Radio

E’ venerdì e sono le otto di sera. Questa settimana si è oramai consumata ed inizia il fine settimana. Sto camminando verso il parcheggio dove ho lasciato la mia macchina. In un locale incontro dei ragazzi dello studio. Stanno bevendo un aperitivo. Lancio una battuta sciocca prima che si sentano in dovere di invitarmi al loro tavolo. Sorrido.

Ci sono i soliti pensieri. Devi andare a prendere i ragazzi a casa per il fine settimana. C’è quel messaggio di posta elettronica che avresti dovuto scrivere. Numeri che devi controllare. La mente è ancora piena del contenuto della settimana appena trascorsa. Una sorta di limbo prima dei due giorni di riposo.

Salgo in auto. Invece di cercare qualcosa di nuovo su Spotify per accompagnarmi nel mio tragitto verso casa accendo la radio e mi tuffo nel traffico del centro. Gente di fretta, persone in auto che suonano nervosamente il clacson. Persone arrabbiate, sopratutto con se stessi.

La radio è diversa. Non sai che cosa passerà. Ogni tanto mi piace e, come cantava Ligabue, ogni tanto sembra sapere chi sei.

E infatti…

They hung a sign up in our town
“If you live it up, you won’t live it down”

In un istante vengo catapultato indietro di ventun anni. La voce di Tom Waits e quella canzone che scatena un ricordo vivido e reale. Il panorama davanti a me sembra mutare. Guido come un automa perché oramai sono tornato al ricordo di quella sera e di quella canzone.

So she left Monte Rio, son
Just like a bullet leaves a gun
With her charcoal eyes and Monroe hips
She went and took that California trip

Ricordo dove mi trovavo. Un locale sui navigli che non credo esista nemmeno più. Ora quel luogo è tutto pettinato, come altre zone a Milano. Ricordo le luci soffuse ed i tavoli di legno. Le sedie spaiate. L’odore di birra e di alcolici. Il vocio di sottofondo. E mi ricordo di te.

Oh, the moon was gold, her hair like wind
Said, “don’t look back, just come on, Jim”

Ricordo che ci tenevamo per mano mentre io bevevo il mio bicchiere di Calvados e tu un Negroni. A quel tempo pensavo che il Calvados fosse una scelta originale. Un cliché originato da tante letture, così come le mie sigarette di allora. Pall Mall. Anche loro scelte perché erano le sigarette che fumava Charles Bukowski.

Oh, you got to hold on, hold on
You gotta hold on
Take my hand, I’m standing right here, you gotta hold on

Le guardavo le tue mani. Erano uniche. Le ho sempre trovate incredbilmente belle nella loro forma e nel calore che avevano. Le unghie corte delle tue dita e l’assenza di smalto le donavano una naturalezza che mi incantava. Le linee perfette. Incredibile armonia.

Well, he gave her a dimestore watch
And a ring made from a spoon
Everyone’s looking for someone to blame
When you share my bed, you share my name

Di quella sera ricordo anche come eri vestita. Una camicetta di cotone bianca dalle maniche corte ma arrotolate sin sopra il gomito. Dei pantaloni blu e delle scarpe blue con il tacco alto. Sei sempre stata molto più elegante di me nella tua semplicità. Ti invidiavo molto per questa tua naturalezza nel sapere vestire.

Well, go ahead and call the cops
You don’t meet nice girls in coffee shops

Come sempre accadeva in quei mesi parlammo e ridemmo senza fermarci un attimo. Era quasi una sfida nel saltare da un argomento all’altro. Fare collegamenti. Lasciare che ci rivelassimo l’un l’altra ancora un pò di più. Non credo che allora sapessi cosa fosse l’amore, e nemmeno ora lo so. Ricordo solo che allora non volevo fosse null’altro di diverso.

She said, “baby, I still love you”
Sometimes there’s nothin’ left to do

Mesi dopo tu mi dissi quasi quelle stesse parole. Non capii.

Oh, but you got to hold on, hold on
Babe, you gotta hold on and take my…

Ed in fondo ha ragione Tom.

You gotta hold on, Alessandro, hold on.

One Comment

  1. Non fraintendermi, Alessandro, ma stavolta mi hai fatto proprio sognare ad occhi aperti. Riesci a rendere tangibili le emozioni più profonde. Grazie per questi straordinari momenti di lettura.

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