diventato un grande cultore del genere letterario comunemente denominato Romanzo Giallo.

Negli ultimi anni ho letto centinaia di romanzi gialli, di ogni tipo e varietà. Tendo a prediligere gli scrittori Italiani dato che trovo che gli stranieri hanno un gusto particolare per il truculento sanguineggiante.

La struttura di un romanzo giallo è sufficientemente codificata e, pensandoci, deve essere proprio questo il motivo per cui questo genere mi piace particolarmente. Qualsiasi ispettore, vicequestore, pubblico ministero, investigatore privato ha sempre al suo fianco una musa ispiratrice che rappresenta la persona da cui ci si rifugiano per rifuggire il male che li circonda, che gli è fonte di ispirazione nella soluzione dei loro casi e, non ultimo, che è il grande e unico amore della loro vita.

Gli autori spendono pagine e pagine per caratterizzare questo personaggio che non è affatto secondario all’interno del libro e io confesso che spesso mi ci affeziono. Mi ritrovo spesso ad augurarmi che il personaggio principale torni a casa per recuperare un pochino di fiato e ottimismo nei confronti della vita.

Ultimamente noto una tendenza che conduce gli scrittori a fare in modo che questo personaggio venga più o meno barbaramente ucciso.

Ora, io posso capire che l’autore ha il completo potere nei riguardi della sua trama e che ovviamente fare morire in maniera crudele un personaggio tanto importante, spesso nel primo romanzo di una serie, permette di posizionare il personaggio principale in un abisso tenebroso per il resto della sua vita di carta. Io lo accetto.

Comunque mi preme farvi sapere che io ci rimango un pò male.